Europei, il pagellone dell'Italia: 8 a Conte, Bbc da 9, voto 4 a rigoristi e carenza di talenti
Antonio Conte 8
E’ stato non solo un grande trascinatore, ma un ottimo stratega. Il classico allenatore italiano - e infatti ora più che mai all’estero li cercano e li vogliono a caro prezzo - che se la cava con quello che gli passi. Ci siamo fermati molto sul profilo esteriore, sulla sua irruenza, sul suo carattere spigoloso e fumantino, ma è stato bravo e pragmatico. Forse, per la nazionale, è un allenatore anche troppo di sostanza, sarebbe servito un ct che riuscisse a programmare e a costruire una nuova generazione di azzurri. Ma questo - dice - gli è stato impedito. E qui si aprirebbe una lunga e filosofica discussione sul sistema calcio italiano. Diciamo che forse, sotto questo profilo, aveva chiesto troppo anche a se stesso. Adesso si rigetta nella mischia delle Premier e del calcio dei club, l’arena più adatta a lui. Dice che un giorno tornerà alla nazionale. Forse con la maturità sarà ancora più bravo.
Il leader Buffon 7,5
Perfettamente calato in questo ruolo di grande padre spirituale della nazionale. A 38 anni la sua carriera comincia a volgere al termine, ma non c’è un’involuzione altrettanto veloce nel rendimento. E’ ancora oggi un grandissimo portiere, sia pure con meno spavalderia, e con molta più pacatezza di un tempo. Non ha ancora in Italia un erede alla sua altezza e non sarà facile trovarlo, addirittura impossibile così grande e completo. Da attore qual è dovrebbe affidare i guanti a un giovane numero 1 da lanciare in azzurro. Dare un segnale a tutti, lasciare il passo, ma i calciatori di oggi non ragionano così. E al gran finale preferiscono sempre un eterno presente.
La BBC 9
Barzagli-Bonucci-Chiellini. Era qualche decennio che non esportavamo una linea difensiva così forte, caratterizzata, solida, stretta. La linea Barzagli-Bonucci-Chiellini è diventata un nome solo, il biglietto da visita di una nazionale che non avendo Rivera, Baggio, Totti o Del Piero ha esibito al mondo i suoi destroyers, i suoi sabotatori, una trinità di nomi che si completano tecnicamente e caratterialmente a vicenda. La difesa e i difensori sono tornati ad essere un orgoglio, un vanto. E un suono: come Sarti-Burgnich- Facchetti…
Il simbolo Bonucci 8
Il vero volto dell’Italia, il calciatore simbolo, è stato lui. Leonardo Bonucci, viterbese, 29 anni, alto, atletico, potente, un fisico da decatleta, difensore totale della Juventus e della Nazionale. Marcatore fortissimo, spietato, preciso, ma anche metronomo della difesa, il perno centrale di un settore che su di lui si allinea, si assesta, si modifica a seconda di quello che lui fa e ordina. Bonucci è un difensore moderno che scende direttamente dalla schiatta degli Scirea, dei Baresi, dei Di Bartolomei, non semplici distruttori di gioco, ma anche costruttori, lanciatori, architetti del gioco. Quelli che con una mossa sola tagliano tutto il campo e ti evitano un lavoro troppo lungo e difficile. Il lancio per il gol di Giaccherini nella partita contro il Belgio è la summa del suo Europeo. Certo c’è anche il rigore sbagliato nella serie finale contro la Germania, ma questo, per un giocatore come lui, è solo un accessorio. La sua sostanza è ben altro.
Tutti di corsa con Giaccherini 7
La nazionale ha sfatato il cliché del calcio italiano lento, opportunista, speculatore. No la nazionale italiana, per dirla in gergo, “si è fatta un mazzo così”, correndo avanti e indietro, trasformando la partita di calcio in una specie di Gran Premio, dove non ti fermi quasi mai. Risultato del lavoro e del tanto sudore versato sul campo d’allenamento. Simbolo dell’Italia che corre Emanuele Giaccherini, il motore del centrocampo, il calciatore che a 31 anni, dopo una carriera di alti e bassi, trova il completamento di se stesso in questa corsa (è arrivato a 13 km, record di tutto l’Europeo) non fine a stessa, ma benefica, produttiva, che ossessiona l’avversaria e produce spazi, corridoi, opportunità. Calcio non statico ma in eterno movimento. Thiago Motta ne è il suo uguale e contrario, l’eccezione che conferma la regola.
La maturità dell’ Instant Team 6
Abbiamo giocato l’Europeo con la squadra titolare mediamente più anziana. Non avendo Conte trovato talenti o nuovi giocatori - o non avendo voluto rischiare troppo, dipende da come la si vede… - si è rifugiato nel classico Instant Team e cioè un mix di giocatori esperti per la maggior parte avanti con l’età, campioni consolidati (lo zoccolo duro dei mondiali 2006, Buffon, Barzagli, De Rossi), oppure una classe media di giocatori intorno ai 30 anni che comunque praticano il calcio da tempo. La scelta, magari non condivisibile fino in fondo, è stata quella di una squadra adatta per il miglior risultato possibile. Praticamente un usato sicuro.
La classe operaia 7
E’ stata la nazionale dei Giaccherini, Parolo, De Sciglio, Sturaro, Zaza, Pellè etc. La classe operaia che all’improvviso trova consapevolezza di se stessa, che va anche oltre i propri limiti, che evidentemente ha risorse ignote. E’ una buona notizia, la prova che il calcio non si fa solo con i campioni e i fuoriclasse, e che non è impossibile fare qualcosa di buono se ti vengono a mancare quelli illuminati dallo spirito del football.
La fantasia e la carenza di talenti 4
Non è stata una nazionale di grande fantasia, bisogna ammetterlo. Giocatori raffinati, di classe, inventori avevamo soltanto Giaccherini e Insigne, quest’ultimo rimasto però ai margini della squadra titolare. E’ un fatto però che questa è stata comunque una nazionale di scorta, quasi d’emergenza, uscita da una crisi ancora non risolta e da una serie di infortuni che l’hanno seriamente penalizzata. La mancanza di giocatori di fantasia, di attaccanti, di giovani e di nuovi talenti è un problema ampiamente denunciato da tutti. Sul come questi giocatori andrebbero fatti maturare e tirati fuori dall’ombra è un discorso lungo e complicato. Che abbiamo anche in parte fatto. Gli stranieri c’entrano fino a un certo punto, serve che i giocatori si mettano alla prova in campionati competitivi. In Italia o altrove non fa differenza.
I rigoristi 4
Ancora la chiamiamo la lotteria dei rigori, e forse è stupido pensare che nella sequenza di rigori finali non abbia parte anche la fortuna. Però i rigori di Germania-Italia soprattutto da parte azzurra sono stati un vero e proprio horror, forse la più brutta sequenza di rigori nella storia della nazionale. Senza scendere su valutazioni e secche bocciature personali, e riconoscendo che ai rigori prima o poi qualcuno deve pur sbagliare altrimenti si andrebbe avanti all’infinito, però il balletto di Zaza è stato incomprensibile e anche ridicolo, Pellé che provoca Neuer con la simulazione del cucchiaio un gesto dispettoso da oratorio. Alla fine l’errore più accettabile, sia pur grave, è apparso quello di Darmian. Che almeno è stato un rigore brutto, senza alcuna possibilità di far male e basta. Non so se esistano dei tecnici specializzati, ma forse sarebbe ora di fare scuola di rigori.
Il contributo della Juve 8
Bisogna dare a Cesare quello che è di Cesare, e non è adulazione del club più amato e più odiato d’Italia. Casomai la denuncia di un problema. Senza la Juventus che ha costruito una squadra con ottimi giocatori e soprattutto con tanti italiani, la nazionale non sarebbe arrivata a questo risultato. E’ vero che le nazionali vincenti sono spesso basate su blocchi di club - a cominciare dall’Italia/Juve di Bearzot, dalla Spagna/Barcellona e dalla stessa Germania/Bayern Monaco - ma non è così scontato. Sulla nazionale pesa il troppo ridotto contributo di Milano e con i cambi epocali di gestione davanti temo che di programmazione e di settori giovanili non se ne parlerà proprio più.
La critica dei media 4,5
Ci avevamo capito poco o nulla. Davamo per scontato il passaggio del turno, ma consideravamo questa nazionale quasi un equivoco, un lavoro rimasto a metà. Ma questa era anche l’opinione di molti uomini di calcio e addetti ai lavori, non solo critici. E invece la nazionale ha magistralmente smentito la critica, che forse ha persino fatto con i suoi giudizi negativi da molla psicologica. In fin dei conti meglio così.
Il calcio all’italiana 9
E’ stato bello riscoprire di avere comunque un’identità e uno stile, sapere che il “calcio all’italiana” è comunque un marchio, un segno distintivo, come l’espresso, la pasta al dente e la pizza, la moda, il vino, le macchine sportive. Siamo quel che siamo, facciamo calcio perfettamente calati nella nostra tradizione, il calcio del tiki taka e del possesso palla ci aveva turbato e mandato in crisi d’identità. Il calcio all’italiana non è il primitivo “catenaccio & contropiede” è una visione globale del calcio, che non sottovaluta la difesa, non la ritiene secondaria alla fase di attacco, e soprattutto verticalizza il gioco, lo rende essenziale e veloce. Il calcio all’Italia vive e lotta insieme a noi.