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Il derby di Oliveira: ''Il Belgio gioca meglio, ma il carattere dell'Italia può fare la differenza''

L'ex giocatore di Fiorentina e Bologna, brasiliano naturalizzato belga, vive in Sardegna, a Muravera: ''Mi sono sempre sentito cittadino del posto in cui ho vissuto. Il Belgio mi ha permesso di giocare un mondiale, l'Italia è stata una scelta casuale diventata poi una scelta di vita''
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ROMA - Le sue età, Lulù Oliveira le ha trascorse quasi tutte in Italia, lui belga do Brasil, ma anche sardo di Muravera, incantevole ritiro, impeccabile scelta di vita ora che i capelli sono bianchi e la carta d'identità dice 47. Da Cagliari a Muravera, 40 minuti d'auto, 18 anni andati via in un lampo, una montagna di gol e una dozzina di squadre frequentate e trascinate, Fiorentina, Bologna, Como, Catania, anche la Nuorese, tutte le serie italiane dalla A all'Eccellenza. Uno, nessuno e almeno tre Lulù: il brasiliano, il belga, il sardo.
Avrà avuto, qualche volta, crisi di identità.
"Ma io mi sono sempre sentito cittadino del posto in cui ho vissuto, da Bruxelles a Muravera. Sono nato poverissimo, in una favela, a 15 anni il mio procuratore mi ha portato in Belgio, mi sono sposato e poi ho optato per quella cittadinanza e quella nazionale".
Precursore, a suo modo: lo sa che in questo Europeo quasi un giocatore su quattro …
ROMA - Le sue età, Lulù Oliveira le ha trascorse quasi tutte in Italia, lui belga do Brasil, ma anche sardo di Muravera, incantevole ritiro, impeccabile scelta di vita ora che i capelli sono bianchi e la carta d'identità dice 47. Da Cagliari a Muravera, 40 minuti d'auto, 18 anni andati via in un lampo, una montagna di gol e una dozzina di squadre frequentate e trascinate, Fiorentina, Bologna, Como, Catania, anche la Nuorese, tutte le serie italiane dalla A all'Eccellenza. Uno, nessuno e almeno tre Lulù: il brasiliano, il belga, il sardo.
Avrà avuto, qualche volta, crisi di identità.
"Ma io mi sono sempre sentito cittadino del posto in cui ho vissuto, da Bruxelles a Muravera. Sono nato poverissimo, in una favela, a 15 anni il mio procuratore mi ha portato in Belgio, mi sono sposato e poi ho optato per quella cittadinanza e quella nazionale".
Precursore, a suo modo: lo sa che in questo Europeo quasi un giocatore su quattro ha il doppio passaporto e ha scelto una nazionale diversa da quella del paese di nascita?
"Non è facile, è una condizione particolarissima. Ad esempio, avevo promesso a mio padre che avrei giocato almeno una partita con la maglia del Brasile. C'ero arrivato vicino, Falcao, da ct, mi aveva fatto visionare. Poi le cose sono andate diversamente".
Non senza sofferenza, sembra.
"Mia e di mio padre. Ma il Belgio mi ha permesso di giocare un Mondiale, di avere una buona carriera internazionale".
Prima fermata Anderlecht.
"Città particolare, Bruxelles, nordica, nebbiosa, pensate cosa sia stato per me, un brasiliano dello stato di Maranhão. Ero giovane e avevo solo voglia di mandare tanti soldi a casa. Ma sono stato amato dai tifosi biancomalva, e ho amato. Poi è arrivata l'Italia".
Cagliari l'ha inserita da poco nella sua hall of fame.
"L'Italia è stata una scelta casuale diventata poi una scelta di vita. Ho sposato la Sardegna prima di sposare una sarda, tre dei miei cinque figli sono nati qui, anche adesso condivido la mia vita con una ragazza di Muravera, Rosalba. Non ho avuto scelta, mi ha scelto la Sardegna, inutile dire perché".
Oggi c'è Italia-Belgio. Per chi farà il tifo? Per chi l'ha fatta diventare un giocatore o per chi le ha dato casa e futuro?
"Tiferò per chi giocherà meglio a calcio, potrebbe essere il Belgio, ma ho fiducia nell'Italia di Conte, ha meno stelle di un tempo ma ha un grande temperamento di squadra. E questo è un dettaglio che in un grande torneo conta molto".
Che idea ha, oggi, di Belgio e Italia?
"Due paesi agli antipodi. I belgi sono solidi e freddi, vivono con l'incubo del terrorismo, ma sanno lavorare sodo, ne usciranno. L'Italia, ahimè, è un posto baciato da Dio ma soffocato da troppa burocrazia e da una politica inconcludente, me ne sono accorto anche durante l'ultimo anno, trascorso sulla panchina del La Floriana, a Malta, lì è tutto più lineare, pulito, semplice, meno tasse, meno difficoltà ad avviare un'impresa, maggiore serenità in generale, nelle piccole e nelle grandi cose della vita. Ma, se dovessi scegliere, sceglierei sempre l'Italia, anzi, la Sardegna".
Anche lei ha un po' la sindrome di Gigi Riva?
"Forse. È una cosa difficile da spiegare, ma sta lì, più forte di tutto".