ROMA - La prima volta abbiamo iniziato per gioco assieme al mio amico Stefano, compagno di viaggio in Senegal per un reportage su Les enfants d'Ornella, una piccola Onlus in procinto di inaugurare il centro d'accoglienza "Giovanni Quadroni", in una comunità rurale di villaggi a circa cinquanta chilometri al sud della capitale Dakar.
Come tutto cominciò. "Senti un po' Stefano, perché non organizziamo un torneo per questi bambini, prima di tornarcene in Italia?". Detto, fatto. Stefano si mise subito in moto, recuperando la jeep del centro d'accoglienza e iniziando a spingerci sopra di tutto, dal materiale occorrente agli stessi bambini; un via-vai ininterrotto per tre giorni, verso quel terreno di povere e pietre delimitato da due porte sgangherate e senza reti e dal cui orizzonte, al tramonto, si poteva vedere il sole tuffarsi nel mare. Non chiedevamo di meglio. I bambini si divertirono tanto, noi pure. Al momento della partenza Papa Seve, ex-sindacalista comasco da circa tre lustri in Africa, ora presidente della Onlus e anima infaticabile del centro d'accoglienza, ci salutò spiazzandoci: "Il prossimo anno dobbiamo organizzarlo di nuovo, questo torneo. Forse voi non lo avrete notato, ma hanno giocato insieme tre categorie diverse di bambini senegalesi, che solitamente tra loro non interagiscono facilmente".
Ogni volta una nuova emozione. Così, l'anno successivo sono tornato e l'anno dopo ancora, sino ad oggi. Ed è così che siamo arrivati alla quinta edizione de Le tournoi des enfants, il torneo dei bambini, ogni volta per me una nuova emozione. Ormai l'appuntamento è un punto di riferimento per la comunità intera. E offrire dei punti di riferimento qui non è cosa di poco conto. Il torneo è ormai l'occasione non soltanto utile a creare una diversa attività per i più piccoli, ma anche lo strumento attraverso il quale fornire loro maglie e pantaloncini, sandalini di gomma e qualche pallone buono, anche per future sfide in spiaggia all'ultimo sangue, con l'Oceano pronto a rimarginare le ferite.
Le diverse categorie di bambini. Le diverse categorie di cui parla Papa Seve sono i bambini della scuola pubblica, con una famiglia che riesce a sostenerli, spesso a fatica; i bambini della spiaggia, tutto il giorno a riva in attesa che i loro padri, pescatori per cultura e tradizione, rientrino dalle loro lunghe trasferte per mare, imbarcati su piroghe di legno a dir poco inadeguate per affrontare la forza devastante di quelle acque; poi ci sono i talibé, piccoli tra i 5 e i 12 anni, che le rispettive famiglie, zeppe di fratelli e sorelle, decidono di affidare alle cure (si fa per dire) dei marabut, insegnanti di Corano spesso autoproclamatisi tali, che in realtà, a parte qualche ora di studio religioso, costringono i loro studenti ad elemosinare monete, cibo e candele, da riportare la sera prima di dormire ammassati tutti insieme in luoghi, a dir poco fatiscenti.
La gioia di indossare le maglie dei campioni. Immaginate voi, per tutti questi bambini, cosa significhi giocare per due-tre pomeriggi consecutivi un torneo di calcio, quanto possa essere importante. Non solo indossare le divise dei loro idoli internazionali, ma condividere delle regole, rispettare con pari impegno il pubblico, l'allenatore, l'arbitro, i compagni e gli avversari. E sentirsi per qualche momento al centro dell'attenzione. Ecco occorre ringraziare chiunque, in qualsiasi forma, partecipi a questo evento, da Severino Proserpio, arrivando a tutti coloro i quali, in Italia, prima di partire mi affidano qualche euro con il desiderio di fare la propria parte, come nel febbraio scorso per esempio, hanno fortemente voluto gli alunni e alunne della classe Ia D di un liceo della provincia romana, risparmiando per un mese intero sulle loro merende scolastiche.
I ringraziamenti. Grazie al paziente e impeccabile lavoro di Adriano Foraggio, quest'anno venuto con me caricandosi tutto il fardello di attrezzature necessario per regalarci questo video, oggi oltre l'immaginazione possiamo offrire un'idea più concreta di quanto ogni volta accade laggiù, in un Paese dell'Africa, dove le emergenze non sono così urgenti come in altri luoghi di questo immenso continente: ma dove anche lì i bambini hanno bisogno di essere seguiti, nutriti, curati, come ogni bambino del mondo, in qualsiasi parte del mondo.
* Emiliano Sbaraglia è educatore volontario del centro d'accoglienza Giovanni Quadroni
Come tutto cominciò. "Senti un po' Stefano, perché non organizziamo un torneo per questi bambini, prima di tornarcene in Italia?". Detto, fatto. Stefano si mise subito in moto, recuperando la jeep del centro d'accoglienza e iniziando a spingerci sopra di tutto, dal materiale occorrente agli stessi bambini; un via-vai ininterrotto per tre giorni, verso quel terreno di povere e pietre delimitato da due porte sgangherate e senza reti e dal cui orizzonte, al tramonto, si poteva vedere il sole tuffarsi nel mare. Non chiedevamo di meglio. I bambini si divertirono tanto, noi pure. Al momento della partenza Papa Seve, ex-sindacalista comasco da circa tre lustri in Africa, ora presidente della Onlus e anima infaticabile del centro d'accoglienza, ci salutò spiazzandoci: "Il prossimo anno dobbiamo organizzarlo di nuovo, questo torneo. Forse voi non lo avrete notato, ma hanno giocato insieme tre categorie diverse di bambini senegalesi, che solitamente tra loro non interagiscono facilmente".
Ogni volta una nuova emozione. Così, l'anno successivo sono tornato e l'anno dopo ancora, sino ad oggi. Ed è così che siamo arrivati alla quinta edizione de Le tournoi des enfants, il torneo dei bambini, ogni volta per me una nuova emozione. Ormai l'appuntamento è un punto di riferimento per la comunità intera. E offrire dei punti di riferimento qui non è cosa di poco conto. Il torneo è ormai l'occasione non soltanto utile a creare una diversa attività per i più piccoli, ma anche lo strumento attraverso il quale fornire loro maglie e pantaloncini, sandalini di gomma e qualche pallone buono, anche per future sfide in spiaggia all'ultimo sangue, con l'Oceano pronto a rimarginare le ferite.
Le diverse categorie di bambini. Le diverse categorie di cui parla Papa Seve sono i bambini della scuola pubblica, con una famiglia che riesce a sostenerli, spesso a fatica; i bambini della spiaggia, tutto il giorno a riva in attesa che i loro padri, pescatori per cultura e tradizione, rientrino dalle loro lunghe trasferte per mare, imbarcati su piroghe di legno a dir poco inadeguate per affrontare la forza devastante di quelle acque; poi ci sono i talibé, piccoli tra i 5 e i 12 anni, che le rispettive famiglie, zeppe di fratelli e sorelle, decidono di affidare alle cure (si fa per dire) dei marabut, insegnanti di Corano spesso autoproclamatisi tali, che in realtà, a parte qualche ora di studio religioso, costringono i loro studenti ad elemosinare monete, cibo e candele, da riportare la sera prima di dormire ammassati tutti insieme in luoghi, a dir poco fatiscenti.
La gioia di indossare le maglie dei campioni. Immaginate voi, per tutti questi bambini, cosa significhi giocare per due-tre pomeriggi consecutivi un torneo di calcio, quanto possa essere importante. Non solo indossare le divise dei loro idoli internazionali, ma condividere delle regole, rispettare con pari impegno il pubblico, l'allenatore, l'arbitro, i compagni e gli avversari. E sentirsi per qualche momento al centro dell'attenzione. Ecco occorre ringraziare chiunque, in qualsiasi forma, partecipi a questo evento, da Severino Proserpio, arrivando a tutti coloro i quali, in Italia, prima di partire mi affidano qualche euro con il desiderio di fare la propria parte, come nel febbraio scorso per esempio, hanno fortemente voluto gli alunni e alunne della classe Ia D di un liceo della provincia romana, risparmiando per un mese intero sulle loro merende scolastiche.
I ringraziamenti. Grazie al paziente e impeccabile lavoro di Adriano Foraggio, quest'anno venuto con me caricandosi tutto il fardello di attrezzature necessario per regalarci questo video, oggi oltre l'immaginazione possiamo offrire un'idea più concreta di quanto ogni volta accade laggiù, in un Paese dell'Africa, dove le emergenze non sono così urgenti come in altri luoghi di questo immenso continente: ma dove anche lì i bambini hanno bisogno di essere seguiti, nutriti, curati, come ogni bambino del mondo, in qualsiasi parte del mondo.
* Emiliano Sbaraglia è educatore volontario del centro d'accoglienza Giovanni Quadroni