Mondo Solidale

Berlino, la storia di un pasticcere di successo fuggito dalle bombe di Homs

Il racconto di Tamem che dalla siria ha portato nella capitale tedesca l'arte pasticcera del suo Paese. E nel quartiere multietnico di Neukölln è diventato una specie di simbolo

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BERLINO - Nessun ricamo, tenda o orpello. Vedi già tutto attraverso le vetrate. Piramidi di dolci impilati su vassoi d’argento e scortati dalle etichette dei loro nomi, dai più noti baklava agli osh al balbul. Poco più in là, sotto l’insegna ocra della Damascus Konditorei, l’entrata che è un gran viavai di persone. Non solo emigrati siriani, ma anche tedeschi e turisti. Potere di un passaparola che a Berlino ha portato questa pasticceria siriana del quartiere multietnico di Neukölln a diventare una sorta di simbolo.

Tutti in fuga dalle bombe di Homs. “Oggi non possiamo lamentarci, ma alle spalle abbiamo una lunga storia”, dicono i tre fratelli che sei mesi fa hanno aperto il locale. Tutti e tre scappati dalle bombe che cadevano sulla loro Homs. Una fuga iniziata nel 2014, poi il lungo peregrinare dal Libano all’Egitto fino all’approdo in Germania, il destino che ha accomunato oltre 600mila siriani dallo scoppio della guerra. “E quando siamo stati qui, siccome era difficile trovare un posto di lavoro da richiedente l’asilo, ci siamo detti: perché non proviamo a fare qui quello che abbiamo sempre fatto”. A raccontarlo, è Tamem, 43 anni, il più giovane dei tre e una dimestichezza con miele e pistacchi che gli ha permesso di reagire di fronte agli ostacoli. Perché se c’è una cosa che viaggia con te anche quando sei in esilio è il tuo bagaglio di saperi. Soprattutto se appartengono a quell’arte pasticcera che in Siria si tramanda di generazione in generazione.

Pasticceri da 40 anni. “A Homs avevamo un negozio con molti dipendenti, un’attività di famiglia che durava da quarant’anni. All’inizio eravamo dubbiosi sul fatto che i nostri dolci potessero piacere anche ai tedeschi”. Ma basta vedere le facce dei clienti davanti a questi impasti zuccherosi, fatti di noci, aromi e formaggi, per capire che non è stato così. Del resto, Berlino rimane la città che, nonostante la ferita dell’attentato al mercatino di Natale scorso, non sembra aver smarrito le sue consuete bussole. Il partito dell’estrema destra Alternative für Deutschland è cresciuto nelle ultime votazioni regionali ma non pare aver attecchito nella mentalità diffusa, così come qui, prima, le manifestazioni anti-Islam di Pegida erano state fallimentari. In compenso, lo sforzo per l’accoglienza nei confronti dell’ondata di nuovi migranti è stato notevole e, ovviamente, non privo di difficoltà. Qualcosa che un dolce, però, può mitigare almeno per qualche istante.

Quei sapori che ricordano casa. “Sono i sapori che mi ricordano casa, perché in Siria è pieno di posti così” dice Leen, 19 anni, mentre addenta da un piatto di plastica un dolce. Lei, una diciannovenne palestinese che fino allo scorso anno viveva a Damasco, ma che poi è partita alla volta della Germania. “Da noi non c’erano le bombe, ma quando hai la guerra vicina non sai mai cosa ti può succedere, per questo la mia famiglia ha deciso di andar via”. Al suo fianco, il cugino Omar, di un anno più grande di lei, che alla domanda su dove s’immagina il futuro risponde secco con un “qui” senza nostalgia. Nonostante le loro vite siano sospese, in tanti - fuggiti dalla Siria - frequentano al mattino corsi di lingua o di addestramento professionale. Alcuni possono essere chiamati anche qui, alla pasticceria, perché i tre fratelli, visto il successo ottenuto, sono arrivati ad avere otto dipendenti.

"I tedeschi ci hanno accolto, ma la burocrazia..." “Il problema principale è il lavoro” racconta ancora Temem “qui ogni giorno ho a che fare con tante persone che entrano da quella porta, mi cercano e mi chiedono come posso aiutarli. Io do tutti i numeri di telefono di cui dispongo, e consigli a non finire”. Non per tutti c’è lo stesso destino. Basta fare qualche passo più in là per trovare Nizar. Tiene in braccio il suo bambino e dice “sì, i tedeschi ci hanno accolto,  ma poi la burocrazia e i tempi lunghi per ottenere il permesso di lavorare rendono tutto più difficile. Così com’è difficile avere rapporti personali con la gente del posto”. Per questo poi tanti si riversano su questa lunga via di Berlino, la Sonnenallee, la strada araba, come viene chiamata per la concentrazione di locali, negozi, bazar mediorientali. Quella stessa strada che all’epoca del muro veniva bruscamente tagliata in due tra est e ovest, ora a distanza di anni sembra essersi ricucita attraverso le varie immigrazioni arabe. Vengono qui, perché qui tutti parlano la loro lingua e possono comprare i propri prodotti. Non c’è bar, ristorante o caffè che non abbia le insegne in arabo. Ma così facendo non si creano altri muri mentali?

Il rischio delle comunità separate. “La cosa da evitare è proprio questa. Che si creino due comunità separate, per questo occorre incentivare il più possibile un dialogo”. Un dialogo che, come ci spiega il siriano Samir, 38 anni, può prendere anche la forma di un tour che invita chiunque, una volta alla settimana, a visitare questa parte di Berlino attraverso gli occhi di un rifugiato. Lo organizza un’associazione no-profit (Querstadtein) e lui - con un microfonino piegato sulla bocca - fa da guida, incrociando le camminate con il racconto dei suoi ricordi. “Sono arrivato qui nell’ottobre 2015 dopo un viaggio di 30 giorni: da Damasco alla Turchia e poi il tragitto della rotta balcanica. Nella mia città d’origine, avevo tutto: studi in legge, un buon posto di lavoro come manager eppure sono stato costretto a partire, perdendo tutto e ricominciando una nuova vita da capo”.

Prima tappa: gli uffici in Turmstrasse. Dallo zaino tira fuori una cartina esplicativa. E là, in mezzo, ci sono i tanti soldi spesi per il viaggio (dai 3000 dollari in su), i pericoli per l’attraversamento del mare e la mafia degli scafisti. Memorie che ritornano, mentre Samir scarta nelle stradine laterali, portando i suoi visitatori in un percorso a tappe, nei punti di ritrovo per nuovi e vecchi emigrati. “Quasi tutti i rifugiati, arrivati a Berlino, fanno lo stesso percorso. Prima tappa: gli uffici in Turmstrasse della LaGeSo, il servizio regionale per l’assistenza sociale dove si viene spartiti nei centri di accoglienza. Il più grande è quello a Tempelhof, negli hangar dell’ex-aeroporto. Stanze dove si sta stipati in migliaia”.

"La mia grande speranza". Un impatto duro all’inizio, due metri quadrati per ciascuno, cibo razionato, ma Samir tiene subito a precisare che la cosa più faticosa è un’altra: il non avere niente da fare. “È la mia grande speranza: poter dire grazie alla Germania e ai tedeschi, lavorando o facendo cose utili e non solo per i soldi dell’assistenza”. E per iniziare a togliere i pregiudizi e cercare di non trattare più i rifugiati da “rifugiati”, eccolo lì a distribuire bigliettini in arabo che ognuno deve cercare di ritrovare nelle insegne dei negozi. Luoghi di prima necessità: supermercato, farmacia, barbiere. Così, giusto per capire com’è la vita di ogni giorno per chi approda in un mondo altro, per una volta a ruoli invertiti.