MONTPELLIER - Gli eroi saranno anche tutti giovani e belli. Ma gli eroi di Berlino - qualcuno è ovviamente incanutito, nel frattempo, qualcuno si è appena ritirato, qualcuno gioca ancora a calcio - erano più che altro molto scherzosi. "Eravamo una scolaresca in gita", racconta Materazzi e in fondo il segreto del trionfo nel Mondiale 2006 è tutto qui: "Quando si sale sul bus, da ragazzi, si sa il nome della destinazione, però intanto ci si diverte, e non poco. Si sta per parecchio tempo lontani da casa senza sentire la nostalgia. Prima di partire ci si conosce bene, quando si torna non si può più fare a meno l'uno dell'altro". Sono passati dieci anni e quel miracolo sportivo al quale tutti gli azzurri di Lippi contribuirono con il loro mattone, e non soltanto perché scesero tutti in campo ad eccezione dei due portieri Peruzzi e Amelia scudieri di Buffon, è diventato un libro molto diverso dagli altri. Diverso perché l'hanno scritto loro, i 23 ragazzi in gita in Germania, chiamati a raccolta dal capitano Fabio Cannavaro, simbolo di quella vittoria di gruppo culminata nel suo Pallone d'oro: ogni eroe una storia, ogni storia la testimonianza di come, dietro le grandi pagine dello sport di squadra, ci sia spesso, semplicemente, la voglia di stare insieme. Infatti ci stanno ancora tutti i giorni, grazie a Whatsapp.
Nel 2014 Cannavaro ha creato una chat dal nome obbligato: Campioni del mondo 2006. E' servita a perpetuare il legame: "Viveva in frammenti divisi tra loro. Lontani. Una mappa del tesoro, con il tesoro disperso qua e là. Più passava il tempo e più sentivo la nostalgia. Era necessario ritrovarsi. Nessuno ha rifiutato l'invito". E nessuno, poi, ha rifiutato la proposta di raccogliere i ricordi nel libro scritto con Alessandro Alciato "La nostra bambina" (Rizzoli, 206 pagine 16 euro) in libreria da oggi, che fa cadere "il segreto di stato su certi aneddoti". Sorprendenti, divertenti, bizzarri, emozionanti. Buffon che rischia di tagliarsi un tendine del piede, prima dei quarti di finale con l'Ucraina: "In ritiro, al Landhaus Milser Hotel, organizzavamo combattutissime partite a ping pong. Una sera sono stato stracciato da Barone. Si è sfiorato il dramma. Mi sono arrabbiato talmente tanto da non riuscire più a controllare le reazioni. Vicino al tavolo c'era una vetrata: l'ho colpita con un calcio violento e l'ho mandata in frantumi. Il vetro distrutto, il mio piede in mezzo. Alcuni pezzi si sono conficcati nella scarpa, tanto che per alcuni lunghi secondi non ho avuto il coraggio di abbassare lo sguardo, assalito dal timore di essermi rotto qualche osso o di avere dei tagli talmente profondi da non potere più scendere in campo".
Gattuso lo scaramantico, che indossa sempre la stessa tuta, come da racconto di Pirlo: "Dormiva vestito con quella. Faceva un caldo maiale e Rino pareva un sommozzatore. Quando se la toglieva, per allenarsi in maglietta e pantaloncini, gliene facevamo di tutti i colori. Prendevamo la tuta in ostaggio. La gettavamo nei cestoni della biancheria sporca e lui si tuffava lì dentro a testa in giù tra i panni sporchi". Grosso, l'uomo del rigore decisivo all'Olympiastadion, che quel rigore l'aveva già segnato tante volte, parola di Gilardino: alla playstation. "Io, Iaquinta, Materazzi e Grosso eravamo i magnifici quattro della consolle. Fabio sceglieva sempre l'Italia. Era Grosso anche davanti al monitor. Prendeva palla, puntava l'area. Con l'Australia il rigore decisivo trasformato da Totti è nato da una sua azione. In semifinale con la Germania la prima rete, nei supplementari, è stata la sua. Ogni cosa era già stata provata alla playstation. Io, Marco e Vincenzo avevamo già vissuto tutto in ritiro".
Peruzzi e il rito della sambuca: "A ogni vittoria nella fase a eliminazione diretta: la sambuca è dolce, andava giù che era una meraviglia. Una tirava l'altra e alla fine ci tirava scemi. Alle quattro e mezza del mattino riprendevamo la via delle nostre stanze, ovviamente sbagliando strada più e più volte". Materazzi che sta per staccare la testa, in senso letterale, al cameriere Fausto, calabrese fiero della propria italianità, come Antonio Pelle, il proprietario del Landhaus Milser: "Una volta, con Gattuso, ci siamo presentati da Fausto con un paio di magliette azzurre: "Sono per te, ma per averle devi fare una cosa per noi: parare un rigore con la testa". Ho calciato. Altroché se l'ha presa. Con la tempia, con una precisione chirurgica. Per avere le due maglie, Fausto si era tuffato contro il siluro che avevo lanciato". Perrotta, figlio di immigrati, che dialoga col padre Francesco e capisce ancora di più il significato della vittoria in Germania contro la Germania: "Siete stati grandi. Anche gli emigranti che adesso vivono qui sono felici. Lo considerano come un riscatto sociale, come la restituzione di un pezzo di loro, anni dopo". L'oriundo argentino Camoranesi che parla con Maradona, la notte prima della finale: "Sono entrato in camera di Ferrara, il vice di Lippi, e lui era al telefono con qualcuno: "Diego, ti devo passare una persona". Era davvero Maradona: stavo parlando con il calciatore che da bambini, per le strade di Tandil, moltiplicavamo per ciascuno di noi. Tutti ci sentivamo lui. Tutti volevamo essere lui. Mi mancava il fiato. Il più grande calciatore di tutti tempi stava dicendo a me che avrei vinto il Mondiale". Lippi che si tuffa nel laghetto dell'albergo, come aveva promesso in caso di successo sulla Germania. Zambrotta dixit: "Ha radunato l'intera squadra. Si è tuffato ed è sparito. Inghiottito dal fango. E' riemerso con in mano un pesce decisamente grande. E decisamente morto".
I pesci li cattura con le manone Peruzzi, ricorda Del Piero: "Angelo pareva un transatlantico, considerata la stazza. Nel pugno stringeva una carpa. Carpa diem".
Sempre per scommessa Peruzzi si mangia una pizza in un solo boccone: "Ha piegato la margherita in quattro parti, ha spalancato le fauci e si è goduto il trionfo: pareva un'anaconda". Totti attratto irresistibilmente dall'arte dello scherzo, magari un po' crudele, come da testimonianza di Amelia: "Eravamo nello spogliatoio, da neocampioni del mondo. Francesco ha guardato il lettino dei massaggi e ha avuto un'intuizione geniale. Se l'è caricato sulle spalle e l'ha posato sul fondo della vasca idromassaggio. L'acqua lo copriva. Di lì a poco sarebbero arrivati tutti per farsi il bagno con la coppa, ma intanto stava per scoccare il momento di Del Piero. Ha preso la rincorsa e si è gettato. Stonc. Una spanciata tremenda su una superficie durissima. "Alessà, te serve un massaggio?". L'ha detto Francesco, togliendomi la battuta di bocca".
Era solo nel 2006 a Berlino, chiosa Fabio Cannavaro, allenatore in Cina a Tianjin e capitano degli eroi di Berlino: "Dieci anni fa. Oggi. Sempre".
Nel 2014 Cannavaro ha creato una chat dal nome obbligato: Campioni del mondo 2006. E' servita a perpetuare il legame: "Viveva in frammenti divisi tra loro. Lontani. Una mappa del tesoro, con il tesoro disperso qua e là. Più passava il tempo e più sentivo la nostalgia. Era necessario ritrovarsi. Nessuno ha rifiutato l'invito". E nessuno, poi, ha rifiutato la proposta di raccogliere i ricordi nel libro scritto con Alessandro Alciato "La nostra bambina" (Rizzoli, 206 pagine 16 euro) in libreria da oggi, che fa cadere "il segreto di stato su certi aneddoti". Sorprendenti, divertenti, bizzarri, emozionanti. Buffon che rischia di tagliarsi un tendine del piede, prima dei quarti di finale con l'Ucraina: "In ritiro, al Landhaus Milser Hotel, organizzavamo combattutissime partite a ping pong. Una sera sono stato stracciato da Barone. Si è sfiorato il dramma. Mi sono arrabbiato talmente tanto da non riuscire più a controllare le reazioni. Vicino al tavolo c'era una vetrata: l'ho colpita con un calcio violento e l'ho mandata in frantumi. Il vetro distrutto, il mio piede in mezzo. Alcuni pezzi si sono conficcati nella scarpa, tanto che per alcuni lunghi secondi non ho avuto il coraggio di abbassare lo sguardo, assalito dal timore di essermi rotto qualche osso o di avere dei tagli talmente profondi da non potere più scendere in campo".
Gattuso lo scaramantico, che indossa sempre la stessa tuta, come da racconto di Pirlo: "Dormiva vestito con quella. Faceva un caldo maiale e Rino pareva un sommozzatore. Quando se la toglieva, per allenarsi in maglietta e pantaloncini, gliene facevamo di tutti i colori. Prendevamo la tuta in ostaggio. La gettavamo nei cestoni della biancheria sporca e lui si tuffava lì dentro a testa in giù tra i panni sporchi". Grosso, l'uomo del rigore decisivo all'Olympiastadion, che quel rigore l'aveva già segnato tante volte, parola di Gilardino: alla playstation. "Io, Iaquinta, Materazzi e Grosso eravamo i magnifici quattro della consolle. Fabio sceglieva sempre l'Italia. Era Grosso anche davanti al monitor. Prendeva palla, puntava l'area. Con l'Australia il rigore decisivo trasformato da Totti è nato da una sua azione. In semifinale con la Germania la prima rete, nei supplementari, è stata la sua. Ogni cosa era già stata provata alla playstation. Io, Marco e Vincenzo avevamo già vissuto tutto in ritiro".
Peruzzi e il rito della sambuca: "A ogni vittoria nella fase a eliminazione diretta: la sambuca è dolce, andava giù che era una meraviglia. Una tirava l'altra e alla fine ci tirava scemi. Alle quattro e mezza del mattino riprendevamo la via delle nostre stanze, ovviamente sbagliando strada più e più volte". Materazzi che sta per staccare la testa, in senso letterale, al cameriere Fausto, calabrese fiero della propria italianità, come Antonio Pelle, il proprietario del Landhaus Milser: "Una volta, con Gattuso, ci siamo presentati da Fausto con un paio di magliette azzurre: "Sono per te, ma per averle devi fare una cosa per noi: parare un rigore con la testa". Ho calciato. Altroché se l'ha presa. Con la tempia, con una precisione chirurgica. Per avere le due maglie, Fausto si era tuffato contro il siluro che avevo lanciato". Perrotta, figlio di immigrati, che dialoga col padre Francesco e capisce ancora di più il significato della vittoria in Germania contro la Germania: "Siete stati grandi. Anche gli emigranti che adesso vivono qui sono felici. Lo considerano come un riscatto sociale, come la restituzione di un pezzo di loro, anni dopo". L'oriundo argentino Camoranesi che parla con Maradona, la notte prima della finale: "Sono entrato in camera di Ferrara, il vice di Lippi, e lui era al telefono con qualcuno: "Diego, ti devo passare una persona". Era davvero Maradona: stavo parlando con il calciatore che da bambini, per le strade di Tandil, moltiplicavamo per ciascuno di noi. Tutti ci sentivamo lui. Tutti volevamo essere lui. Mi mancava il fiato. Il più grande calciatore di tutti tempi stava dicendo a me che avrei vinto il Mondiale". Lippi che si tuffa nel laghetto dell'albergo, come aveva promesso in caso di successo sulla Germania. Zambrotta dixit: "Ha radunato l'intera squadra. Si è tuffato ed è sparito. Inghiottito dal fango. E' riemerso con in mano un pesce decisamente grande. E decisamente morto".
I pesci li cattura con le manone Peruzzi, ricorda Del Piero: "Angelo pareva un transatlantico, considerata la stazza. Nel pugno stringeva una carpa. Carpa diem".
Sempre per scommessa Peruzzi si mangia una pizza in un solo boccone: "Ha piegato la margherita in quattro parti, ha spalancato le fauci e si è goduto il trionfo: pareva un'anaconda". Totti attratto irresistibilmente dall'arte dello scherzo, magari un po' crudele, come da testimonianza di Amelia: "Eravamo nello spogliatoio, da neocampioni del mondo. Francesco ha guardato il lettino dei massaggi e ha avuto un'intuizione geniale. Se l'è caricato sulle spalle e l'ha posato sul fondo della vasca idromassaggio. L'acqua lo copriva. Di lì a poco sarebbero arrivati tutti per farsi il bagno con la coppa, ma intanto stava per scoccare il momento di Del Piero. Ha preso la rincorsa e si è gettato. Stonc. Una spanciata tremenda su una superficie durissima. "Alessà, te serve un massaggio?". L'ha detto Francesco, togliendomi la battuta di bocca".
Era solo nel 2006 a Berlino, chiosa Fabio Cannavaro, allenatore in Cina a Tianjin e capitano degli eroi di Berlino: "Dieci anni fa. Oggi. Sempre".