Islanda

Islanda, il calcio sotto il vulcano che sfida le grandi

I giocatori dell'Islanda festeggiano con i tifosi (ap)
Tanti allenatori, pochi calciatori, l'ascesa di uno sport nella terra in cui sino al 2000 non esistevano campi di calcio riscaldati. E che adesso si gioca un posto tra le migliori otto d'Europa
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Il modo in cui il telecronista islandese ha accompagnato il contropiede della sua nazionale nel quarto minuto di recupero della partita con l'Austria spiega tutto: il suo era una specie di rantolo d'entusiasmo prolungato, era fuoco purissimo, era abbandono, esaltazione, pazzia, incredulità ma in fondo anche cieca fiducia che quel fantastico movimento collettivo sarebbe finito con la rete di Traustason e il passaggio del turno. Dopo qualche secondo di balbettamenti nordici l'uomo dietro il microfono è scomparso. Deve essere svenuto per la commozione. Nel pieno rispetto del falso mito dell'autocontrollo anche in tv gli islandesi si sono confermati vulnerabili alle vampe di calore. E' gente che si emoziona, che accetta per cultura di "sbroccare". Sugli spalti del St. Denis l'8% della popolazione dell'isola faceva un chiasso d'inferno. Per numeri e comportamento rappresentava un perfetto spaccato della società: tutti disposti a lasciarsi andare, larghissima maggioranza di under 30, esibizione semplice ma convincente del senso di appartenenza. L'Islanda si è riunita attorno a una tavola, quella del calcio, una tavola che sino a qualche mese fa gran parte dei suoi abitanti neppure pensava che esistesse. E quei pochi che la conoscevano non immaginavano che potesse presentare pietanze tanto succulente per la gioia individuale e per la festa collettiva.

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L'Islanda non gioca a pallone, gioca a "knattspyrna". E da un po' di tempo a questa parte lo fanno così bene che nel girone di qualificazione a questi europei sono riusciti ad estromettere persino la regale Olanda, battuta sia all'andata che al ritorno. Islanda è un luogo marginale perché lontano dal teorico centro di smistamento del calcio europeo. E' così diverso che storia e letteratura lo associano spesso alla fine del mondo conosciuto o al punto di discesa più comodo verso il centro della terra. Non immagini possano mettere insieme una nazionale da quasi punteggio pieno in qualificazione (18 punti in 7 partite, hanno perso soltanto in Repubblica Ceca) e da ottavi contro l'Inghilterra. Hanno abitudini anglosassoni, gli islandesi, quindi in realtà sono più vicini di quanto si pensi sia al nostro modo di essere, che siamo latini con una predisposizione ad accogliere istanze americane o britanniche, sia a quello dei loro prossimi avversari (Inghilterra-Islanda si giocherà lunedì 27 alle 21, subito dopo Italia-Spagna e la vincente se la vedrà il 3 luglio con Francia o Irlanda), cui potrebbero rubare la scena. L'Islanda è un falso ghiaccio. Di venerdì il lungo stradone che identifica il coloratissimo centro di Rejkyavik, traduzione "baia fumosa", si riempie di ragazzi che mollano i freni inibitori e scivolano su fiumi di birra, fanno musica che ha da tempo invaso i mercati e adesso giocano anche a calcio, insegnando l'arte dell'umiltà dopo aver, come Björk, creato un collegamento fra occidente ed estremo nord. I Björk del calcio ce li abbiamo avuti sotto gli occhi, anche in Italia: Hallfredsson, Bjarnason. Ma non è cosa di tutti i giorni. Sono gli unici due islandesi ad aver giocato in serie A oltre ad Albert Gudmundsson, che vestì la maglia del Milan per una stagione ('48/'49) e poi negli anni '80 divenne ministro dell'industria del suo paese. Il più famoso è per distacco Eidur Gudjohnsen, passato per Chelsea e Barcellona, una Champions League in bacheca e qualche minuto giocato l'altro giorno, a 38 anni suonati, contro l'Ungheria: a casa Gudjohnsen è una specie di Michael Jordan. E' famoso anche per essere stato forse l'unico calciatore della storia recente ad aver dato il cambio al padre: entrò lui e uscì il papà. Il più talentuoso è Gylfi Sigurdsson, che nei suoi anni di Tottenham si muoveva da jolly offensivo d'alta classe (ora è allo Swansea di Guidolin). Finnbogason pareva destinato a una carriera migliore: in Olanda, alla dipendenze di Van Basten (Heerenveen) segnò come un matto e adesso che è all'Augsburg ha recuperato la confidenza temporaneamente perduta durante il soggiorno in Spagna (Real Sociedad) e Grecia (Olympiacos). Un giorno lontano venne accostato alla Roma. L'Islanda ha mancato la qualificazione ai Mondiali 2014 perdendo il playoff contro la Croazia. Quindi già nel 2013 era chiaro che qualcosa stava cambiando per sempre. Parliamo di un paese di 320 mila abitanti la cui nazionale è al 27° posto del ranking Uefa. Nel 2010 era al 112°, dimenticata in mezzo al suo gelido mare. E' allenata dallo svedese Lars Lagerback, che rimugina in panchina come fosse alle prese con un calcolo matematico da esporre agli studenti di una colta università. Tanto a esultare ci pensa il suo assistente Heimir Hallgrimsson, uno che ha lavorato duro per tutta la vita, uno che viene dalle Westman Islands, il mucchietto di terre emerse a sud di Rejkyavik che sono la casa di 8 milioni di pulcinelle di mare, di 80 vulcani e di appena 4 mila persone. Il portiere Halldorsson faceva il regista televisivo e girava documentari. Ha chiesto alla sua casa di produzione, la SagaFilm, di riassumerlo a pallone finito. Molti fanno il doppio mestiere. "Ci alleniamo tutto l'anno nelle centinaia di impianti al coperto, ma il segreto è il settore tecnico", racconta il presidente federale Thorsteinsson. "Trovare un allenatore in Islanda è facile come trovare la strada per il villaggio successivo", ammette Hallgrimsson. "Nel paese ci sono 165 tecnici con licenza Uefa A e 563 con licenza Uefa B".

Pur avendo un campionato semi professionistico, l'Islanda ha la media spettatori (anche questa in rapporto agli abitanti totali) più alta d'Europa, perché 32 islandesi su 1000 vanno allo stadio, mentre l'Italia è 22esima (neanche 4 su 1000). Ma tutto questo è l'effetto e non la causa del boom del calcio islandese: il grafico più interessante è quello che mostra la scalata del ranking Fifa in rapporto al numero di campi regolari di calcio riscaldati (grazie all'energia geotermica), passati da 0 a 15 dal 2000 a oggi. A questi si aggiungono altri 25 campi coperti più piccoli e 150 mini campi. Una rivoluzione "verde" che ha portato l'Islanda fra le migliori sedici d'Europa. Il saper sfruttare un bacino di appena 21.508 calciatori tesserati è certo un miracolo, ma è anche un capolavoro di gestione virtuosa. Creare un movimento di qualità non è più un problema. La partita con più spettatori sul suolo patrio rimane l'amichevole Islanda-Italia del 18 agosto 2004: 20.204, fu l'esordio di Lippi sulla panchina: finì 2-0 per loro. E bravi azzurri. Gli demmo così tanto entusiasmo che adesso ci credono sul serio. Forse più di noi poveri ricchi.