Iraq: proseguono da qualche mese i rimpatri forzati dei rifugiati siriani nonostante la Siria non possa ancora considerarsi un “Paese sicuro”
ROMA – Le autorità irachene a Baghdad ed Erbil hanno detenuto e deportato arbitrariamente i profughi siriani a Damasco e in altre parti del nord-est della Siria controllate delle forze a guida curda, scrive Human Rights Watch (HRW). Sono state deportate anche persone che possedevano documenti ufficiali iracheni che consentivano loro di rimanere e lavorare nel Paese o persone registrate come richiedenti asilo presso l’ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR).
I profughi siriani in Iraq. Baghdad ospita circa 280 mila siriani, la stragrande maggioranza dei quali si trova nella regione del Kurdistan iracheno. Sebbene alcune parti della Siria non siano più teatro di ostilità dal 2018 a oggi, la Siria continua a non potersi considerare un posto sicuro. La deportazione dei richiedenti asilo viola, tra l’altro, la Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura il principio consuetudinario del diritto internazionale di non respingimento, ovvero di non rimpatriare forzatamente le persone in Paesi in cui corrono un evidente rischio di tortura o altre persecuzioni. Dal 18 marzo 2024 le autorità irachene hanno lanciato contro gli stranieri una campagna che viola le norme sulla residenza; molti siriani sono stati addirittura prelevati con la forza nelle case e nei luoghi di lavoro. E dal 3 aprile 2024 il governo regionale del Kurdistan ha sospeso il rilascio dei visti per i siriani.
Le storie. Un uomo siriano di 43 anni originario di Aleppo è stato arrestato nella città di Diwaniyah, a sud di Baghdad. Dopo 12 giorni di detenzione un giudice, nonostante il certificato dell’UNHCR che attestava la sua richiesta di asilo, gli ha comminato una multa e ha ordinato la sua espulsione dal Paese. Il figlio 18enne di Nawal, una donna siriana di 40 anni originaria di Aleppo, è stato arrestato dalle forze di sicurezza curde mentre vendeva acqua vicino a un semaforo a Erbil. Quando Nawal è andata al centro di detenzione per avere notizie del ragazzo, è stata arrestata anche lei nonostante avesse un permesso di soggiorno valido. Le autorità curde – ha raccontato Nawal - hanno detto loro che devono tornare in Siria e lasciare altrimenti avrebbero vissuto in stato di detenzione. I curdi poi hanno scortato Nawal e suo figlio in manette fino all’aeroporto di Erbil, dove hanno trascorso quattro giorni bloccati nel terminal delle partenze cercando di raccogliere soldi per prenotare un volo per Damasco. Subito dopo essere arrivati in Siria, Nawal e suo figlio hanno pagato un trafficante per andare in Libano. Oggi i rifugiati siriani in Giordania, Libano, Cipro e Turchia si trovano ad affrontare situazioni simili a quelle irachene.
Le torture in Siria. Human Rights Watch ha documentato numerosi casi in cui le agenzie di sicurezza siriane hanno arbitrariamente detenuto, rapito, torturato e ucciso i rifugiati tornati in Siria tra il 2017 e il 2021. Anche altri gruppi per i diritti umani, tra cui la Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite sulla Siria (COI) e l’UNHCR, sostengono che la Siria continua a non essere sicura per i rimpatri. In particolare il COI a marzo 2024 ha ribadito che la Siria sta vivendo una “nuova ondata di violenza”.