Gabriele Basilico. Al Maxxi il fotografo-architetto
di VALENTINA BERNABEIL'autore, scomparso nove mesi fa viene omaggiato con una mostra, un filmato di Amos Gitai e un libro di Contrasto. Un'occasione per scoprire le sue splendide città immortalate con le macchine di grande formato
"Per tanti anni ho avuto l'alibi che non sapevo bene se avrei fatto un giorno l'architetto o il fotografo". Potrebbe essere questa la frase chiave per capire il lavoro di Gabriele Basilico (Milano 1944-2013), parole dette dal fotografo stesso, durante la Biennale di Architettura del 2012, ad Amos Gitai. Il regista israeliano, essendo anche lui architetto, ha ascoltato e tirato fuori in maniera quasi maieutica le costanti doppie passioni del fotografo, in una conversazione filmata nella maniera più fluida e colloquiale possibile e ora visibile nella mostra "Gabriele Basilico. Fotografie dalle Collezioni del MAXXI" nel museo omonimo, fino al 30 marzo. Una personale che comprende settanta immagini, una mostra da intendere non come retrospettiva ma più come un omaggio al maestro scomparso nove mesi fa.
LE IMMAGINI
Le foto esposte sono infatti quelle provenienti dagli archivi del Maxxi, con la cura di Giovanna Calvenzi (che di Basilico era moglie) e F…
LE IMMAGINI
Le foto esposte sono infatti quelle provenienti dagli archivi del Maxxi, con la cura di Giovanna Calvenzi (che di Basilico era moglie) e F…
"Per tanti anni ho avuto l'alibi che non sapevo bene se avrei fatto un giorno l'architetto o il fotografo". Potrebbe essere questa la frase chiave per capire il lavoro di Gabriele Basilico (Milano 1944-2013), parole dette dal fotografo stesso, durante la Biennale di Architettura del 2012, ad Amos Gitai. Il regista israeliano, essendo anche lui architetto, ha ascoltato e tirato fuori in maniera quasi maieutica le costanti doppie passioni del fotografo, in una conversazione filmata nella maniera più fluida e colloquiale possibile e ora visibile nella mostra "Gabriele Basilico. Fotografie dalle Collezioni del MAXXI" nel museo omonimo, fino al 30 marzo. Una personale che comprende settanta immagini, una mostra da intendere non come retrospettiva ma più come un omaggio al maestro scomparso nove mesi fa.
LE IMMAGINI
Le foto esposte sono infatti quelle provenienti dagli archivi del Maxxi, con la cura di Giovanna Calvenzi (che di Basilico era moglie) e Francesca Fabiani. Sono le città ad essere le protagoniste dell'esposizione di Basilico, cominciando dalla sua natia Milano fino alle sponde dello stretto di Messina, con una menzione importante a Roma, dove con la mostra di Luigi Moretti ha inaugurato il museo Maxxi nel maggio 2010. Stesso anno in cui Basilico scrisse e interpretò a teatro- lo spazio No'hma-Teresa Pomodoro di Milano - un suo testo che ora è diventato un libro: "Gabriele Basilico Abitare le metropoli" edito da Contrasto, nelle librerie dalla prossima settimana. La mostra è articolata in cinque diverse sezioni, che mettono in primo piano il paesaggio, l'architettura e i lavori eseguiti da Basilico su committenza del Maxxi, museo che immortalò sin dai tempi dei cantieri.
Tutte le fotografie sono di grande formato, ampie come ampi erano i suoi passi per le strade che attraversava, osservando e quasi studiando con la macchina fotografica, lasciando spazio al vuoto, alla mancanza di orpelli, all'urbano. Perché è nello studio delle città prima che nello scatto l'essenza del lavoro fotografico di Basilico, che dopo la laurea in architettura al Politecnico di Milano abbandona il tavolo da disegno per innamorarsi della fotografia, negli anni Settanta dell'immaginazione al potere, tempi in cui era facile trasformare in miti "i grandi reporter dell'agenzia Magnum e i protagonisti che vivevano la fotografia come impegno sociale, quasi come una missione di vita" si legge nel libro edito da Contrasto. Un periodo in cui le mostre di foto erano ancora poche anche in una città come Milano e dove Basilico si rifugiava nei libri e nei cataloghi a cui dedicò gran parte della sua ricerca e del suo lavoro, tanto da poter far pensare che la mostra ora al Maxxi, anche se non esaustiva e di dimensioni limitate, sarebbe potuta piacergli, proprio per quella idea di "mondi raccontati in forma narrativa o sequenziale", come amava fare lui.
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Le foto esposte sono infatti quelle provenienti dagli archivi del Maxxi, con la cura di Giovanna Calvenzi (che di Basilico era moglie) e Francesca Fabiani. Sono le città ad essere le protagoniste dell'esposizione di Basilico, cominciando dalla sua natia Milano fino alle sponde dello stretto di Messina, con una menzione importante a Roma, dove con la mostra di Luigi Moretti ha inaugurato il museo Maxxi nel maggio 2010. Stesso anno in cui Basilico scrisse e interpretò a teatro- lo spazio No'hma-Teresa Pomodoro di Milano - un suo testo che ora è diventato un libro: "Gabriele Basilico Abitare le metropoli" edito da Contrasto, nelle librerie dalla prossima settimana. La mostra è articolata in cinque diverse sezioni, che mettono in primo piano il paesaggio, l'architettura e i lavori eseguiti da Basilico su committenza del Maxxi, museo che immortalò sin dai tempi dei cantieri.
Tutte le fotografie sono di grande formato, ampie come ampi erano i suoi passi per le strade che attraversava, osservando e quasi studiando con la macchina fotografica, lasciando spazio al vuoto, alla mancanza di orpelli, all'urbano. Perché è nello studio delle città prima che nello scatto l'essenza del lavoro fotografico di Basilico, che dopo la laurea in architettura al Politecnico di Milano abbandona il tavolo da disegno per innamorarsi della fotografia, negli anni Settanta dell'immaginazione al potere, tempi in cui era facile trasformare in miti "i grandi reporter dell'agenzia Magnum e i protagonisti che vivevano la fotografia come impegno sociale, quasi come una missione di vita" si legge nel libro edito da Contrasto. Un periodo in cui le mostre di foto erano ancora poche anche in una città come Milano e dove Basilico si rifugiava nei libri e nei cataloghi a cui dedicò gran parte della sua ricerca e del suo lavoro, tanto da poter far pensare che la mostra ora al Maxxi, anche se non esaustiva e di dimensioni limitate, sarebbe potuta piacergli, proprio per quella idea di "mondi raccontati in forma narrativa o sequenziale", come amava fare lui.