ROMA – Migliaia di rifugiati afghani vengono ormai utilizzati come pedine politiche da restituire all’Afghanistan, dove la loro vita potrebbe essere a rischio a causa della repressione dei diritti umani da parte dei talebani e di una catastrofe umanitaria in corso, che si è aggravata dopo i terremoti di ottobre. Con questi rimpatri forzati, Islamabad sta negando a migliaia di persone, soprattutto alle donne, la possibilità di vivere in sicurezza, di studiare e di lavorare, denuncia Amnesty International.
Le deportazioni. Secondo il governo pakistano più di 170mila afghani, molti dei quali vivevano in Pakistan da decenni, hanno dovuto lasciare il paese dal 17 settembre a oggi, perché le autorità locali avevano dato un ultimatum a tutti i “cittadini stranieri non registrati” di andare via entro il 1° novembre. Dopo questa data, la polizia ha avviato una serie di rastrellamenti che nelle intenzioni del governo avrebbero dovuto prendere di mira tutti gli stranieri senza documenti, ma di fatto hanno coinvolto solo gli afghani.
I centri di detenzione. Secondo il governo sono stati istituiti in tutto il Paese 49 centri di detenzione o transito dove sono stati portati gli afghani in attesa di rimpatrio. Questi centri di espulsione – spiega Amnesty - funzionano parallelamente al sistema legale. In almeno sette di questi non viene concesso alcun diritto ai detenuti, che non possono parlare né con un avvocato né con i propri familiari. Maryam, un'attivista afghana che vive a Islamabad, ha raccontato ad Amnesty International che il 2 novembre diversi rifugiati afghani sono stati detenuti per diverse ore presso la stazione di polizia di Shalimar, dopodiché quelli senza documenti sono stati portati via ma ai loro familiari non è stata data alcuna informazione su dove venissero mandati. In un altro caso, un ragazzo di 17 anni è stato arrestato durante un raid a Sohrab Goth, a Karachi, il 3 novembre. Nonostante sia nato in Pakistan, sia in possesso di una cosiddetta Proof of Registration rilasciata dall'UNHCR, ovvero una carta d’identità data ai rifugiati afghani che li autorizza a risiedere in Pakistan, e sia minorenne, alla sua famiglia non è stato permesso di entrare nel centro di detenzione in cui è stato portato né di avere contatti con lui.
La caccia alle streghe. Dopo aver stabilito come data ultima quella del 1° novembre per i rimpatri volontari, il governo pakistano ha minacciato multe e arresti a chiunque venisse trovato a fornire alloggio o protezione agli afghani senza documenti o con i documenti scaduti. Dall’inizio di ottobre i cosiddetti katchi abadis, che sono degli insediamenti informali alla periferia delle città in cui vivevano principalmente gli afghani, sono stati distrutti senza preavviso e migliaia di persone sono rimaste senza alloggi sicuri e senza beni personali.
Giornalisti a rischio. Secondo il Forum pakistano-afghano dei giornalisti, in Pakistan sono circa 200 i giornalisti afghani in pericolo. Asad, un reporter afghano nascosto in Pakistan dalla presa del potere dei talebani nel 2021, ha raccontato di essere entrato a Islamabad con un visto valido ma di non avere ancora ricevuto il rinnovo. Da quando sono iniziati i rastrellamenti della polizia, ha smesso di mandare i figli a scuola. “Il mio nome compare su diversi elenchi dei talebani, sono certo che se torno in Afghanistan verrò ucciso”, ha detto.
Perché il Pakistan sta deportando gli afghani. Il motivo di questa svolta repressiva – spiega l’analista dell’International Crisis Group Ibraheem Bahiss – sembra essere l’esistenza e la forza del Tehreek-e Taliban Pakistan (TTP), un gruppo militante noto anche come talebani pakistani, che giura fedeltà ai talebani a Kabul. Il TTP nell'ultimo anno è stato sempre più aggressivo nelle aree di confine tra Pakistan e Afghanistan e Islamabad sta cercando di spingere Kabul a frenare la sua attività. Il Pakistan ha accolto con favore il ritorno al potere dei talebani nel 2021, aspettandosi erroneamente un aiuto a contenere il TTP. Invece la rinascita del movimento ha causato il deterioramento delle relazioni tra Islamabad e Kabul. Sotto Noor Wali Mehsud, divenuto emiro del TTP nel 2018 dopo che un attacco di droni statunitensi aveva ucciso il suo predecessore, l’organizzazione ha guadagnato forza, ha messo insieme dozzine di gruppi scissionisti e ha attirato nuovi militanti alla sua causa. Kabul si è offerta di mediare i colloqui tra il TTP e Islamabad, ma i negoziati si sono bloccati nel novembre 2022. Da allora il TTP ha condotto una serie di attacchi devastanti sul suolo pakistano, uccidendo centinaia di poliziotti.
Sforzi vani. Il Pakistan ha tentato diverse strade per convincere Kabul a reprimere il TTP, compreso il sostegno alla loro causa nei forum internazionali, scrive Ibraheem Bahiss. Islamabad invoca anche l’accordo di pace di Doha del 2020 raggiunto dagli Stati Uniti con i talebani, in base al quale questi ultimi hanno promesso di impedire ai militanti all’interno dell’Afghanistan di attaccare altri paesi. Nel tentativo di esercitare pressione economica, Islamabad ha anche periodicamente chiuso i valichi verso l’Afghanistan e posto molti ostacoli burocratici per le merci afghane in transito in Pakistan, inclusa la sospensione temporanea delle spedizioni. Le mosse commerciali danneggiano particolarmente i talebani, poiché il Pakistan rimane il principale partner commerciale dell’Afghanistan e la gran parte delle entrate pubbliche di Kabul dipendono dalle tasse doganali. La decisione del Pakistan di espellere milioni di afghani potrebbe inoltre essere stata provocata da un grave attacco lanciato dal TTP all’inizio di settembre vicino a Chitral, una città nella regione settentrionale del Khyber Pakhtunkhwa, in Pakistan. Il raid, in cui circa duecento militanti hanno assalito due posti di frontiera, potrebbe aver portato le autorità pakistane a prendere misure più estreme.