I paletti sradicati dalle strade di Fidenza: è stato questo il primo soggetto fotografico di Marco Gualazzini, scattato nel 2004 per la Gazzetta di Parma, testata con cui collaborava. Ordinaria routine per chi si occupa di cronaca locale. Poi via dalla provincia, con una grande curiosità negli occhi e "un paio di corpi macchina, un paio di lenti e un laptop per scaricare ed editare le foto" nel bagaglio a mano. Primo volo internazionale direzione Congo. Era il 2009, periodo in cui il generale ribelle Laurent Nkunda stava conquistando il Kivu con i CNDP, che è il precedente nome degli M23. "M23 - Kivu: A Region Under Siege" è proprio il titolo del reportage con cui Gualazzini ha vinto il 6 settembre il premio Getty Images Grants for Editorial Photography, assegnato nel corso dell'ultima edizione del festival di fotogiornalismo Visa Pour l'Image a Perpignan.
LE IMMAGINI
Ad assegnarlo in quella data è stata una giura composta da Jean-Francois Leroy, direttore di Visa Pour L'Image, Jon Jones, della fotografia di The Sunday Times Magazine, Olivier Laurent, vice redattore del British Journal of Photography, Tiziana Faraoni, Photoeditor de l'Espresso, Fiona Rogers, fondatrice di Firecracker: insieme hanno selezionato 5 progetti vincitori su 500 adesioni. Le foto premiate di Gualazzini sono state scattate in Congo nell'ottobre 2012. Gli M23 sono stati definiti così per la prima volta nell'aprile di quell'anno, conseguentemente all'ammutinamento di alcuni colonnelli e militari delle forze armate governative del Congo, FARDC. In soli tre mesi i ribelli sono riusciti ad assumere il controllo della parte settentrionale della regione del Kivu e della sua capitale Goma soggiogando la popolazione locale. Sono zone che vivono tutt'oggi sotto assedio con più di 700mila rifugiati. A nord del Kivu i conflitti stanno degenerando in scontri fratricidi, con il ritorno della contrapposizione fra Hutu e Tutsi. Il reportage di Gualazzini (Parma, 1976) ha voluto documentare proprio questi eventi e fornire una visione il più possibile fedele alla realtà vissuta dai protagonisti, aggressori o vittime.
Il lavoro con cui ha vinto il premio è in bianco e nero: una scelta o una casualità?
M23- Kivu: a region under siege è in bianco e nero per una scelta quasi obbligata, direi. Di solito fotografo a colori, ma Goma è stata nera sin dalla prima volta che l'ho vista, sotto la pioggia. È nera la terra sulla quale camminano perché di origine vulcanica , è nero il cielo. Neri sono la loro pelle e i loro occhi. Anche il loro passato è nero, così come è nero il loro futuro.
Come reporter che ha scelto questo lavoro proveniendo da studi in beni culturali e da frequentazioni di firme come Montanelli, che idea ha del fotogiornalismo nei media?
Bisogna innanzitutto distinguere tra media italiani ed esteri: in entrambi i casi, dati alla mano, stiamo assistendo a un calo inesorabile dell'editoria, ma di questo si parla ormai da anni. Credo che un esempio recente di ottimo uso del fotogiornalismo da parte dei media sia stato il New York Times con il reportage di Tyler Hicks sull'assalto terroristico a un centro commerciale di Nairobi del 21 settembre: gli hanno dedicato tutto lo spazio che meritava senza censurare nessuna fotografia. In Italia l'editoria ha numeri più piccoli e ci sono situazioni in cui la scelta delle fotografie da pubblicare obbedisce a meccanismi che spesso esulano dal giornalismo. Per quanto mi riguarda non credo ci sia motivo per non raccontare una storia che ci affascina o nella quale crediamo. L'unico ostacolo potrebbe essere un discorso etico d'approccio, perché ognuno, dal fotografo al photoeditor, al lettore, risponde alla propria coscienza. Nel mio caso, non avendo fatto alcuna scuola di formazione specifica, mi sono lasciato ispirare da fotografi come Nachtwey o Gilles Peress, che proprio a Goma hanno lavorato per documentare un'epidemia di colera.
Ricordo che, in un'intervista, Nachtwey disse che vedere vittime e carnefici mescolati tra loro, agonizzanti, fu come prendere un ascensore per l'inferno: anche quelle foto scioccanti furono il motivo per cui mi sono avvicinato a questo mestiere. In generale, comunque, non credo che esista un percorso migliore di un altro, semplicemente ognuno ha il suo e sta a noi saper cogliere le occasioni che ci si presentano.
Il Congo offre molti aspetti ambientali da raccontare aldilà delle guerre: come mai si concentra sui conflitti etnici togliendo la parte ambientale? Non interessa?
Mi interessa molto. È noto che i paesi vicini al Congo, come Ruanda e Uganda, stanno finanziando il gruppo di ribelli M23 per il controllo dei minerali della regione come l'oro e, soprattutto, il coltan. Il coltan è uno dei minerali più sfruttati in Congo: il suo commercio para-legale serve a finanziare la guerra civile, mentre l'industria elettronica lo usa per la costruzione di condensatori e microchip largamente usati in telefoni cellulari e computer. Grazie ai soldi assegnatimi da Getty Images per il Grants for Editorial Photography sono potuto tornare in Congo e documentare la realtà di Rubaya, una città nella zona di Masisi, teatro dello storico scontro tra Hutu e Tutsi. Fino all'anno scorso era inaccessibile per via della lotta tra M23 ed esercito regolare congolese (Fardc) ed è una città impressionante, fuori da ogni concezione occidentale, che vive esclusivamente grazie all'attività della vicina miniera di coltan. Oggi la città è ritornata in mano al Fardc che l'ha "concessa" all'ennesimo gruppo ribelle di natura Hutu pur di non lasciarlo alleare con gli M23. Il gruppo gestisce e prende il 10% di tasse su qualunque forma di attività, dal pubblicare cd musicali fino al commercio del coltan.
Cosa non si può raccontare con la foto e cosa invece è riuscito a cogliere e a svelarci?
Sono tante le cose che non ho potuto fotografare perché chi era con me non mi ha concesso di farlo, in quelle occasioni devi sempre ricordarti chi ti accompagna e cosa stai facendo, ma sono ancora di più le cose che non si possono catturare con l'obiettivo. Al di là della bella composizione, della bella luce che può avere uno scatto, con le fotografie non si può raccontare la sofferenza della giovane sposa a cui hanno ucciso il marito e che non riceverà mai né giustizia né spiegazioni, così come non si possono raccontare gli odori o far capire a qualcuno come si viva veramente in un campo profughi dove vivono in cinque in capanne di un metro e mezzo quadrato. Per spiegare quello che vedo mentre lavoro preferisco dire che il risultato, le mie fotografie, non rappresentano neanche la punta dell'iceberg rispetto a quello che ho visto.
Immagino abbia avuto momenti di paura, se vuole e può raccontane qualcuno.
È normale avere paura in determinati momenti. Un ventennio di guerra in Congo ha reso buona parte della popolazione congolese avvezza alla corruzione: vedere un uomo bianco con una macchina fotografica significa avere la possibilità di spillargli soldi. Mi è successo di tutto: ci hanno sparato addosso, ci hanno arrestati per chiederci soldi in cambio della libertà. Ho trovato fuori dalla mia stanza persone che fumavano le mie sigarette in silenzio nell'oscurità più completa, senza sapere chi fossero, cosa volessero. L'ultima volta che sono stato Congo, però, la ricorderò per la fatica fisica più che per la paura: io e il giornalista che era con me abbiamo marciato per ore in mezzo alla giungla e dormito in qualsiasi condizione.
Tornerà ancora lì?
Non lo so. Quando me lo chiedo penso alle persone a cui sono affezionato e che vorrei rivedere, ho incontrato persone che mi hanno aiutato molto perché sperano che attraverso la nostra testimonianza la loro situazione non venga dimenticata dall'opinione pubblica internazionale. Penso in particolare ad alcuni missionari e ad Akilimali, un ragazzo di 16 anni che è stato il più giovane diplomato di tutto il Congo e che ora sta scrivendo un libro per raccogliere i soldi che gli permetteranno di studiare all'Università. Sì, tornerò prima o poi.
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Ad assegnarlo in quella data è stata una giura composta da Jean-Francois Leroy, direttore di Visa Pour L'Image, Jon Jones, della fotografia di The Sunday Times Magazine, Olivier Laurent, vice redattore del British Journal of Photography, Tiziana Faraoni, Photoeditor de l'Espresso, Fiona Rogers, fondatrice di Firecracker: insieme hanno selezionato 5 progetti vincitori su 500 adesioni. Le foto premiate di Gualazzini sono state scattate in Congo nell'ottobre 2012. Gli M23 sono stati definiti così per la prima volta nell'aprile di quell'anno, conseguentemente all'ammutinamento di alcuni colonnelli e militari delle forze armate governative del Congo, FARDC. In soli tre mesi i ribelli sono riusciti ad assumere il controllo della parte settentrionale della regione del Kivu e della sua capitale Goma soggiogando la popolazione locale. Sono zone che vivono tutt'oggi sotto assedio con più di 700mila rifugiati. A nord del Kivu i conflitti stanno degenerando in scontri fratricidi, con il ritorno della contrapposizione fra Hutu e Tutsi. Il reportage di Gualazzini (Parma, 1976) ha voluto documentare proprio questi eventi e fornire una visione il più possibile fedele alla realtà vissuta dai protagonisti, aggressori o vittime.
Il lavoro con cui ha vinto il premio è in bianco e nero: una scelta o una casualità?
M23- Kivu: a region under siege è in bianco e nero per una scelta quasi obbligata, direi. Di solito fotografo a colori, ma Goma è stata nera sin dalla prima volta che l'ho vista, sotto la pioggia. È nera la terra sulla quale camminano perché di origine vulcanica , è nero il cielo. Neri sono la loro pelle e i loro occhi. Anche il loro passato è nero, così come è nero il loro futuro.
Come reporter che ha scelto questo lavoro proveniendo da studi in beni culturali e da frequentazioni di firme come Montanelli, che idea ha del fotogiornalismo nei media?
Bisogna innanzitutto distinguere tra media italiani ed esteri: in entrambi i casi, dati alla mano, stiamo assistendo a un calo inesorabile dell'editoria, ma di questo si parla ormai da anni. Credo che un esempio recente di ottimo uso del fotogiornalismo da parte dei media sia stato il New York Times con il reportage di Tyler Hicks sull'assalto terroristico a un centro commerciale di Nairobi del 21 settembre: gli hanno dedicato tutto lo spazio che meritava senza censurare nessuna fotografia. In Italia l'editoria ha numeri più piccoli e ci sono situazioni in cui la scelta delle fotografie da pubblicare obbedisce a meccanismi che spesso esulano dal giornalismo. Per quanto mi riguarda non credo ci sia motivo per non raccontare una storia che ci affascina o nella quale crediamo. L'unico ostacolo potrebbe essere un discorso etico d'approccio, perché ognuno, dal fotografo al photoeditor, al lettore, risponde alla propria coscienza. Nel mio caso, non avendo fatto alcuna scuola di formazione specifica, mi sono lasciato ispirare da fotografi come Nachtwey o Gilles Peress, che proprio a Goma hanno lavorato per documentare un'epidemia di colera.
Ricordo che, in un'intervista, Nachtwey disse che vedere vittime e carnefici mescolati tra loro, agonizzanti, fu come prendere un ascensore per l'inferno: anche quelle foto scioccanti furono il motivo per cui mi sono avvicinato a questo mestiere. In generale, comunque, non credo che esista un percorso migliore di un altro, semplicemente ognuno ha il suo e sta a noi saper cogliere le occasioni che ci si presentano.
Il Congo offre molti aspetti ambientali da raccontare aldilà delle guerre: come mai si concentra sui conflitti etnici togliendo la parte ambientale? Non interessa?
Mi interessa molto. È noto che i paesi vicini al Congo, come Ruanda e Uganda, stanno finanziando il gruppo di ribelli M23 per il controllo dei minerali della regione come l'oro e, soprattutto, il coltan. Il coltan è uno dei minerali più sfruttati in Congo: il suo commercio para-legale serve a finanziare la guerra civile, mentre l'industria elettronica lo usa per la costruzione di condensatori e microchip largamente usati in telefoni cellulari e computer. Grazie ai soldi assegnatimi da Getty Images per il Grants for Editorial Photography sono potuto tornare in Congo e documentare la realtà di Rubaya, una città nella zona di Masisi, teatro dello storico scontro tra Hutu e Tutsi. Fino all'anno scorso era inaccessibile per via della lotta tra M23 ed esercito regolare congolese (Fardc) ed è una città impressionante, fuori da ogni concezione occidentale, che vive esclusivamente grazie all'attività della vicina miniera di coltan. Oggi la città è ritornata in mano al Fardc che l'ha "concessa" all'ennesimo gruppo ribelle di natura Hutu pur di non lasciarlo alleare con gli M23. Il gruppo gestisce e prende il 10% di tasse su qualunque forma di attività, dal pubblicare cd musicali fino al commercio del coltan.
Cosa non si può raccontare con la foto e cosa invece è riuscito a cogliere e a svelarci?
Sono tante le cose che non ho potuto fotografare perché chi era con me non mi ha concesso di farlo, in quelle occasioni devi sempre ricordarti chi ti accompagna e cosa stai facendo, ma sono ancora di più le cose che non si possono catturare con l'obiettivo. Al di là della bella composizione, della bella luce che può avere uno scatto, con le fotografie non si può raccontare la sofferenza della giovane sposa a cui hanno ucciso il marito e che non riceverà mai né giustizia né spiegazioni, così come non si possono raccontare gli odori o far capire a qualcuno come si viva veramente in un campo profughi dove vivono in cinque in capanne di un metro e mezzo quadrato. Per spiegare quello che vedo mentre lavoro preferisco dire che il risultato, le mie fotografie, non rappresentano neanche la punta dell'iceberg rispetto a quello che ho visto.
Immagino abbia avuto momenti di paura, se vuole e può raccontane qualcuno.
È normale avere paura in determinati momenti. Un ventennio di guerra in Congo ha reso buona parte della popolazione congolese avvezza alla corruzione: vedere un uomo bianco con una macchina fotografica significa avere la possibilità di spillargli soldi. Mi è successo di tutto: ci hanno sparato addosso, ci hanno arrestati per chiederci soldi in cambio della libertà. Ho trovato fuori dalla mia stanza persone che fumavano le mie sigarette in silenzio nell'oscurità più completa, senza sapere chi fossero, cosa volessero. L'ultima volta che sono stato Congo, però, la ricorderò per la fatica fisica più che per la paura: io e il giornalista che era con me abbiamo marciato per ore in mezzo alla giungla e dormito in qualsiasi condizione.
Tornerà ancora lì?
Non lo so. Quando me lo chiedo penso alle persone a cui sono affezionato e che vorrei rivedere, ho incontrato persone che mi hanno aiutato molto perché sperano che attraverso la nostra testimonianza la loro situazione non venga dimenticata dall'opinione pubblica internazionale. Penso in particolare ad alcuni missionari e ad Akilimali, un ragazzo di 16 anni che è stato il più giovane diplomato di tutto il Congo e che ora sta scrivendo un libro per raccogliere i soldi che gli permetteranno di studiare all'Università. Sì, tornerò prima o poi.