✕

Sudan: la violenza a Wad Madani mette in fuga oltre mezzo milione di persone, crescono i bisogni umanitari

Medici Senza Frontiere. La guerra ha innescato una spirale di sfollamenti: chi si era rifugiato a Wad Madani adesso è costretto a scappare di nuovo, per alcuni è la terza fuga dall’inizio del conflitto ad aprile
3 minuti di lettura

ROMA – La guerra in Sudan ha preso una nuova strada dal 15 dicembre, quando il gruppo paramilitare Rapid Support Forces (RSF) ha preso il controllo dello stato di Al-Jazira, il principale produttore di grano del Paese. Si tratta di una formazione paramilitare sudanesi non più sotto la diretta gestione del governo del Sudan e formata principalmente da milizie Janjawid, che hanno lottato per conto del governo sudanese durante la guerra in Darfur e sono state responsabili di numerose attacchi contro la popolazione.

La caduta di Wad Madani. Sotto il controllo delle RSF è caduta anche Wad Madani, che fino allo scorso autunno aveva rappresentato una sorta di limbo in cui si erano rifugiate moltissime persone in cerca di sicurezza. Persino alcuni uffici governativi nell’agosto 2023 hanno trasferito le proprie sedi da Khartoum a Wad Madani. Oggi il conflitto, esploso ad aprile 2023, ha provocato la più grave crisi di sfollati del mondo, con gli oltre 234 mila profughi che nei mesi scorsi avevano trovato protezione a Wad Madani costretti nuovamente a scappare.

L’assistenza sanitaria. Medici senza Frontiere (MSF), tra le poche Organizzazioni Non Governative presenti in Sudan per assistere la popolazione, ha dovuto sospendere le attività a Wad Madani, dove operava da maggio 2023. La città, prima di essere colpita dalle ostilità, accoglieva l’8 per cento di tutti gli sfollati interni del Paese. I numeri degli sfollamenti causati dalla guerra in Sudan sono enormi: in sei milioni hanno abbandonato le proprie case e di questi 1,4 milioni sono fuggiti oltre confine, principalmente in Ciad. Chi è rimasto ha difficoltà a ottenere assistenza sanitaria e acqua potabile. Tra maggio e novembre le équipe di MSF hanno effettuato 18.390 visite mediche, il 40 per cento delle quali a bambini sotto i 15 anni, in diverse delle centinaia di località che ospitano gli sfollati, allestendo cliniche e punti di soccorso nelle scuole o in vecchi edifici pubblici.

La testimonianza di un operatore umanitario. Slaymen Ammar, coordinatore medico di MSF per il Sudan, racconta che grazie alle cliniche mobili, l’organizzazione, negli ultimi sei mesi, ha curato molti bambini malati di malnutrizione acuta grave, che senza un intervento tempestivo sarebbe stata fatale. Le strutture sanitarie del Paese sono sopraffatte. In particolare a Wad Madani, con l’afflusso dei profughi, la popolazione è aumentata del 30 per cento: ci sono sempre più pazienti, ma mancano risorse e personale. I prezzi dei beni, soprattutto quelli alimentari, aumentano di continuo e l’accesso ai servizi salvavita è sempre più complicato, anche per questioni di sicurezza, sia per gli sfollati che per i residenti abituali.

L’ultima fuga per la salvezza. Nell’ultimo mese i profughi in fuga da Wad Madani sono andati verso le città di Gedaref e Kassala, dove MSF opera dal 2021 in risposta alla crisi del Tigray, in Etiopia. Nel campo di Tanideba, a Gedaref, l'organizzazione ha avviato un intervento di emergenza a breve termine sia per i rifugiati etiopi che per i cittadini sudanesi. Per molte persone Gedaref e Kassala sono le ultime tappe di un lungo viaggio in cerca di sicurezza, durante il quale hanno subito violenze e affrontato la mancanza di cibo, acqua pulita, servizi igienico-sanitari e accesso alle cure mediche.

La storia. “Siamo originari del Darfur, ma a causa degli scontri e della crisi che c'è lì, siamo andati a Khartoum. La guerra ci ha seguito a Khartoum, quindi siamo fuggiti a Wad Madani. E adesso la storia continua”, racconta Maha, una donna sfollata in fuga da Wad Madani e arrivata con la sua famiglia nel campo profughi di Tanideba due settimane fa. La famiglia di Maha è fuggita da Khartoum otto mesi fa, dopo che un bombardamento ha colpito la loro casa e ha ferito gravemente uno dei suoi figli. “Eravamo sei persone in casa, io ero al nono mese di gravidanza. La nostra casa è stata distrutta. Sono stata colpita al braccio, mio figlio ha riportato una ferita alla testa. Siamo riusciti a portarlo in ospedale, aveva bisogno di un intervento urgente. Ma non appena è stato dimesso, siamo dovuti fuggire da Khartoum.

L’arrivo nel campo di sfollati. Siamo arrivati al campo per sfollati interni a Wad Madani e lì ho partorito”, continua. A metà dicembre Maha e la sua famiglia sono fuggiti ancora una volta per raggiungere Tanideba. “Gli sfollati che arrivano a Kassala dopo un lungo viaggio non ricevono nessun tipo di aiuto né di assistenza”, spiega Pauline Lenglart, coordinatrice del progetto di emergenza di MSF in Sudan. A Kassala le famiglie, compresi i bambini, dormono per terra, l’assistenza sanitaria è limitata e le medicine costano molto. Tutto costa molto, per cui le persone sono costrette a scegliere se curarsi o mangiare. Medici senza Frontiere sta tamponando l’emergenza ma – spiegano gli operatori che si trovano sul posto – finché la guerra incalza e le condizioni di sicurezza continuano a deteriorarsi, la situazione per i sudanesi, anche in termini di assistenza, può solo peggiorare.

Leggi i commenti