ROMA - Nella Roma silenziosa delle sette di sera in piena pandemia, le poche persone che si vedono attorno alle stazioni dei treni sono essenzialmente loro. Gli amici di S. Egidio, i volontari e i senza dimora che vengono a prendere i pacchi-pasto preparati dalla rete della Comunità, circa un migliaio di sacchetti distribuiti nella Capitale ogni martedì. I luoghi di consegna sono le principali stazioni - Termini, Tiburtina, Ostiense, Tuscolana, S. Pietro - ma anche altri spazi, come Colle Oppio. Dopo un paio di mesi in cui, con lo scoppiare della pandemia, ho partecipato con due amiche del condominio alla preparazione dei sacchetti (1 panino, 1 uovo sodo, 1 frutto, 1 succo, 1 merendina) che venivano settimanalmente ritirati da Marco, volontario da anni per la comunità, martedì l’ho seguito per la prima volta alla distribuzione.
Adam, dalla stazione alla Rsa, dove ha preso il Covid. Prima tappa è la “centrale di smistamento”, sede di S. Egidio in via Dandolo, dove alcuni volontari portano i sacchetti preparati e raccolti in diverse zone di Roma mentre altri, come Eugenio, li vengono a prendere per distribuirli: a noi ne competono 130. Nel corso di un veloce scambio di informazioni, Roberto - una sessantina d’anni, volontario da quando ne aveva quindici - ci aggiorna sulle condizioni di Adam: “Un signore polacco di 77 anni. Viveva su una carrozzina alla stazione Termini dopo un incidente avuto mentre lavorava in nero all’October fest del Foro Italico”. “Era comunque amico del personale della stazione e si occupava della pulizia dei bagni”. “Poi siamo riusciti a inserirlo in una Rsa (Residenza saniaria assistenziale) ad Albano e proprio lì si è preso il Covid e ora è ricoverato in ospedale”.
La paura degli assembramenti e la voglia di una chiacchiera. Presi i sacchetti ci avviciniamo alla stazione Ostiense. Nell’ampio piazzale deserto ci sono una volante della polizia e un paio di uomini soli: uno ha scintillanti occhi azzurri, sotto il volto gonfio di rughe, che riflettono la luce dorata del tramonto. Marco mi spiega che in gran parte sono polacchi o rumeni, arrivati negli anni ’90-2000, “quelli che non ce l’hanno fatta, se vuoi vederla così”. Li avverte che la distribuzione sarà poco distante, ai giardinetti. Qui arrivano rapidamente gli altri volontari e, scaglionate, le persone che ritirano i pacchi. Si stabilisce un servizio d’ordine in cui i volontari sono allineati con i sacchetti da consegnare alle persone dopo che si sono disinfettate le mani distribuito in cima alla fila, e che velocemente devono allontanarsi. Ma accade che, tra una chiacchiera e una battuta le linee si rompono (anche se si è sempre attenti a mantenere il metro di distanza), e volontari e “utenti” a volte non li distingui, tanto i senza fissa dimora ai tempi del Covid sono spesso gente che lavora - o meglio ha lavorato fino a poco tempo fa - e tiene a essere percepita in questo modo.
Le badanti, Anna e Irina, cacciate per paura del virus. “Se mi trovi un lavoro io qui non ci torno mica”, precisa Anna, ucraina, venuta qui con un’amica che non vuole essere menzionata nel mio articolo (per questo i nomi usati sono tutti di fantasia): “Sono stata quindici anni in Italia, sempre lavorando come badante, poi questo maledetto virus, la famiglia dove stavo da due anni mi ha mandato via da un giorno all’altro!” insiste, “questo sì devi scriverlo!”. L’amica, Irina, ha una storia simile, insiste per darmi il suo numero nel caso conosca qualcuno che possa aver bisogno di lei: “Sono infermiera!” Anna è più anziana, sui 70 anni: “Non posso sollevare una persona, ma altri lavori posso ancora farli”. Loro due non vivono per strada, ancora possono contare su sistemazioni di fortuna, da amici, ma negli occhi e nella voce hanno una fretta che sembra chiedere: “Ancora per quanto?”.
Alberto, il libanese. Chi sembra rassegnato, ma è ancora capace di ironia e di conversazione, è Alberto, libanese, che ha tradotto così un nome arabo. Avrà una cinquantina d’anni, è venuto in Italia dopo un periodo in Germania, conosce dunque l’arabo, il tedesco, l’italiano e anche l’inglese. Ora non ha più un paese migliore in cui tornare. Poiché c’è il Ramadan molti ritirano il sacchetto e vanno via per mangiarlo più tardi quando il sole sarà tramontato. Gustavo invece è italiano, giovane, vive in un’auto e ha tanta voglia di parlare e scherzare. Per questo a volte viene richiamato all’ordine sulla distanza di sicurezza.
Ex carcerati e Rom usciti dai campi. Ci sono persone che sono stati in carcere per piccoli reati e poi non hanno saputo come inserirsi, “l’importante è che ora mantengano dei riferimenti, di luoghi in cui mangiare, lavarsi, vestirsi” dice Marco. Mi fa notare un paio di donne Rom, “hanno lasciato il campo e quindi anche la protezione pur minima che questo può dare loro”. Poi ci sono persone che non hanno casa per motivi probabilmente non economici, come una giovane italiana bionda, con un cane. Un ragazzo tunisino, ben vestito, un bel volto coperto da una mascherina, ha uno sguardo d’intesa con la volontaria Elisa, “Sono ormai 15 anni che ci conosciamo” dice lei, lui è arrivato a 20 anni, ha fatto lavoretti ma senza mai riuscire a trovare una stabilità tale da affrontare un periodo difficile come questo. Suoi riferimenti restano i volontari: “Abbiamo festeggiato insieme tanti compleanni..”.
Sotto la tettoia di un ufficio postale. Non mancano quelli più rumorosi, quelli che un goccetto l’hanno bevuto e provano ad attaccar briga parlando di politica: “E’ uno spazio di sfogo”, spiega Marco, che risponde sempre con battute, attento però a non creare tensioni, “se non c’era il Covid, rischiavi che t’abbracciavo”. Una donna senegalese, gioca con un monopattino, dice che è per il figlio di 4 anni, “però lui è in Spagna”. Mentre lei dorme sotto le tettoie di un ufficio postale, dimostra molto più di cinquanta anni e la risata provocatoria sembra nascondere un grande dolore.
Andrej e il volo per la Slovacchia mancato per il virus. Verso le otto la distribuzione termina e teniamo alcuni sacchetti per consegnarli a persone che, per vari motivi, non si sono recati alla stazione. Come Andrej che vive sotto il sagrato di una chiesa e ha metà volto distrutto da un tumore. “Non ha voluto essere curato qui per il timore di perdere il posto che la sorella gli ha trovato in un ospice nel suo Paese, la Slovacchia - racconta Marco - poi proprio quando finalmente l’elemosiniere del Papa gli aveva acquistato il biglietto per tornare è scoppiata l’emergenza Covid”. E quel volo dei primi di Marzo non è mai partito. E’ lui, l’uomo che si copre il volto con un fazzoletto - e a causa del suo aspetto teme di partecipare a pasti collettivi - l’ultimo a ricevere l’ultimo sacchetto-pasto della giornata. L’ultima chiacchiera, che attenua per qualche minuto quel senso di sconfitta che si portano dentro gli uomini e le (poche) donne che vivono in strada.
Adam, dalla stazione alla Rsa, dove ha preso il Covid. Prima tappa è la “centrale di smistamento”, sede di S. Egidio in via Dandolo, dove alcuni volontari portano i sacchetti preparati e raccolti in diverse zone di Roma mentre altri, come Eugenio, li vengono a prendere per distribuirli: a noi ne competono 130. Nel corso di un veloce scambio di informazioni, Roberto - una sessantina d’anni, volontario da quando ne aveva quindici - ci aggiorna sulle condizioni di Adam: “Un signore polacco di 77 anni. Viveva su una carrozzina alla stazione Termini dopo un incidente avuto mentre lavorava in nero all’October fest del Foro Italico”. “Era comunque amico del personale della stazione e si occupava della pulizia dei bagni”. “Poi siamo riusciti a inserirlo in una Rsa (Residenza saniaria assistenziale) ad Albano e proprio lì si è preso il Covid e ora è ricoverato in ospedale”.
La paura degli assembramenti e la voglia di una chiacchiera. Presi i sacchetti ci avviciniamo alla stazione Ostiense. Nell’ampio piazzale deserto ci sono una volante della polizia e un paio di uomini soli: uno ha scintillanti occhi azzurri, sotto il volto gonfio di rughe, che riflettono la luce dorata del tramonto. Marco mi spiega che in gran parte sono polacchi o rumeni, arrivati negli anni ’90-2000, “quelli che non ce l’hanno fatta, se vuoi vederla così”. Li avverte che la distribuzione sarà poco distante, ai giardinetti. Qui arrivano rapidamente gli altri volontari e, scaglionate, le persone che ritirano i pacchi. Si stabilisce un servizio d’ordine in cui i volontari sono allineati con i sacchetti da consegnare alle persone dopo che si sono disinfettate le mani distribuito in cima alla fila, e che velocemente devono allontanarsi. Ma accade che, tra una chiacchiera e una battuta le linee si rompono (anche se si è sempre attenti a mantenere il metro di distanza), e volontari e “utenti” a volte non li distingui, tanto i senza fissa dimora ai tempi del Covid sono spesso gente che lavora - o meglio ha lavorato fino a poco tempo fa - e tiene a essere percepita in questo modo.
Le badanti, Anna e Irina, cacciate per paura del virus. “Se mi trovi un lavoro io qui non ci torno mica”, precisa Anna, ucraina, venuta qui con un’amica che non vuole essere menzionata nel mio articolo (per questo i nomi usati sono tutti di fantasia): “Sono stata quindici anni in Italia, sempre lavorando come badante, poi questo maledetto virus, la famiglia dove stavo da due anni mi ha mandato via da un giorno all’altro!” insiste, “questo sì devi scriverlo!”. L’amica, Irina, ha una storia simile, insiste per darmi il suo numero nel caso conosca qualcuno che possa aver bisogno di lei: “Sono infermiera!” Anna è più anziana, sui 70 anni: “Non posso sollevare una persona, ma altri lavori posso ancora farli”. Loro due non vivono per strada, ancora possono contare su sistemazioni di fortuna, da amici, ma negli occhi e nella voce hanno una fretta che sembra chiedere: “Ancora per quanto?”.
Alberto, il libanese. Chi sembra rassegnato, ma è ancora capace di ironia e di conversazione, è Alberto, libanese, che ha tradotto così un nome arabo. Avrà una cinquantina d’anni, è venuto in Italia dopo un periodo in Germania, conosce dunque l’arabo, il tedesco, l’italiano e anche l’inglese. Ora non ha più un paese migliore in cui tornare. Poiché c’è il Ramadan molti ritirano il sacchetto e vanno via per mangiarlo più tardi quando il sole sarà tramontato. Gustavo invece è italiano, giovane, vive in un’auto e ha tanta voglia di parlare e scherzare. Per questo a volte viene richiamato all’ordine sulla distanza di sicurezza.
Ex carcerati e Rom usciti dai campi. Ci sono persone che sono stati in carcere per piccoli reati e poi non hanno saputo come inserirsi, “l’importante è che ora mantengano dei riferimenti, di luoghi in cui mangiare, lavarsi, vestirsi” dice Marco. Mi fa notare un paio di donne Rom, “hanno lasciato il campo e quindi anche la protezione pur minima che questo può dare loro”. Poi ci sono persone che non hanno casa per motivi probabilmente non economici, come una giovane italiana bionda, con un cane. Un ragazzo tunisino, ben vestito, un bel volto coperto da una mascherina, ha uno sguardo d’intesa con la volontaria Elisa, “Sono ormai 15 anni che ci conosciamo” dice lei, lui è arrivato a 20 anni, ha fatto lavoretti ma senza mai riuscire a trovare una stabilità tale da affrontare un periodo difficile come questo. Suoi riferimenti restano i volontari: “Abbiamo festeggiato insieme tanti compleanni..”.
Sotto la tettoia di un ufficio postale. Non mancano quelli più rumorosi, quelli che un goccetto l’hanno bevuto e provano ad attaccar briga parlando di politica: “E’ uno spazio di sfogo”, spiega Marco, che risponde sempre con battute, attento però a non creare tensioni, “se non c’era il Covid, rischiavi che t’abbracciavo”. Una donna senegalese, gioca con un monopattino, dice che è per il figlio di 4 anni, “però lui è in Spagna”. Mentre lei dorme sotto le tettoie di un ufficio postale, dimostra molto più di cinquanta anni e la risata provocatoria sembra nascondere un grande dolore.
Andrej e il volo per la Slovacchia mancato per il virus. Verso le otto la distribuzione termina e teniamo alcuni sacchetti per consegnarli a persone che, per vari motivi, non si sono recati alla stazione. Come Andrej che vive sotto il sagrato di una chiesa e ha metà volto distrutto da un tumore. “Non ha voluto essere curato qui per il timore di perdere il posto che la sorella gli ha trovato in un ospice nel suo Paese, la Slovacchia - racconta Marco - poi proprio quando finalmente l’elemosiniere del Papa gli aveva acquistato il biglietto per tornare è scoppiata l’emergenza Covid”. E quel volo dei primi di Marzo non è mai partito. E’ lui, l’uomo che si copre il volto con un fazzoletto - e a causa del suo aspetto teme di partecipare a pasti collettivi - l’ultimo a ricevere l’ultimo sacchetto-pasto della giornata. L’ultima chiacchiera, che attenua per qualche minuto quel senso di sconfitta che si portano dentro gli uomini e le (poche) donne che vivono in strada.