Dal Guggenheim a Londra, la luce dell'arte latinoamericana
di VALENTINA BERNABEINella capitale britannica, va in scena "Under the same sun", mostra di contemporanei patrocinata dal museo newyorkese. Il direttore la racconta e parla dei prossimi progetti - non senza l'Italia - della fondazione
Negli stessi giorni in cui tutta la pioggia del mondo sembra riversarsi su Parigi, nella capitale del Regno Unito arriva il sole, in senso reale e in senso figurato. Fa capolino nel titolo di una mostra, a cura di Pablo León de la Barra: è la collettiva “Under the Same Sun: Art from Latin America Today”, dal 10 giugno al 4 settembre 2016 alla South London Gallery. Si tratta di un'esposizione che fa parte del progetto Guggenheim Ubs Map, avviato nel 2012, con la collaborazione di artisti, studenti e curatori di tutto il mondo e reso possibile grazie al sostegno di UBS e della Fondazione Guggenheim, unite per sostenere arte e artisti da tre aree, il sud e sudest asiatico, l'America Latina, e l'Africa dell'est e del nord.
LE IMMAGINI
Con la mostra “The Under the Same Sun” di Londra (nel 2014 era stata esposta al Guggenheim di New York per poi toccare diversi altri musei) si mette l'accento su opere della collezione realizz…
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Con la mostra “The Under the Same Sun” di Londra (nel 2014 era stata esposta al Guggenheim di New York per poi toccare diversi altri musei) si mette l'accento su opere della collezione realizz…
Negli stessi giorni in cui tutta la pioggia del mondo sembra riversarsi su Parigi, nella capitale del Regno Unito arriva il sole, in senso reale e in senso figurato. Fa capolino nel titolo di una mostra, a cura di Pablo León de la Barra: è la collettiva “Under the Same Sun: Art from Latin America Today”, dal 10 giugno al 4 settembre 2016 alla South London Gallery. Si tratta di un'esposizione che fa parte del progetto Guggenheim Ubs Map, avviato nel 2012, con la collaborazione di artisti, studenti e curatori di tutto il mondo e reso possibile grazie al sostegno di UBS e della Fondazione Guggenheim, unite per sostenere arte e artisti da tre aree, il sud e sudest asiatico, l'America Latina, e l'Africa dell'est e del nord.
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Con la mostra “The Under the Same Sun” di Londra (nel 2014 era stata esposta al Guggenheim di New York per poi toccare diversi altri musei) si mette l'accento su opere della collezione realizzate da artisti dell'area latino americana e nati dopo il 1968. Non mancano i capolavori di artisti pionieri sulla scena già dagli anni Sessanta e Settanta, come Rafael Ferrer (con le scritte “Artforum” del 1972), Marta Minujìn (con le lettere che scrisse a McDonald nel 1979) Alfredo Jaar (con il video “A logo for America” del 1987).
Le circa cinquanta opere realizzate da 45 artisti diversi non sono poste in relazione in uno dialogo sterile. Guardandole insieme si può compiere un'analisi sulle diverse influenze che hanno ispirato gli artisti. Ricorrono spesso temi sociopolitici, come “Movement of the liberation of the Coca Piant”, l'opera realizzata con neon dall'artista Wilson Dìaz sui traffici della cocaina, ai primi discorsi di Fidel Castro a Cuba che sono protagonisti nel video “Tatlin's whisper #6” di Tania Bruguera. Non mancano opere più “leggere” e colorate, come “We'll see how everything reverberates” realizzata dall'artista messicano Carlos Amorales, ispirandosi dichiaratamente alle sculture mobili di Alexander Calder. Si tratta infatti di un'installazione con cui il visitatore è invitato a interagire, usando le bacchette appese alla parete del primo piano della “main gallery” e suonare su piatti di acciaio, tipo cembali. Molti dei lavori in mostra sono video che saranno proiettati ogni fine settimana anche al primo piano del vicino edificio, attualmente coinvolto in un restauro che sarà ultimato nel 2018 per essere usato totalmente come spazio espositivo. Si tratta della vicinissima ex Road Fire Station, edificio datato 1867 e recentemente donato da un benefattore anonimo alla South London Gallery, da cui dista pochissimi passi.
Ogni sabato, inoltre, alle ore 13 ci sarà una performance dell'artista Amalia Pica (nata in Argentina nel 1978). Un modo di coinvolgere il pubblico in un maniera per niente “urlata”, né modaiola ma molto inclusiva, con ingresso libero sia alla mostra che agli appuntamenti collaterali). Una modalità che ha reso la South London Gallery molto conosciuta e frequentata fuori e dentro un quartiere come Peckham, dove è collocata, ossia nella parte sud est della città ma lontanissima da quella Londra popolata di gallerie che nei giorni degli opening si riempiono di addetti ai lavori per presenziare e sfilare veloci come a passerelle di moda.
La South London Gallery, fondata nel 1891 e attualmente diretta da Margot Heller, si colloca in un altro modo, in un quartiere in evoluzione e affollato di creativi e studenti di ogni tipo, dai college alla vicinissima scuola elementare in cui i bambini giocano nel giardino all'aperto e i ragazzi che aspettano i bus sono più numerosi dei lavoratori che aspettano una macchina Uber, ormai più che un classico cab.
Nel caffé della South London Gallery, tra il giardino e il bookshop, Richard Armstrong (nato nel ’49 in Missouri), direttore dal 2008 del Solomon R. Guggenheim Museum di New York e della fondazione omonima nata nel 1937, mi racconta meglio alcuni cambiamenti in atto al Guggenheim e non solo.
Cosa significa dirigere un museo oggi, nell'era di internet e con le nuove tecnologie?
La tecnologia ci fornisce gli strumenti e le opportunità per raggiungere un pubblico più vasto e per coinvolgere persone che, forse, altrimenti non sarebbero nostri visitatori; ma ci ha anche portato nuovi modi per offrire una esperienza museale più coinvolgente di persona. Certamente la tecnologia ha anche modificato le aspettative dei visitatori, e i musei devono evolversi e adattarsi a questi cambiamenti culturali.
Come cambia il ruolo del museo?
Il ruolo fondamentale di un museo non è cambiato; la capacità dell'arte di arricchire la nostra vita è un concetto antico quanto la civiltà stessa. Il Guggenheim è sempre stato un museo insolito, in quanto aveva un obiettivo sociologico sin dal primo giorno. L'obiettivo di spostare la percezione, esponendo le persone a una arte più “radicale”, quella non-oggettiva che forse oggi chiameremmo “arte astratta”. Indipendentemente dalle nuove tecnologie da usare come strumenti, abbiamo ancora voglia di stimolare l'immaginazione, ispirare idee, e di offrire un luogo dove le persone possono avere un'esperienza condivisa, ma anche conoscere se stessi nel processo.
Dopo la mostra di Cattelan nel 2012 al Guggenheim di New York che cosa pensare dell'arte contemporanea italiana?
Il Guggenheim è sempre stato interessato all'arte italiana del 20° secolo. Nel 2014 ha organizzato e presentato una panoramica multidisciplinare del Futurismo italiano. L'anno scorso, abbiamo organizzato e presentato la mostra più completa su Alberto Burri. Entrambe le mostre sono legate al contemporaneo attraverso il loro pensiero progressista, sia attraverso l'uso di mezzi di nuova creazione come la plastica di Burri, o la celebrazione dell' innovazione tecnologica dai futuristi italiani. Come abbiamo annunciato all'inizio di questa primavera, Maurizio Cattelan sta lavorando ad un nuovo lavoro site-specific nella forma di una toilette completamente funzionante e ricoperta di oro massiccio, che sarà installata in uno dei bagni pubblici al Museo Guggenheim.
Quali saranno le prossime mostre?
Al Guggenheim di New York ha appena aperto una grande retrospettiva dell'artista di origine ungherese Lazlo Moholy-Nagy, che ha già ricevuto un'accoglienza entusiastica da parte della critica e del nostro pubblico. Nel prossimo autunno mostreremo l'opera dell'artista statunitense Agnes Martin, con una bella “indagine” sulla sua pittura, i disegni, la scultura e i film meno noti.
Ci sarà la collaborazione del fondatore di Pace Gallery?
Certamente Arne Glimcher è un grande sostenitore della mostra.
Altri progetti futuri?
Stiamo preparando una mostra di opere recentemente commissionate e acquistate ad un gruppo di artisti provenienti dalla Cina, un esempio formidabile degli sforzi che stiamo intraprendendo per costruire una collezione globale e internazionale.
É anche opportuno approfondire il lavoro dell'artista multidisciplinare Moholy-Nagy attualmente in mostra a New York: è illuminante vedere qualcuno che realmente ha affrontato la modernità in un momento di cambiamento enorme e rapido, non diversamente dal nostro. E lo ha fatto non soltanto con i mezzi scelti per lavorare, ma anche con la sua immaginazione e la sua disponibilità ad abbracciare ed esplorare nuove tecnologie. In un certo senso rappresenta una sorta di fulcro nel cambiamento dal 19° al 20° secolo, e di riflesso, dal 20°al 21° secolo.
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Con la mostra “The Under the Same Sun” di Londra (nel 2014 era stata esposta al Guggenheim di New York per poi toccare diversi altri musei) si mette l'accento su opere della collezione realizzate da artisti dell'area latino americana e nati dopo il 1968. Non mancano i capolavori di artisti pionieri sulla scena già dagli anni Sessanta e Settanta, come Rafael Ferrer (con le scritte “Artforum” del 1972), Marta Minujìn (con le lettere che scrisse a McDonald nel 1979) Alfredo Jaar (con il video “A logo for America” del 1987).
Le circa cinquanta opere realizzate da 45 artisti diversi non sono poste in relazione in uno dialogo sterile. Guardandole insieme si può compiere un'analisi sulle diverse influenze che hanno ispirato gli artisti. Ricorrono spesso temi sociopolitici, come “Movement of the liberation of the Coca Piant”, l'opera realizzata con neon dall'artista Wilson Dìaz sui traffici della cocaina, ai primi discorsi di Fidel Castro a Cuba che sono protagonisti nel video “Tatlin's whisper #6” di Tania Bruguera. Non mancano opere più “leggere” e colorate, come “We'll see how everything reverberates” realizzata dall'artista messicano Carlos Amorales, ispirandosi dichiaratamente alle sculture mobili di Alexander Calder. Si tratta infatti di un'installazione con cui il visitatore è invitato a interagire, usando le bacchette appese alla parete del primo piano della “main gallery” e suonare su piatti di acciaio, tipo cembali. Molti dei lavori in mostra sono video che saranno proiettati ogni fine settimana anche al primo piano del vicino edificio, attualmente coinvolto in un restauro che sarà ultimato nel 2018 per essere usato totalmente come spazio espositivo. Si tratta della vicinissima ex Road Fire Station, edificio datato 1867 e recentemente donato da un benefattore anonimo alla South London Gallery, da cui dista pochissimi passi.
Ogni sabato, inoltre, alle ore 13 ci sarà una performance dell'artista Amalia Pica (nata in Argentina nel 1978). Un modo di coinvolgere il pubblico in un maniera per niente “urlata”, né modaiola ma molto inclusiva, con ingresso libero sia alla mostra che agli appuntamenti collaterali). Una modalità che ha reso la South London Gallery molto conosciuta e frequentata fuori e dentro un quartiere come Peckham, dove è collocata, ossia nella parte sud est della città ma lontanissima da quella Londra popolata di gallerie che nei giorni degli opening si riempiono di addetti ai lavori per presenziare e sfilare veloci come a passerelle di moda.
La South London Gallery, fondata nel 1891 e attualmente diretta da Margot Heller, si colloca in un altro modo, in un quartiere in evoluzione e affollato di creativi e studenti di ogni tipo, dai college alla vicinissima scuola elementare in cui i bambini giocano nel giardino all'aperto e i ragazzi che aspettano i bus sono più numerosi dei lavoratori che aspettano una macchina Uber, ormai più che un classico cab.
Nel caffé della South London Gallery, tra il giardino e il bookshop, Richard Armstrong (nato nel ’49 in Missouri), direttore dal 2008 del Solomon R. Guggenheim Museum di New York e della fondazione omonima nata nel 1937, mi racconta meglio alcuni cambiamenti in atto al Guggenheim e non solo.
Cosa significa dirigere un museo oggi, nell'era di internet e con le nuove tecnologie?
La tecnologia ci fornisce gli strumenti e le opportunità per raggiungere un pubblico più vasto e per coinvolgere persone che, forse, altrimenti non sarebbero nostri visitatori; ma ci ha anche portato nuovi modi per offrire una esperienza museale più coinvolgente di persona. Certamente la tecnologia ha anche modificato le aspettative dei visitatori, e i musei devono evolversi e adattarsi a questi cambiamenti culturali.
Come cambia il ruolo del museo?
Il ruolo fondamentale di un museo non è cambiato; la capacità dell'arte di arricchire la nostra vita è un concetto antico quanto la civiltà stessa. Il Guggenheim è sempre stato un museo insolito, in quanto aveva un obiettivo sociologico sin dal primo giorno. L'obiettivo di spostare la percezione, esponendo le persone a una arte più “radicale”, quella non-oggettiva che forse oggi chiameremmo “arte astratta”. Indipendentemente dalle nuove tecnologie da usare come strumenti, abbiamo ancora voglia di stimolare l'immaginazione, ispirare idee, e di offrire un luogo dove le persone possono avere un'esperienza condivisa, ma anche conoscere se stessi nel processo.
Dopo la mostra di Cattelan nel 2012 al Guggenheim di New York che cosa pensare dell'arte contemporanea italiana?
Il Guggenheim è sempre stato interessato all'arte italiana del 20° secolo. Nel 2014 ha organizzato e presentato una panoramica multidisciplinare del Futurismo italiano. L'anno scorso, abbiamo organizzato e presentato la mostra più completa su Alberto Burri. Entrambe le mostre sono legate al contemporaneo attraverso il loro pensiero progressista, sia attraverso l'uso di mezzi di nuova creazione come la plastica di Burri, o la celebrazione dell' innovazione tecnologica dai futuristi italiani. Come abbiamo annunciato all'inizio di questa primavera, Maurizio Cattelan sta lavorando ad un nuovo lavoro site-specific nella forma di una toilette completamente funzionante e ricoperta di oro massiccio, che sarà installata in uno dei bagni pubblici al Museo Guggenheim.
Quali saranno le prossime mostre?
Al Guggenheim di New York ha appena aperto una grande retrospettiva dell'artista di origine ungherese Lazlo Moholy-Nagy, che ha già ricevuto un'accoglienza entusiastica da parte della critica e del nostro pubblico. Nel prossimo autunno mostreremo l'opera dell'artista statunitense Agnes Martin, con una bella “indagine” sulla sua pittura, i disegni, la scultura e i film meno noti.
Ci sarà la collaborazione del fondatore di Pace Gallery?
Certamente Arne Glimcher è un grande sostenitore della mostra.
Altri progetti futuri?
Stiamo preparando una mostra di opere recentemente commissionate e acquistate ad un gruppo di artisti provenienti dalla Cina, un esempio formidabile degli sforzi che stiamo intraprendendo per costruire una collezione globale e internazionale.
É anche opportuno approfondire il lavoro dell'artista multidisciplinare Moholy-Nagy attualmente in mostra a New York: è illuminante vedere qualcuno che realmente ha affrontato la modernità in un momento di cambiamento enorme e rapido, non diversamente dal nostro. E lo ha fatto non soltanto con i mezzi scelti per lavorare, ma anche con la sua immaginazione e la sua disponibilità ad abbracciare ed esplorare nuove tecnologie. In un certo senso rappresenta una sorta di fulcro nel cambiamento dal 19° al 20° secolo, e di riflesso, dal 20°al 21° secolo.