Rifugiati, cresce la solidarietà per chi scappa dai luoghi di crisi
ROMA – Le persone in tutto il mondo e di tutte le età continuano a sostenere i rifugiati, ma la Generazione Z, che comprende orientativamente i nati tra la fine degli anni Novanta e la prima decade del Duemila, mostra maggiore empatia e ottimismo. I nuovi dati che raccontano la situazione dei richiedenti asilo a livello globale, diffusi dall’Alto Commissariato ONU (Unhcr) martedì, confermano la persistenza di una sensibilità che non sempre emerge nel dibattito pubblico, polarizzato e inquinato da notizie false e discorsi di odio. Insieme all'Istituto di sondaggi Ipsos, l’Agenzia delle Nazioni Unite ha rilevato che due persone su tre in ventinove Paesi concordano sul fatto che chi fugge da guerre o persecuzioni deve poter fare richiesta di asilo in un altro luogo.
I dubbi degli intervistati. Allo stesso tempo molte delle persone che solidarizzano con i profughi ritiene che non sempre chi cerca protezione ne ha realmente bisogno. Quindi prevalgono due esigenze: la necessità di aiutare chi ha bisogno ma l’opportunità di valutare i singoli casi e le singole richieste accuratamente. A destare qualche dubbio è il corretto funzionamento del sistema di asilo, della gestione delle frontiere e successivamente l’integrazione nei posti di accoglienza.
I singoli Paesi. La convivenza di queste due tensioni diverse, una che guarda alla solidarietà e l’altra che chiede maggiore rigore, è prevalente tra gli intervistati nel Regno Unito, dove metà della popolazione pensa che il fenomeno migratorio sia cresciuto troppo negli ultimi anni, anche se i fatti e i dati dimostrano il contrario. In Germania e Svezia, dove la presenza e l’accoglienza dei rifugiati è già una realtà strutturata, il sostegno ai nuovi arrivati è forte – riporta l’Unhcr – mentre in Turchia e Polonia è calato rispetto agli anni passati. Esiste però una responsabilità internazionale, in termini di sostegno anche economico, legata alla protezione dei più fragili, che non può essere sostituita dalla generosità dei singoli Paesi, molti dei quali hanno delle difficoltà oggettive a ospitare decine di migliaia di persone in fuga da conflitti e da violenze.
Il caso del Burundi. Nel campo di Busuma, nel Burundi orientale, vivono oltre 57 mila rifugiati scappati dai feroci combattimenti nella Repubblica Democratica del Congo. Solo quattro persone su dieci hanno un alloggio, l’acqua scarseggia, i bagni pubblici non bastano, i profughi hanno a malapena di che mangiare e a duemila metri di altezza vivono giornate torride e notti fredde, spesso senza un materasso né coperte.
Come cambia la sensibilità. Su un campione di oltre ventunomila persone intervistate è emersa una differenza di visione tra la generazione Z, ovvero i nati tra il 1997 e il 2012, in linea di massima favorevoli all’accoglienza e ottimisti sulle possibilità di integrazione dei rifugiati, e i nati tra il 1946 e il 1964, più dubbiosi sulla reale efficacia del sistema di asilo e spesso sulla sua stessa necessità. Le perplessità relative alla gestione delle frontiere e all'autenticità delle richieste di asilo però caratterizzano un po’ tutte le fasce d’età, riporta l’Unhcr.
I dati. L'indagine Unhcr-Ipsos indica che il sostegno ai richiedenti asilo è più forte in Svezia e nei Paesi Bassi, dove si attesta intorno al 78 per cento, seguiti dalla Spagna al 76 per cento. Australia, Brasile e Stati Uniti sono tra i popoli più convinti dei benefici che produce l'integrazione dei rifugiati. Altri Paesi hanno registrato cambiamenti significativi della sensibilità pubblica. In Giappone per esempio il sostegno ai profughi godeva a malapena del 23 per cento dei consensi nel 2019, oggi è al 64 per cento. Stessa cosa per la Francia, dove si è passati dal 43 per cento di sette anni fa al 68 per cento di oggi.
La crisi economica. Nel 2025 i conflitti, le violenze, le persecuzioni e gli effetti del cambiamento climatico hanno costretto milioni di persone ad abbandonare le proprie case. L’Unhcr ha assistito 129,4 milioni di uomini, donne e bambini in fuga, più o meno lo stesso numero del 2024 fa ma con 1,2 miliardi di dollari in meno a disposizione perché gli Stati contribuiscono sempre meno. L’Agenzia ha lavorato per il reinsediamento in Paesi terzi di oltre 37 mila rifugiati provenienti da Turchia, Libano, Etiopia, Bangladesh e Uganda.