Arte

Ecco gli italiani che "controllano" l'arte Usa. Ma non chiamateli cervelli in fuga

Francesco Bonami, Valentina Castellani, Cecilia Alemani, Massimiliano Gioni, ricoprono ruoli importanti, sono a capo di gallerie prestigiose e musei di rilievo internazionale, radici italiane e almeno due passaporti. Ma dietro il successo, oltre la sfida, c'è una società meritocratica, quella americana, che ha creduto in loro

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CHICAGO - Giovani, ambiziosi e con la voglia di lasciare il segno. Hanno una formazione internazionale, radici italiane e almeno due passaporti che gli hanno permesso di conquistare il Nuovo Mondo. Ma non chiamateli "cervelli in fuga". Sono gli italiani che "controllano" l'arte americana, a New York come a Chicago. L'America per loro è una finestra sul mondo. Ricoprono ruoli importanti, sono a capo di gallerie prestigiose e musei di rilievo internazionale. Dietro il successo c'è la sfida, la voglia di volare in alto, una società meritocratica, quella americana, che ha creduto in loro.

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Uno dei primi a portare in alto il nome del Made in Italy artistico è stato Francesco Bonami, oggi curatore d'arte contemporanea di fama internazionale, che è arrivato a New York negli anni Ottanta come artista. Allora la Grande Mela era una fucina culturale aperta a ogni contaminazione, sperimentazione. Bonami fa il grande salto e diventa direttore artistico del Museo di arte contemporanea di Chicago, un ruolo che nessun italiano prima era riuscito a rivestire. Alla direzione rimane per 10 anni, contribuendo al rinnovamento culturale di una città che ha sempre sofferto della competizione con New York. Oggi Bonami è ritornato nella East Coast dove è iniziata la sua carriera e sta lavorando a Great Wonderful, una mostra d'asta per Phillips a New York di 100 anni di arte italiana. E' anche il direttore artistico del Jnby art center, progettato da Renzo Piano, che aprirà a Huangzhou, in Cina, nel 2017.

L'italianitá per Bonami è stata un punto di forza, dice lui, "perché gli italiani siamo più veloci nel pensare e più intuitivi mentre l'America è più efficiente nell'organizzazione". L'Italia vista da New York "sta cambiando anche grazie a giovani artisti". New York una tappa indispensabile per chi vuole sfondare nel mondo dell'arte? Non necessariamente per Francesco Bonami che non consiglia agli artisti di andare in America "senza un progetto specifico e a lunga durata. Entrare nell'ingranaggio americano - spiega - non è semplice e richiede tempi lunghi. Più che a una città, gli artisti dovrebbero pensare a trovare una propria dimensione e comunicarla al mondo".

Chi invece ha conquistato per caso e opportunità il mondo dell’arte è Valentina Castellani, dal 2002 braccio destro di Larry Gagosian, il principe delle gallerie in America e nel mondo. Figlia dell'ex sindaco di Torino, Valentina non arriva certo a New York da sprovveduta. Nata a Boston ma cresciuta all'ombra della Mole, dopo la laurea in Archeologia greca e storia dell'arte vola dritta a Londra per lavorare da Sotheby's. Oltreoceano ci arriva per seguire il marito, oggi professore alla New York University ma subito dopo riceve, dice lei, "un’offerta irrinunciabile" da Larry Gagosian che la porta alla direzione di una delle sue gallerie a New York. E' lei ad organizzare le cinque storiche mostre dedicate a Pablo Picasso, quella su Piero Manzoni e Lucio Fontana. Sulla situazione italiana preferisce non esprimersi perché da 18 anni ha lasciato il Belpaese ma su New York pensa che, "nonostante la scena artistica oggi non abbia confini, New York rimane il luogo più rilevante nel quale una mostra lascia il segno, dove ci sono le aste più importanti e i collezionisti vengono ad acquistare i capolavori".

Un’altra bandiera italiana svetta con orgoglio nell'High Line, il parco realizzato sulla ferrovia sopraelevata, che ha affidato la direzione artistica alla milanese Cecilia Alemani. Trentotto anni, una laurea in Filosofia in Italia e master al Bard College, Cecilia, è entrata nella lista degli italiani under 40 che contano in America. Lei però non si definirebbe una curatrice italiana. "Sono in America da oltre 10 anni, ho studiato qui e gran parte della mia carriera professionale l'ho fatta a New York. L'Italia cerca sempre di impossessarsi dei talenti all'estero, ma il merito della mia carriera non viene certo dall'essere italiana, ma dall'avere avuto il coraggio di lasciare il mio Paese per provare un'altra strada. Ovviamente l'Italia offre una formazione culturale importante e si cresce circondati dall'arte, ma quello non aiuta necessariamente ad avere una carriera nell'arte contemporanea".
 
Insieme a lei, il marito Massimiliano Gioni, appena quarantenne ma che vanta già esperienze importanti come la direzione arti visive della Biennale di Venezia nel 2013 e la nomina a curatore per la Biennale di Berlino, insieme a Maurizio Cattelan. Anche per lui, una formazione biculturale: in Italia per  la laurea in Storia dell'Arte e a Vancouver. Gioni è un altro italiano giovanissimo entrato nelle pagine della stampa americana, New York Times in testa, per il suo incarico di direttore associato al New York Museum of Contemporary Art e per la sua brillante carriera ai vertici dell'arte. Il ponte con l'Italia lui non lo ha mai rotto. Dal 2003, è anche direttore artistico della Fondazione Nicola Trussardi di Milano e le sue collaborazioni non hanno limiti geografici.

Gioni è soddisfatto del suo lavoro e non vuole affatto difendere lo stereotipo che gli Stati Uniti siano sempre meglio dell'Italia. "Però- spiega - l'America ha un senso della professionalità molto spiccato, apprezza la chiarezza e la sintesi, non si perde in inutili bizantinismi. Questi e altri aspetti a volte rendono lavorare qui più semplice e più chiaro". La vera grande rivoluzione della cultura americana, per Gioni, "sta nell’idea dei musei come consorzio di privati che donano soldi a un'istituzione per farla crescere e vivere e senza interferire nei suoi programmi".