Emerge anche in questa esposizione lo spirito libero e giocoso di Bruno Munari, grande creativo che ha saputo innovare il linguaggio della grafica, del design e dell’editoria, con particolare attenzione alla pedagogia. Milano, sua città dove nacque nel 1907 e morì nel 1998, gli dedica un grande evento al Museo del Novecento. La mostra dal titolo Munari politecnico, che proseguirà fino al 7 settembre, racconta la sua arte poliedrica, e i legami che lo hanno portato ad essere un protagonista eclettico di numerosi movimenti artistici del Novecento italiano e europeo. Le opere provengono principalmente dalla collezione di Bruno Danese e Jacqueline Vodoz, collezionisti e amici dell’artista, fra i primi a incoraggiare l’uso di nuovi linguaggi. Il percorso organizzato all’interno dell’esposizione permette nelle prime sezioni di approfondire il percorso giovanile di Bruno Munari ed esplorare la ricerca dell’artista fra collage, disegni e le trasformazioni di una produzione in grado di dialogare con il lato più umano e pratico dell’esistenza. Presenti anche importanti contributi dalle Collezioni Civiche del Comune di Milano e dagli archivi di ISISUF, l’Istituto Internazionale di Studi sul Futurismo di cui Munari fu tra i fondatori assieme a Carlo Belloli. Segue poi un dialogo con opere di altri artisti, da Enzo Mari a Getulio Alviani, a Paolo Scheggi, che con lui si relazionarono.
LE IMMAGINI
Bruno Munari aderisce appena ventenne al Movimento futurista milanese di seconda generazione e da qui prende il via la sua attività nel campo della pittura, del design, e nella sperimentazione didattica, cinetica, grafica, pubblicità e fotografica. Sarà nel 1948 tra i fondatori di MAC, Movimento Arte Concreta, con Gianni Monnet, Gillo Dorfles e Mario Soldati. Le sue esposizioni personali erano sempre molto originali: nel 1949, alla Libreria Salto di Milano presenta le "Macchine inutili", nel 1950 i "Libri illegibili", nel 1951 alla Saletta dell'Elicottero espone la "Collezione di oggetti trovati" e nel 1952 mette in mostra i suoi "Quadri quadrati plastici". Originale poi, l’esibizione del ‘54 dal titolo "Colore per le carrozzerie di auto" che si tiene al Salone dell'Automobile di Torino realizzata con Dorfles.
«Un esempio di forma spontanea è la lampada di maglia Falkland. Il materiale è un tubo di filanca. Da molto tempo pensavo all’elasticità come componente formale di oggetti e un giorno sono andato in una fabbrica di calze per vedere se mi potevano fare una lampada. – Noi non facciamo lampade, signore. – Vedrete che le farete. E così fu», spiega Munari in Fantasia. La capacità di guardare con occhi sempre nuovi le soluzioni già esistenti e l’istinto innato di sovvertire l’ordine acquisito, ma con gentilezza, ha reso questo artista uno degli artisti sperimentatori più amati e ammirati della sua epoca. Il suo insegnamento è portato avanti dall’Associazione Bruno Munari, che è stata fondata nel 2001 con l’intento di promuovere e diffondere la sua dell’opera e in particolare gli studi sull'identificazione di arte, gioco ed apprendimento creativo, nel rispetto dell’intelligenza del bambino. Accanto alla mostra, curata sa Marco Sammicheli, c’è poi un focus dal titolo Chi s’è visto s’è visto , dedicato all’opera fotografica, in parte inedita, realizzata da Ada Ardessi e Atto, autori che hanno lavorato a stretto contatto con Munari, scatti che testimoniano i principali momenti della vicenda professionale e umana dell’artista.
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Bruno Munari aderisce appena ventenne al Movimento futurista milanese di seconda generazione e da qui prende il via la sua attività nel campo della pittura, del design, e nella sperimentazione didattica, cinetica, grafica, pubblicità e fotografica. Sarà nel 1948 tra i fondatori di MAC, Movimento Arte Concreta, con Gianni Monnet, Gillo Dorfles e Mario Soldati. Le sue esposizioni personali erano sempre molto originali: nel 1949, alla Libreria Salto di Milano presenta le "Macchine inutili", nel 1950 i "Libri illegibili", nel 1951 alla Saletta dell'Elicottero espone la "Collezione di oggetti trovati" e nel 1952 mette in mostra i suoi "Quadri quadrati plastici". Originale poi, l’esibizione del ‘54 dal titolo "Colore per le carrozzerie di auto" che si tiene al Salone dell'Automobile di Torino realizzata con Dorfles.
«Un esempio di forma spontanea è la lampada di maglia Falkland. Il materiale è un tubo di filanca. Da molto tempo pensavo all’elasticità come componente formale di oggetti e un giorno sono andato in una fabbrica di calze per vedere se mi potevano fare una lampada. – Noi non facciamo lampade, signore. – Vedrete che le farete. E così fu», spiega Munari in Fantasia. La capacità di guardare con occhi sempre nuovi le soluzioni già esistenti e l’istinto innato di sovvertire l’ordine acquisito, ma con gentilezza, ha reso questo artista uno degli artisti sperimentatori più amati e ammirati della sua epoca. Il suo insegnamento è portato avanti dall’Associazione Bruno Munari, che è stata fondata nel 2001 con l’intento di promuovere e diffondere la sua dell’opera e in particolare gli studi sull'identificazione di arte, gioco ed apprendimento creativo, nel rispetto dell’intelligenza del bambino. Accanto alla mostra, curata sa Marco Sammicheli, c’è poi un focus dal titolo Chi s’è visto s’è visto , dedicato all’opera fotografica, in parte inedita, realizzata da Ada Ardessi e Atto, autori che hanno lavorato a stretto contatto con Munari, scatti che testimoniano i principali momenti della vicenda professionale e umana dell’artista.