Giava, il villaggio degli idioti, la rivoluzione basagliana nel sudest asiatico
di RAIMONDO BULTRINIPrima, ghetto per dementi nella parte orientale di Giava. Poi, luogo di riscatto dove ora i pazienti si guadagnano da vivere vendendo borse e stuoie fatte a mano
BANGKOK - Li hanno chiamati i “villaggi degli idioti", un nome che non fa piacere agli abitanti del distretto di Ponorogo in Indonesia dove è stata riscontrata la più alta concentrazione di persone con disturbi mentali. Il triste record appartiene a borghi come Karangpatihan, Krebet, Sidoharjo e Pandak nella parte orientale di Giava, e una delle poche spiegazioni plausibili risale alla grave carestia degli anni ’60 che ridusse le difese immunitarie della popolazione a limiti storici.
Molti incatenati per anni. Migliaia di abitanti affetti da ogni genere di conseguenza della mancanza di cibo sostanzioso erano poveri contadini dell’entroterra che hanno sviluppato diversi tipi di malattie, comprese quelle della cognizione e moltissimi sono stati incatenati per anni non potendo o non volendo accudirli per varie ragioni spesso legate alla necessità dei familiari di non lasciarli in giro con le loro turbe senza alcuna assistenza in struttur…
Molti incatenati per anni. Migliaia di abitanti affetti da ogni genere di conseguenza della mancanza di cibo sostanzioso erano poveri contadini dell’entroterra che hanno sviluppato diversi tipi di malattie, comprese quelle della cognizione e moltissimi sono stati incatenati per anni non potendo o non volendo accudirli per varie ragioni spesso legate alla necessità dei familiari di non lasciarli in giro con le loro turbe senza alcuna assistenza in struttur…
BANGKOK - Li hanno chiamati i “villaggi degli idioti", un nome che non fa piacere agli abitanti del distretto di Ponorogo in Indonesia dove è stata riscontrata la più alta concentrazione di persone con disturbi mentali. Il triste record appartiene a borghi come Karangpatihan, Krebet, Sidoharjo e Pandak nella parte orientale di Giava, e una delle poche spiegazioni plausibili risale alla grave carestia degli anni ’60 che ridusse le difese immunitarie della popolazione a limiti storici.
Molti incatenati per anni. Migliaia di abitanti affetti da ogni genere di conseguenza della mancanza di cibo sostanzioso erano poveri contadini dell’entroterra che hanno sviluppato diversi tipi di malattie, comprese quelle della cognizione e moltissimi sono stati incatenati per anni non potendo o non volendo accudirli per varie ragioni spesso legate alla necessità dei familiari di non lasciarli in giro con le loro turbe senza alcuna assistenza in strutture sanitarie adeguate. Ora però molti di questi pazienti stanno guadagnandosi perfino un piccolo salario vendendo borse, stuoie fatte a mano e uova. Gran parte del merito va a un certo Eko Mulyadi, capo del villaggio di Karangpatihan che ha creduto nella possibilità di riabilitare invece che incatenare, mentre la stampa rivelava al mondo l’entità del dramma di questo distretto: ben 400 “matti” su poche migliaia di abitanti, quasi uno ogni famiglia.
Un dossier di Human Rights Watch. Gran parte sono rimasti con le catene o dentro gabbie chiuse coi lucchetti per anni se non decenni, una pratica comune nota come "pasung", che prevede anche i tentativi dei sacerdoti e sciamani (guardati con sospetto ma talvolta usati anche dai musulmani di Giava) di liberarli da qualche possessione degli spiriti, che in realtà hanno ben poco a che fare con le origini del male. Human Rights Watch ha sostenuto in un dossier di due anni fa che mentre la pratica era stata bandita nel 1977 dal governo indonesiano, decine di migliaia di persone con un disturbo mentale erano ancora incatenate e legate al letto o in gabbia. "Negli anni ‘60’ la gente - in particolare le donne incinte - mangiava solo quello che aveva, spesso qualche tubero di manioca nato su un suolo malsano", ha detto Mulyadi alla ABC. Ma ha aggiunto che il loro male non era legato soltanto alla carestia, bensì anche ai disordini di quegli anni e alle persecuzioni anticomuniste dei dittatori in un clima di sanguinosa persecuzione in tutto l’arcipelago.
Qualcosa migliora grazie alle donazioni. Molti dei “villaggi degli idioti” come li ha chiamati la stampa nazionale e straniera vivono su pendii ricoperti di terra difficile da coltivare e lontana da ogni arteria coi trasporti. Solo da poco la qualità della vita è migliorata grazie all’aiuto di molte donazioni seguite alle rivelazioni sulla stampa, ma secondo Mulyadi occorreva ben altro che i pacchetti alimentari e il riso. Da qui la sua idea di creare un semplice programma di sopravvivenza autogestito, dagli allevamenti di bestiame e pollame ai piccoli orti. “Abbiamo cominciato – spiega ad ABC – quando ci siamo resi conto che la gente non avrebbe continuato ad aiutarli ancora a lungo, e che se accadeva sarebbero diventati ancora più dipendenti dal prossimo". Da qui la nascita di "Rumah Harapan" - o House of Hope - per coinvolgere i malati di mente direttamente nel programma che li avrebbe resi perfino utili al resto della comunità “sana”.
Un drastico calo dei malati. Gli abitanti del villaggio di Mulyadi hanno cominciato a vendere stuoie, tappetini, uova e polli prodotti dagli “idioti” oltre che pesci-gatto e bestiame dei loro allevamenti. Il fatto di non essere più sottovalutati, precisa il capo villaggio – è stata una delle cause della drastica riduzione delle malattie mentali, e oggi il numero si è ridotto a 100 persone, un calo significativo rispetto a dieci anni fa quando sono iniziati i primi interventi della sua organizzazione e di altri benefattori come Zainuri, un maestro artigiano che si è offerto di aiutare gli “idioti” a sviluppare l’abilità nella sua arte e ora lavorano con lui 25 volontari. Zainuri ha ammesso che ci è voluta molta pazienza per insegnare a persone con disturbi mentali spesso pesanti, ma il risultato è stato un premio alla costanza. "E’ sbagliato dire – ha detto - che le persone disabili intellettualmente non hanno capacità, solo che dobbiamo dargli la possibilità di apprendere”.
Una rivoluzione basagliana nel sudest asiatico. Gran parte della produzione realizzata dalle sue lezioni è in vendita ora nei grandi mercati della capitale Giacarta e Surabaya, e invece di essere un peso gli ex malati in catene ora sono dei e propri capifamiglia con il più alto reddito. Ma non è finita qui. Il villaggio di Karangpatihan con il suo intraprendente leader sta ora cercando di togliersi la reputazione di "villaggio degli idioti" e aprire ai turisti le bellezze del circondario. Ma la fama della storia di questa sorta di "Nido del cuculo" giavanese servirà evidentemente come calamita di attrazione, visto che tra i progetti del signor Mulyadi c’è quello di mostrare ai visitatori “come queste persone creano qualcosa con le loro mani". Il modello di Karangpatihan sta già attirando altri villaggi con problemi analoghi nel resto dell’arcipelago. Una rivoluzione "basagliana" nel sudest asiatico che molti studiosi di psicologia vorrebbero esaminare.
Molti incatenati per anni. Migliaia di abitanti affetti da ogni genere di conseguenza della mancanza di cibo sostanzioso erano poveri contadini dell’entroterra che hanno sviluppato diversi tipi di malattie, comprese quelle della cognizione e moltissimi sono stati incatenati per anni non potendo o non volendo accudirli per varie ragioni spesso legate alla necessità dei familiari di non lasciarli in giro con le loro turbe senza alcuna assistenza in strutture sanitarie adeguate. Ora però molti di questi pazienti stanno guadagnandosi perfino un piccolo salario vendendo borse, stuoie fatte a mano e uova. Gran parte del merito va a un certo Eko Mulyadi, capo del villaggio di Karangpatihan che ha creduto nella possibilità di riabilitare invece che incatenare, mentre la stampa rivelava al mondo l’entità del dramma di questo distretto: ben 400 “matti” su poche migliaia di abitanti, quasi uno ogni famiglia.
Un dossier di Human Rights Watch. Gran parte sono rimasti con le catene o dentro gabbie chiuse coi lucchetti per anni se non decenni, una pratica comune nota come "pasung", che prevede anche i tentativi dei sacerdoti e sciamani (guardati con sospetto ma talvolta usati anche dai musulmani di Giava) di liberarli da qualche possessione degli spiriti, che in realtà hanno ben poco a che fare con le origini del male. Human Rights Watch ha sostenuto in un dossier di due anni fa che mentre la pratica era stata bandita nel 1977 dal governo indonesiano, decine di migliaia di persone con un disturbo mentale erano ancora incatenate e legate al letto o in gabbia. "Negli anni ‘60’ la gente - in particolare le donne incinte - mangiava solo quello che aveva, spesso qualche tubero di manioca nato su un suolo malsano", ha detto Mulyadi alla ABC. Ma ha aggiunto che il loro male non era legato soltanto alla carestia, bensì anche ai disordini di quegli anni e alle persecuzioni anticomuniste dei dittatori in un clima di sanguinosa persecuzione in tutto l’arcipelago.
Qualcosa migliora grazie alle donazioni. Molti dei “villaggi degli idioti” come li ha chiamati la stampa nazionale e straniera vivono su pendii ricoperti di terra difficile da coltivare e lontana da ogni arteria coi trasporti. Solo da poco la qualità della vita è migliorata grazie all’aiuto di molte donazioni seguite alle rivelazioni sulla stampa, ma secondo Mulyadi occorreva ben altro che i pacchetti alimentari e il riso. Da qui la sua idea di creare un semplice programma di sopravvivenza autogestito, dagli allevamenti di bestiame e pollame ai piccoli orti. “Abbiamo cominciato – spiega ad ABC – quando ci siamo resi conto che la gente non avrebbe continuato ad aiutarli ancora a lungo, e che se accadeva sarebbero diventati ancora più dipendenti dal prossimo". Da qui la nascita di "Rumah Harapan" - o House of Hope - per coinvolgere i malati di mente direttamente nel programma che li avrebbe resi perfino utili al resto della comunità “sana”.
Un drastico calo dei malati. Gli abitanti del villaggio di Mulyadi hanno cominciato a vendere stuoie, tappetini, uova e polli prodotti dagli “idioti” oltre che pesci-gatto e bestiame dei loro allevamenti. Il fatto di non essere più sottovalutati, precisa il capo villaggio – è stata una delle cause della drastica riduzione delle malattie mentali, e oggi il numero si è ridotto a 100 persone, un calo significativo rispetto a dieci anni fa quando sono iniziati i primi interventi della sua organizzazione e di altri benefattori come Zainuri, un maestro artigiano che si è offerto di aiutare gli “idioti” a sviluppare l’abilità nella sua arte e ora lavorano con lui 25 volontari. Zainuri ha ammesso che ci è voluta molta pazienza per insegnare a persone con disturbi mentali spesso pesanti, ma il risultato è stato un premio alla costanza. "E’ sbagliato dire – ha detto - che le persone disabili intellettualmente non hanno capacità, solo che dobbiamo dargli la possibilità di apprendere”.
Una rivoluzione basagliana nel sudest asiatico. Gran parte della produzione realizzata dalle sue lezioni è in vendita ora nei grandi mercati della capitale Giacarta e Surabaya, e invece di essere un peso gli ex malati in catene ora sono dei e propri capifamiglia con il più alto reddito. Ma non è finita qui. Il villaggio di Karangpatihan con il suo intraprendente leader sta ora cercando di togliersi la reputazione di "villaggio degli idioti" e aprire ai turisti le bellezze del circondario. Ma la fama della storia di questa sorta di "Nido del cuculo" giavanese servirà evidentemente come calamita di attrazione, visto che tra i progetti del signor Mulyadi c’è quello di mostrare ai visitatori “come queste persone creano qualcosa con le loro mani". Il modello di Karangpatihan sta già attirando altri villaggi con problemi analoghi nel resto dell’arcipelago. Una rivoluzione "basagliana" nel sudest asiatico che molti studiosi di psicologia vorrebbero esaminare.