RANGOON - Il centro Thabarwa sorge oltre il fiume Bago, a est della ex capitale birmana Rangoon. Lo ha creato dal nulla un monaco di nome Ottamasara dal titolo reverenziale di Sayadaw, o uomo santo. Ex imprenditore fallito e depresso, ha realizzato con anni di meditazione un livello di distacco dagli interessi del mondo materiale che lo ha portato a capire come aiutare gli altri senza fare distinzioni, nello spirito dell’equanimità insegnata dal buddhismo. Ha concepito così un luogo dove ognuno puo’ trovare rifugio da sofferenze fisiche e mentali e aiutare il prossimo secondo le sue possibilità. Thabarwa infatti non è solo un luogo di pratica delle tecniche spirituali di rilassamento, ma una casa per chi viveva all’aperto, una mensa per gli affamati, un sanatorio per chi non puo’ permettersi cure, una famiglia per chi è stato rifiutato o è rimasto solo al mondo.
Un luogo per i vivi. Se il paragone calzasse fino in fondo, viste le differenze religiose e di metodo, Sayadaw Ottamasara potrebbe considerarsi una reincarnazione di Madre Teresa, e a sua volta è andato incontro a molte difficoltà per realizzare il suo progetto. Mentre la monaca albanese destinata a divenire santa il prossimo 4 settembre aprì una casa dei morenti dove accoglieva i malati terminali per assisterli con dignità nelle loro ultime ore di vita, Ottamasara ha creato un posto per i vivi, più vicina alla Città della Gioia descritta dallo scrittore francese Lapierre che al lugubre Centro di Kalighat, nel cuore di Calcutta in l’India. Ma anche qui a Rangoon giungono uomini e donne alla ricerca di un luogo dove abbandonare il mondo assistiti da un “uomo santo” e circondati dai suoi discepoli, nella speranza di una reincarnazione migliore se non la liberazione completa dal ciclo di nascite e rinascite.
Le traversìe durante il regime militare. Thabarwa – che vuol dire “Naturale” - è un campo-villaggio cominciato a sorgere otto anni fa su pochi ettari di terreno lontano dalla città. A quel tempo il regime militare sembrava inamovibile e la leader dell’opposizione Aung San Suu Kyi, oggi al governo, viveva ancora agli arresti domiciliari. Duecento monaci si trovavano costretti a vagabondare affamati e impauriti perché nessun convento poteva o voleva accettarli, essendo sospettati a torto o a ragione di aver partecipato alla Rivoluzione di Zafferano, l'ultima ribellione di massa contro i generali al potere da mezzo secolo, prima dell’avvio dell’attuale processo democratico.
Una città aperta in espansione. Ottamasara aveva comprato prima tre, poi 50 acri di terra e li mise a loro disposizione, nonostante l’ostilità di altri Sayadaw vicini alle stanze del potere e dei generali, che non vedevano di buon occhio quella sua scelta, intesa come una sfida ai divieti militari di dare rifugio a monaci contestatori. Ma il suo intento era ben altro. Anche se nelle prime tende improvvisate entrava l’acqua dei monsoni, da quel nucleo è nata la città aperta oggi perennemente in espansione, dove oltre a 600 tra monaci e monache vivono almeno 2500 persone, alloggiate perlopiù in case di bambù e legno, comunque con un tetto sulla testa e tre pasti caldi al giorno.
I problemi affrontati. Chiediamo a Sayadaw Ottamasara i problemi che ha dovuto affrontare per creare ed espandere un centro del genere: “Ho scelto questo luogo per farne un’oasi per yogi meditatori non distante dalla città – dice – e nel 2008 non era affatto sviluppato. Ora i collegamenti sono migliorati ma non ci sono ancora strade adeguate, elettricità regolare e acqua, e gran parte degli alberi vennero abbattuti quell’anno dal ciclone Nargis. Prima di questo avevo aperto un centro dentro Rangoon (all’ottavo piano di un edificio che alloggiava 100 meditatori, ndr), ma la situazione politica non permetteva gli assembramenti di troppe persone in città e ci siamo trasferiti qui”.
Come descrive lo spirito del suo centro? “Pratichiamo per rendere la mente stabile e pacifica, ma per questo dobbiamo anche accettare dei sacrifici negli spazi comuni. Nel passato pochi si prendevano cura degli altri in difficoltà per la paura di avere problemi con il governo (durante la dittatura non si poteva cambiare facilmente nemmeno la residenza, ndr), ma oggi chiunque puo’ venire da noi. Molti sono disoccupati, gente senza soldi e lavoratori che non possono permettersi l’affitto di una casa, monaci senza monastero, persone che cercano conforto al termine dell’esistenza. In sette anni più di 600 persone sono venute a morire qui”.
“Abbiamo i soldi dei donatori e molta terra". "Ma servono volontari - aggiunge - e materiale per costruire le case e chiediamo a chi vuole aiutarci di fare cio’ che possono, ovunque c’è l’opportuinità di realizzare una buona azione. Questo non è un posto dove si fa politica o lavoro sociale. In una società normale tutti pensano a sé stessi. Prima anche io avevo parenti e affetti dei quali prendermi cura, ma ora chiunque qui attorno è la mia famiglia, e so che, se non mi distacco dai miei desideri o impulsi, continuerei a essere schiavo dell’ego, del sè, mentre solo una mente libera puo’ aiutarci a superare ogni limite”.
L'aiuto di una monaca italiana. Grazie a una monaca italiana discepola del Sayadaw che ha preso il nome di Khemacari e vive qui da 4 anni, visitiamo il centro Thabarwa alloggiando in una delle casette spartane che sorgono nel boschetto attorno alla piccola città perennemente in costruzione, dove l’unica struttura massiccia di cemento è il nuovo ospedale a 6 piani quasi ultimato. Khemacari spiega che, nonostante sia un centro per la meditazione, nessuno è obbligato a sedersi in posizione buddhista, a praticare e ascoltare i sermoni del sayadaw o degli altri monaci maestri.
Un modello in scala ridotta. Alla base del concetto di città aperta sta il principio della responsabilità individuale in un luogo dove ognuno risente e si avvantaggia pero’ in un modo o nell’altro del clima pacifico e collaborativo di questo villaggio, dove la parola “libertà” e la parola “mente” sono saldate dall’estremo concetto del “non attaccamento al mondo che appare”. Per questo la politica è bandita, anche se l’attività di Ottamasara si sta espandendo a macchia d’olio e potrebbe destare l’attenzione di quanti sono sempre pronti a sfruttare certi fenomeni sociali o religiosi per il proprio tornaconto elettorale. Per ora è un modello in scala ridotta della società birmana, specialmente quella dei poveri e degli abbandonati, dei quali nessuno puo’ o vuole prendersi cura fuori da questa oasi. Ma anche qualche ricco vi prende rifugio, convinto dall’idea del Sayadaw di non dare peso ai possessi terreni perché non garantiscono serenità e affetti duraturi.
Donne separate o sole. Incontriamo donne separate o sole e altre che si sono fatte suore lasciando la famiglia per assistere le decine di orfani del centro, i malati di Hiv e di tubercolosi, di cancro e gli handicappati. Anche se le medicine non mancano, tutti sono liberi di prenderle o meno, scegliendo in alternativa di meditare sulla vera origine del male pacificando la mente timorosa della sofferenza fisica prima che abbandoni il corpo. Molti se ne sono andati così, ma altri – secondo i racconti dei devoti che pregano Ottamasara come un Buddha della medicina – sono guariti miracolosamente e oggi lavorano volontariamente per il centro.
I farmaci, l'aspetto più controverso. Impossibile verificare i casi citati in pochi giorni, ma quello dei farmaci è certo uno degli aspetti potenzialmente più controversi della pratica estrema di lberazione dagli attaccamenti insegnata da Ottamasara. “Il legame tra verità originaria e verità creata – dice il Sayadaw - è solo per il nostro uso. Solo per averne esperienza. Non per pensare che si tratti di qualcosa reale. Giovani e vecchi, malati e sani, vita e morte, ogni situazione opposta è solo da sperimentare senza ritenerla reale”.
L'accoglienza nella serenità. Non è facile comprendere il tipo di trasformazione spirituale richiesta a ciascun abitante della città di Thabarwa per liberarsi da ogni abitudine passata, ma ho visto malati mentali accolti con serenità e assistiti nei bisogni quotidiani o durante le crisi, senza sistemi coercitivi o sedativi pesanti, liberi di girare e interloquire con chiunque, privi di timori e inoffensivi. Ora altri 30 centri stanno sorgendo in tutto il Paese e 70 appezzamenti di terra sono stati comprati con le cospicue donazioni ricevute, ma anche dall’estero giungono richieste per avviare esperienze analoghe.
La banca "Robin Hood". Su idea di Sayadaw Ottamasara è sorta anche la banca Parahito Kutho, o “delle azioni meritevoli”, un istituto di credito che finanzia i poveri con i soldi dei ricchi. L’iniziativa è nata nel 2015 in una città dello Stato Shan e ora altre “filiali” sorgono un po’ ovunque, per aiutare sopratutto le vittime di disastri naturali ma anche gente bisognosa di un aiuto economico, senza troppe pratiche burocratiche e garanzie.
La vicenda di Ahyin. Lasciamo la città aperta di Thabarwa dopo un ultimo giro tra le strade spesso di terra e le casupole di bambù e legno vicino alle quali scorrono i canali di scarico a cielo aperto, un cantiere in piena attività dove gli ospiti continuano a giungere da ogni luogo del Paese, trovando una sistemazione senza troppi conforti, ma con la garanzia di poter restare tutto il tempo che sarà necessario. Come Ahyin, che era rimasta paralizzata per un incidente e ha preferito trasferirsi qui, prendendo i voti da monaca. “Né a casa mia né dentro i monasteri normali avrebbero preso una come me”, racconta. C’è anche un’ala per i volontari occidentali che in cambio di un pasto e dei corsi gratuiti di meditazione svolgono qualche piccolo lavoro, accompagnano i disabili come Ahyin in carrozzella, li lavano e magari gli insegnano qualche tecnica di yoga.
Un mondo parallelo in un mondo imperfetto. Al termine, resta l’impressione di un esperimento unico, dove gli “esuli” da un mondo imperfetto cercano di crearne un altro parallelo privo dei difetti di quello che hanno lasciato. Nessuno puo’ essere sicuro di vincere la sfida, perché la pace mentale invocata dal Sayadaw è la mèta più alta e dunque difficile per ogni società umana di questa nuova era, dove si cercano ovunque idee di convivenza come quelle sperimentate a Thabarwa, antidoti al degrado umano e morale dilagante, alle guerre e a ogni conflitto familiare o etnico, fonte di povertà e paura.
La visita in Italia di Ottamasara. Dal 21 maggio per alcuni giorni sarà in Italia il monaco birmano Ven. Sayadaw Ottamasara della tradizione buddhista Theravada, fondatore di un celebre centro di meditazione vicino Rangoon chiamato Thabarwa. Il primo incontro con i suoi insegnamenti di meditazione sarà a Genova sabato 21 maggio dalle 9 alle 16 nel tempio Sambudu Viharaya di Salita superiore Rondinella n. 10. I suoi insegnamenti dall’inglese saranno tradotti dalla sua discepola italiana Khemacari. Dal 24 al 27 Ottamasara guiderà un ritiro su “Consapevolezza e lavoro di gruppo” al Monastero Santa Maria Ripa, Montecatini Alto (prenotazioni: info@alessandrabruni.it /meditazionetheravada@gmail.com Cell. 327 1779456 Alessandra). Per informazioni sul programma, che comprende il 28 un giorno di incontri a Firenze presso il Centro Samadhi di via Carlo del Prete 10, rivolgersi a 339 7262753 (monaco Taehye) / 392 7498954 (monaco Kusalananda).
Per introdurre l’attività di Sayadaw Ottamasara, questo è il racconto della visita di due giorni nel suo Centro vicino alla ex capitale birmana.
Un luogo per i vivi. Se il paragone calzasse fino in fondo, viste le differenze religiose e di metodo, Sayadaw Ottamasara potrebbe considerarsi una reincarnazione di Madre Teresa, e a sua volta è andato incontro a molte difficoltà per realizzare il suo progetto. Mentre la monaca albanese destinata a divenire santa il prossimo 4 settembre aprì una casa dei morenti dove accoglieva i malati terminali per assisterli con dignità nelle loro ultime ore di vita, Ottamasara ha creato un posto per i vivi, più vicina alla Città della Gioia descritta dallo scrittore francese Lapierre che al lugubre Centro di Kalighat, nel cuore di Calcutta in l’India. Ma anche qui a Rangoon giungono uomini e donne alla ricerca di un luogo dove abbandonare il mondo assistiti da un “uomo santo” e circondati dai suoi discepoli, nella speranza di una reincarnazione migliore se non la liberazione completa dal ciclo di nascite e rinascite.
Le traversìe durante il regime militare. Thabarwa – che vuol dire “Naturale” - è un campo-villaggio cominciato a sorgere otto anni fa su pochi ettari di terreno lontano dalla città. A quel tempo il regime militare sembrava inamovibile e la leader dell’opposizione Aung San Suu Kyi, oggi al governo, viveva ancora agli arresti domiciliari. Duecento monaci si trovavano costretti a vagabondare affamati e impauriti perché nessun convento poteva o voleva accettarli, essendo sospettati a torto o a ragione di aver partecipato alla Rivoluzione di Zafferano, l'ultima ribellione di massa contro i generali al potere da mezzo secolo, prima dell’avvio dell’attuale processo democratico.
Una città aperta in espansione. Ottamasara aveva comprato prima tre, poi 50 acri di terra e li mise a loro disposizione, nonostante l’ostilità di altri Sayadaw vicini alle stanze del potere e dei generali, che non vedevano di buon occhio quella sua scelta, intesa come una sfida ai divieti militari di dare rifugio a monaci contestatori. Ma il suo intento era ben altro. Anche se nelle prime tende improvvisate entrava l’acqua dei monsoni, da quel nucleo è nata la città aperta oggi perennemente in espansione, dove oltre a 600 tra monaci e monache vivono almeno 2500 persone, alloggiate perlopiù in case di bambù e legno, comunque con un tetto sulla testa e tre pasti caldi al giorno.
I problemi affrontati. Chiediamo a Sayadaw Ottamasara i problemi che ha dovuto affrontare per creare ed espandere un centro del genere: “Ho scelto questo luogo per farne un’oasi per yogi meditatori non distante dalla città – dice – e nel 2008 non era affatto sviluppato. Ora i collegamenti sono migliorati ma non ci sono ancora strade adeguate, elettricità regolare e acqua, e gran parte degli alberi vennero abbattuti quell’anno dal ciclone Nargis. Prima di questo avevo aperto un centro dentro Rangoon (all’ottavo piano di un edificio che alloggiava 100 meditatori, ndr), ma la situazione politica non permetteva gli assembramenti di troppe persone in città e ci siamo trasferiti qui”.
Come descrive lo spirito del suo centro? “Pratichiamo per rendere la mente stabile e pacifica, ma per questo dobbiamo anche accettare dei sacrifici negli spazi comuni. Nel passato pochi si prendevano cura degli altri in difficoltà per la paura di avere problemi con il governo (durante la dittatura non si poteva cambiare facilmente nemmeno la residenza, ndr), ma oggi chiunque puo’ venire da noi. Molti sono disoccupati, gente senza soldi e lavoratori che non possono permettersi l’affitto di una casa, monaci senza monastero, persone che cercano conforto al termine dell’esistenza. In sette anni più di 600 persone sono venute a morire qui”.
“Abbiamo i soldi dei donatori e molta terra". "Ma servono volontari - aggiunge - e materiale per costruire le case e chiediamo a chi vuole aiutarci di fare cio’ che possono, ovunque c’è l’opportuinità di realizzare una buona azione. Questo non è un posto dove si fa politica o lavoro sociale. In una società normale tutti pensano a sé stessi. Prima anche io avevo parenti e affetti dei quali prendermi cura, ma ora chiunque qui attorno è la mia famiglia, e so che, se non mi distacco dai miei desideri o impulsi, continuerei a essere schiavo dell’ego, del sè, mentre solo una mente libera puo’ aiutarci a superare ogni limite”.
L'aiuto di una monaca italiana. Grazie a una monaca italiana discepola del Sayadaw che ha preso il nome di Khemacari e vive qui da 4 anni, visitiamo il centro Thabarwa alloggiando in una delle casette spartane che sorgono nel boschetto attorno alla piccola città perennemente in costruzione, dove l’unica struttura massiccia di cemento è il nuovo ospedale a 6 piani quasi ultimato. Khemacari spiega che, nonostante sia un centro per la meditazione, nessuno è obbligato a sedersi in posizione buddhista, a praticare e ascoltare i sermoni del sayadaw o degli altri monaci maestri.
Un modello in scala ridotta. Alla base del concetto di città aperta sta il principio della responsabilità individuale in un luogo dove ognuno risente e si avvantaggia pero’ in un modo o nell’altro del clima pacifico e collaborativo di questo villaggio, dove la parola “libertà” e la parola “mente” sono saldate dall’estremo concetto del “non attaccamento al mondo che appare”. Per questo la politica è bandita, anche se l’attività di Ottamasara si sta espandendo a macchia d’olio e potrebbe destare l’attenzione di quanti sono sempre pronti a sfruttare certi fenomeni sociali o religiosi per il proprio tornaconto elettorale. Per ora è un modello in scala ridotta della società birmana, specialmente quella dei poveri e degli abbandonati, dei quali nessuno puo’ o vuole prendersi cura fuori da questa oasi. Ma anche qualche ricco vi prende rifugio, convinto dall’idea del Sayadaw di non dare peso ai possessi terreni perché non garantiscono serenità e affetti duraturi.
Donne separate o sole. Incontriamo donne separate o sole e altre che si sono fatte suore lasciando la famiglia per assistere le decine di orfani del centro, i malati di Hiv e di tubercolosi, di cancro e gli handicappati. Anche se le medicine non mancano, tutti sono liberi di prenderle o meno, scegliendo in alternativa di meditare sulla vera origine del male pacificando la mente timorosa della sofferenza fisica prima che abbandoni il corpo. Molti se ne sono andati così, ma altri – secondo i racconti dei devoti che pregano Ottamasara come un Buddha della medicina – sono guariti miracolosamente e oggi lavorano volontariamente per il centro.
I farmaci, l'aspetto più controverso. Impossibile verificare i casi citati in pochi giorni, ma quello dei farmaci è certo uno degli aspetti potenzialmente più controversi della pratica estrema di lberazione dagli attaccamenti insegnata da Ottamasara. “Il legame tra verità originaria e verità creata – dice il Sayadaw - è solo per il nostro uso. Solo per averne esperienza. Non per pensare che si tratti di qualcosa reale. Giovani e vecchi, malati e sani, vita e morte, ogni situazione opposta è solo da sperimentare senza ritenerla reale”.
L'accoglienza nella serenità. Non è facile comprendere il tipo di trasformazione spirituale richiesta a ciascun abitante della città di Thabarwa per liberarsi da ogni abitudine passata, ma ho visto malati mentali accolti con serenità e assistiti nei bisogni quotidiani o durante le crisi, senza sistemi coercitivi o sedativi pesanti, liberi di girare e interloquire con chiunque, privi di timori e inoffensivi. Ora altri 30 centri stanno sorgendo in tutto il Paese e 70 appezzamenti di terra sono stati comprati con le cospicue donazioni ricevute, ma anche dall’estero giungono richieste per avviare esperienze analoghe.
La banca "Robin Hood". Su idea di Sayadaw Ottamasara è sorta anche la banca Parahito Kutho, o “delle azioni meritevoli”, un istituto di credito che finanzia i poveri con i soldi dei ricchi. L’iniziativa è nata nel 2015 in una città dello Stato Shan e ora altre “filiali” sorgono un po’ ovunque, per aiutare sopratutto le vittime di disastri naturali ma anche gente bisognosa di un aiuto economico, senza troppe pratiche burocratiche e garanzie.
La vicenda di Ahyin. Lasciamo la città aperta di Thabarwa dopo un ultimo giro tra le strade spesso di terra e le casupole di bambù e legno vicino alle quali scorrono i canali di scarico a cielo aperto, un cantiere in piena attività dove gli ospiti continuano a giungere da ogni luogo del Paese, trovando una sistemazione senza troppi conforti, ma con la garanzia di poter restare tutto il tempo che sarà necessario. Come Ahyin, che era rimasta paralizzata per un incidente e ha preferito trasferirsi qui, prendendo i voti da monaca. “Né a casa mia né dentro i monasteri normali avrebbero preso una come me”, racconta. C’è anche un’ala per i volontari occidentali che in cambio di un pasto e dei corsi gratuiti di meditazione svolgono qualche piccolo lavoro, accompagnano i disabili come Ahyin in carrozzella, li lavano e magari gli insegnano qualche tecnica di yoga.
Un mondo parallelo in un mondo imperfetto. Al termine, resta l’impressione di un esperimento unico, dove gli “esuli” da un mondo imperfetto cercano di crearne un altro parallelo privo dei difetti di quello che hanno lasciato. Nessuno puo’ essere sicuro di vincere la sfida, perché la pace mentale invocata dal Sayadaw è la mèta più alta e dunque difficile per ogni società umana di questa nuova era, dove si cercano ovunque idee di convivenza come quelle sperimentate a Thabarwa, antidoti al degrado umano e morale dilagante, alle guerre e a ogni conflitto familiare o etnico, fonte di povertà e paura.
La visita in Italia di Ottamasara. Dal 21 maggio per alcuni giorni sarà in Italia il monaco birmano Ven. Sayadaw Ottamasara della tradizione buddhista Theravada, fondatore di un celebre centro di meditazione vicino Rangoon chiamato Thabarwa. Il primo incontro con i suoi insegnamenti di meditazione sarà a Genova sabato 21 maggio dalle 9 alle 16 nel tempio Sambudu Viharaya di Salita superiore Rondinella n. 10. I suoi insegnamenti dall’inglese saranno tradotti dalla sua discepola italiana Khemacari. Dal 24 al 27 Ottamasara guiderà un ritiro su “Consapevolezza e lavoro di gruppo” al Monastero Santa Maria Ripa, Montecatini Alto (prenotazioni: info@alessandrabruni.it /meditazionetheravada@gmail.com Cell. 327 1779456 Alessandra). Per informazioni sul programma, che comprende il 28 un giorno di incontri a Firenze presso il Centro Samadhi di via Carlo del Prete 10, rivolgersi a 339 7262753 (monaco Taehye) / 392 7498954 (monaco Kusalananda).
Per introdurre l’attività di Sayadaw Ottamasara, questo è il racconto della visita di due giorni nel suo Centro vicino alla ex capitale birmana.