ROMA - Va in onda su RaiPlay, dal 29 dicembre, "Aria: un giro per il mondo senza andare in giro per il mondo, ma filmandolo tutto". I registi Porporati, Quatriglio, Vicari (assieme ai testimoni che filmano le loro storie), raccolgono documenti, video, riprese dal cellulare di italiani in clausura, lontano dall'Italia: dal Kenya al Brasile. L'intero ricavato andrà all'INMI Spallanzani, primo Istituto al mondo nel quale è stato isolato il Covid19, nella lotta contro il nemico che ci fa mancare l'aria.
La serie documentaria. "Aria" testimonia le storie di italiani che, al momento dell’esplosione della prima ondata della pandemia, si trovano in diverse parti del mondo: se ne parla da fine 2019, ma è a inizio 2020 che la pandemia sconvolge il pianeta, dalla Cina al Brasile, dal Kenya a una stanza da letto, o dentro un'ambulanza, o in un circo. In aprile, i registi Andrea Porporati, Costanza Quatriglio, Daniele Vicari, con Chiara Campara, Francesco Di Nuzzo, Flavia Montini, Pietro Porporati, Greta Scicchitano, coordinano le riprese, effettuate dai testimoni stessi, in condivisione e costante contatto tra loro. Sono proseguite fino a metà luglio, durante le fasi pandemiche, vissute in tempi e in modi differenti nel Pianeta, ma che hanno portato ovunque un compassionevole (patire insieme) senso di smarrimento. "Aria" sarà online, in 6 puntate da 25 minuti ciascuna, dal 29 dicembre prossimo, su RaiPlay.
Per l'Istituto Lazzaro Spallanzani. Il 20 aprile, i media comunicano la guarigione, grazie ai medici dell'Istituto Spallanzani di Roma dopo 49 giorni di cure, della coppia di Wuhan in Italia, la prima contagiata e registrata positiva, in Italia, al virus Sars-Cov2. Il 22 aprile, i ricercatori dello Spallanzani isolano, primi al mondo, il virus, responsabile della pandemia. La notizia gira il mondo e l'eccellenza dello Spallanzani rimbalza ovunque. Fino a oggi, ma in questa seconda fase ne abbiamo un po' già perso memoria, lo Spallanzani ha dato un contributo quasi unico, al livello mondiale, nella lotta al virus resistente e testardo. E' per questo motivo che gli autrori di Aria, la Minollo Film e RaiPlay hanno felicemente deciso di donare il ricavato della serie a questo Istituto.
Evocare e invocare "Aria". Sarà la mascherina, che ci fa ansimare, sarà che stiamo tutti dentro casa, con le finestre socchiuse per far circolare l'aria, sarà che invece la maggior parte della popolazione mondiale è troppo esposta al pericolo, come i senzatetto, sarà il richiamo alle opere liriche (dicono gli autori) nelle quali l'aria è il momento dell'introspezione dei protagonisti, ma quella parola sembra essere la più adatta a questi tempi di privazione planetaria. E allora, l'utilizzo del mezzo audiovisivo, per i registi di questa serie documentaria, diventa un modo per viaggiare lontanissimo, a testimonianza della comune incertezza, vulnerabilità, solitudine nostalgica che questo virus lascia dentro ciascuno di noi, sopravvissuti.
"Un gesto cinematografico condiviso". "Aria è stato un gesto impetuoso, nato confrontandoci e, ciascuno con tempi diversi e secondo il proprio tempo, abbiamo espresso le nostre esigenze, come cittadini, come registi, come persone - racconta Costanza Quatriglio, coregista della serie - è un lavoro che si è costruito in modo comune, assieme a giovani registi. Lo chiamerei un gesto cinematografico condiviso, fatto nella convinzione che raccontare questo periodo storico fosse utile. Crediamo molto nel lavoro cinematografico sul tempo, sul tempo di questi mesi e oltre. Non volevamo raccontare un singolo episodio, o una singola storia che guardasse all'emergenza in sé, ma fare un racconto comune, sullo svolgersi e sul proseguire dell'emergenza, nel tempo".
"Il Cinema documentario come atto di fiducia". "La risposta convinta dei testimoni che si sono raccontati con i loro telefoni, ci ha molto colpito: tutte le persone coinvolte hanno preso sul serio questo impegno, con passione e sincerità, affidandosi completamente al gruppo del lavoro - conclude Costanza Quatriglio - la fiducia, assieme al tempo, è un elemento basilare del Cinema documentario. Il risultato ci emoziona molto, perché è il frutto di un metodo di lavoro e di un processo creativo condivisi. Questa condivisione non è scontata e il risultato è molto arioso, appunto: un atto di libertà, liberazione, amore per la vita e per le persone. In questo racconto la cosa speciale è che, essendo i testimoni stessi a rappresentarsi, esce fuori la loro unicità di persone, singoli individui parte di un tutto. Il nostro impegno è stato dare il giusto valore a chi si è esposto con piena sincerità".