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Tunisia, la voce di Moha riemerge dal mutismo neurologico dove l’avevano segregata

Tra istituti e diagnosi senza appello, la storia di un bambino di tre anni con microcefalia che la semplice relazione umana ha riportato al linguaggio. La sfida alla logica della deprivazione
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TUNISI – Tra le mura di un istituto statale tunisino, dove il tempo sembra sospeso tra protocolli e carenze strutturali, la storia di “Moha” inizia come molte altre e rischia di finire allo stesso modo: archiviata troppo presto. “Non perdere tempo, non parla perché è handicappato”. La frase, pronunciata senza esitazione da chi avrebbe dovuto occuparsi della sua cura, suona come una sentenza. Non un’ipotesi clinica, ma una chiusura definitiva. Il bambino di tre anni affetto da microcefalia diventa, in quell’istante, un caso da non seguire oltre.

Eppure qualcosa resiste. Una volontaria italiana che frequenta l’istituto rifiuta che quella parola — “impossibile” — sia l’ultima del racconto. Inizia a osservare il bambino non come un contenitore vuoto, ma come una persona in attesa di stimoli. Gli parla, ripete gesti, aspetta, insiste. In un ambiente dove il tempo educativo è ridotto all’essenziale, la relazione diventa un atto controcorrente. Nel giro di pochi mesi, ciò che la previsione iniziale aveva escluso inizia a manifestarsi: sguardi che rispondono, movimenti che imitano, suoni che si ripetono. Poi qualcosa che assomiglia sempre più ad un linguaggio: Moha inizia a parlare. Non in modo lineare né secondo gli schemi attesi, ma abbastanza da incrinare la diagnosi originaria e riaprire il perimetro delle possibilità.

La vicenda si colloca in un sistema normativo che in Tunisia lascia margini molto stretti. La legge consente l’adozione quasi esclusivamente a coppie sposate di nazionalità tunisina e, in casi limitati, a cittadini tunisini con doppia nazionalità residenti all’estero. In questo quadro, la storia di Moha si muove sul confine tra protezione e distanza, tra cura e limiti formali. Ma è sul piano neurobiologico che assume un significato più ampio. La microcefalia non equivale ad un’assenza di sviluppo, ma ad un’organizzazione cerebrale alterata precocemente. Il cervello conserva infatti una straordinaria capacità di adattamento, la plasticità neuronale: le connessioni si riorganizzano, i circuiti si riconfigurano e alcune funzioni possono compensarsi. Questa capacità, però, non è automatica. Dipende anche dall’interazione umana. Quando Moha imita un gesto o ripete un suono, non sta semplicemente rispondendo: sta costruendo nuove connessioni cerebrali.

È un processo lento e fragile, profondamente influenzato dall’ambiente. Negli istituti, tuttavia, questo percorso si interrompe spesso prima di consolidarsi, non per responsabilità individuali, ma per carenze strutturali: pochi operatori, attenzione discontinua, scarsità di stimoli personalizzati. In assenza di una relazione stabile, il bambino si ritira e la previsione iniziale — “non parla” — rischia di trasformarsi in realtà. È un meccanismo documentato dalla letteratura scientifica, a partire dal Bucharest Early Intervention Project, che ha dimostrato come la deprivazione relazionale precoce possa compromettere linguaggio, capacità cognitive, regolazione emotiva e sviluppo motorio. Ciò che viene attribuito esclusivamente alla patologia è spesso anche il risultato dell’ambiente in cui il bambino cresce. La storia di Moha si colloca proprio in questa zona grigia, dove medicina, educazione e relazione si intrecciano. E dove una frase pronunciata come un verdetto può, talvolta, essere smentita non da un miracolo, ma dalla continuità ostinata di uno sguardo che non si arrende a diventare definitivo.

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