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Sudan, la guerra continua mentre il paese è diventato teatro della più grave crisi di sfollati del mondo

Sudan, la guerra continua mentre il paese è diventato teatro della più grave crisi di sfollati del mondo

Organizzazione Internazionale per le Migrazioni: oltre sette milioni di persone in fuga dal Sudan verso i Paesi vicini

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ROMA – A sei mesi dall’inizio del conflitto, il Sudan ha generato la più grande crisi di sfollati interni al mondo, con oltre 7,1 milioni di persone trasferitesi all’interno del Paese stesso, 4,5 milioni delle quali sono scappate da quando è scoppiata la violenza a metà aprile, secondo gli ultimi dati diffusi dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni.

I movimenti di sfollati. Circa tre milioni di persone, tra quelle sfollate, sono originarie di Khartoum, epicentro del conflitto. Di queste, più di 1,2 milioni sono fuggite nei paesi vicini, con il Ciad che ha ricevuto il maggior numero di profughi, seguito da Egitto, Sud Sudan, Etiopia, Repubblica Centrafricana e Libia. “La situazione umanitaria in Sudan è catastrofica, non si vede la fine e i civili sono quelli che stanno pagando il prezzo più alto”, racconta Amy Pope, direttrice generale dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni. La quale sottolinea la necessità del sostegno della comunità internazionale prima che la crisi umanitaria diventi irreparabile.

Le conseguenze della pressione migratoria. Il Paese non era pronto ad affrontare la guerra insieme a movimenti di sfollati così importanti e frequenti, così i servizi pubblici nelle aree di accoglienza dei profughi oggi non sono in grado di soddisfare i bisogni anche dei nuovi arrivati. Le condizioni di vita delle persone sono sempre più precarie, aggravate dai danni alle infrastrutture, dal collasso dei servizi bancari e finanziari, dalle continue interruzioni di Internet, delle telecomunicazioni e della fornitura di energia elettrica. Le strutture sanitarie sono del tutto inadeguate. Secondo i dati del Displacement Tracking Matrix dell’OIM, quasi l’80 per cento della popolazione sfollata non dispone di servizi sanitari sufficienti e la maggior parte delle persone, l’86 per cento, vive senza elettricità.

La testimonianza. “È una lotta quotidiana per ottenere le cose essenziali di cui abbiamo bisogno”, racconta Iman, una madre sola con due figli che ora si trova in un campo per sfollati a Wadi Halfa, nello stato settentrionale del Sudan, al confine con l’Egitto. “Abbiamo perso tutto ciò che contava per noi: la nostra casa, le nostre cose, il nostro lavoro e il nostro senso di sicurezza”.

Il Sud Sudan. Migliaia di persone in fuga dai combattimenti di Khartoum continuano ad arrivare quotidianamente in Sud Sudan, che però non è preparato ad accogliere. Dall’inizio del conflitto in Sudan, il Sud Sudan ha aperto le frontiere a oltre 310 mila nuovi arrivi, tra cui rimpatriati sud-sudanesi, che sono oltre il 90 per cento, rifugiati e cittadini di paesi terzi e si prevede che l'afflusso continuerà. Con il passare delle settimane le persone arrivano con sempre meno risorse e in condizioni di salute sempre peggiori. Aumentano soprattutto i casi di malnutrizione, sottolineano dall’Ufficio di coordinamento degli aiuti umanitari delle Nazioni Unite (OCHA).

Povertà e accoglienza in Sud Sudan. Le infrastrutture fragili e in particolare la mancanza di strade, le inondazioni e i vincoli di finanziamento stanno mettendo a dura prova la capacità degli operatori umanitari di affrontare l’emergenza sia al confine che nelle comunità di accoglienza. L’attuale crisi del Sudan ha avuto un impatto drammatico sulla già fragile situazione umanitaria. Le interruzioni del commercio transfrontaliero e dei corridoi umanitari hanno portato a un aumento dei prezzi dei prodotti alimentari e delle materie prime, in particolare nella parte settentrionale del paese dove adesso si sta stabilendo la maggior parte dei nuovi arrivati. Ciò ha peggiorato l’insicurezza alimentare e ha aggravato i bisogni umanitari sia per la popolazione esistente che per i nuovi arrivati.

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