Italia-Spagna, Albertini: ''Noi bistrattati, ma loro ci temono''
dal nostro inviato FRANCESCO SAVERIO INTORCIA
Albertini durante Italia-Spagna del mondiale del 1994 (ansa)
L'ex vicepresidente della Figc parla di una sfida che ha vissuto in passato prima da giocatore e poi da dirigente: ''Loro hanno il talento, noi il gruppo. La squadra di Del Bosque deve ancora dimostrare il suo valore, noi saremo al massimo. Non so se basterà per batterli, ma ci proveremo''
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MONTPELLIER - Le grandi sfide con la Spagna le ha vissute tutte. Da calciatore, nel '94, al Mondiale americano. Da vicepresidente federale agli Europei del 2008 e del 2012 e alla Confederations Cup del 2013. Demetrio Albertini in carriera ha giocato anche con Atletico Madrid e Barcellona, conosce bene gli avversari di lunedì a Parigi.
Albertini, sarà di nuovo Italia-Spagna: quali analogie ritrova col passato?
"Non è la Spagna del 2012, dopo il Mondiale è un'altra squadra. Anzi, possiamo dire che la partita di lunedì è contemporaneamente la rivincita della finale di quattro anni fa e la sfida fra le due grandi delusioni del 2014, noi e loro siamo usciti al primo turno in Brasile e non se l'aspettava nessuno. Credo che la Spagna continui a essere ricca di talenti, in fondo anche quest'anno ha avuto tre finaliste su quattro nelle coppe, ma rispetto al passato è meno squadra. Al contrario, Conte ha unito il gruppo valorizzando le caratteristiche dei singoli". Torniamo alle sfide del passato. Mondiale '94, Boston, quarti di finale, Italia-Spagna 2-1.
"Ricordo il caldo pazzesco, cento per cento di umidità. I due gol di Dino e Roberto Baggio, la gomitata di Tassotti a Luis Enrique, il discorso di Sacchi nello spogliatoio: "Possiamo batterli con l'organizzazione di gioco", ci disse. Qualche settimana fa ho rivisto alcuni calciatori di quella Spagna a Sofia, per i 50 anni di Stoichkov. E si scherzava con Salinas, che divorò un gol alla fine. Gli altri dicevano che l'Italia avrebbe dovuto dividere il premio anche con lui..." Quella Spagna era meno talentuosa?
"Non direi, storicamente la Spagna ha sempre avuto grandi giocatori. Ha dovuto attendere però quest'ultima generazione per vincere a livello internazionale perché in precedenza non riusciva ad esprimere unità. Noi siamo sempre stati "squadra", loro solo negli ultimi dieci anni". Cos'è cambiato dunque?
"Negli anni Duemila tanti nostri giocatori sono andati nella Liga, penso a Cannavaro, a Vieri, a Zambrotta, mi ci metto anche io. E tanti tecnici italiani. Penso che da noi abbiano imparato qualcosa, la concentrazione e la determinazione in allenamento. Nessuno allena la mente come noi in Italia. C'è la preparazione fisica, quella tecnica, ma poi conta la testa".
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Torniamo al 2008: Italia fuori ai rigori, Donadoni licenziato. Poi quel risultato è stato rivalutato nel tempo.
"Noi eravamo i campioni del mondo, per questo si aspettavano tutti di più. Ricordo una partita con poche azioni importanti, alla fine maturò la convinzione che avessimo perduto una grande occasione. Gli anni seguenti hanno detto il contrario: se la Spagna ha vinto di pari passo con i club, l'Italia come Nazionale ha ottenuto molto di più delle sue squadre, il secondo posto all'Europeo e il terzo in Confederations Cup mentre i club nelle coppe non vincono più". Nel 2012 l'Italia spaventa la Spagna al debutto, poi perde male in finale.
"Alla prima partita, a Danzica, siamo stati l'unica squadra che ha costretto la Spagna a cambiare sistema, ad aspettarci: nel secondo tempo non sapevano che fare, erano in difficoltà a costruire gioco, cercavano di farci uscire. La finale fu diversa, non c'è stata mai partita, arrivammo stremati dalle due gare precedenti con Inghilterra e Germania, avevamo consumato tutte le energie. Col senno di poi, avremmo dovuto pensare diversamente i trasferimenti, magari arrivare a Kiev in anticipo. Nel 2013 in Brasile li abbiamo fermati di nuovo, siamo usciti ai rigori e meritavamo di più". Stavolta invece Conte ha potuto applicare un ampio turnover.
"Per questo dico che abbiamo un'opportunità per fare bene. La Spagna deve ancora dimostrare il suo valore, noi saremo al cento per cento, riposati, al massimo. Non so se basterà per batterli, ma ci proveremo. Noi siamo bistrattati, ma loro ci temono e ci invidiano. La nostra principale carenza non è la qualità ma l'esperienza, però nelle prime due gare non l'abbiamo patita. La terza è stata più complicata, per chi gioca meno è più facile inserirsi in corsa nella squadra titolare, come hanno fatto Immobile e Zaza contro Belgio e Svezia, che in una formazione tutta nuova come contro l'Irlanda". Lei ha vissuto a Madrid e a Barcellona, che legame conserva con la Spagna?
"Un legame speciale, ho un filo diretto con tanti calciatori e una bella amicizia con Puyol. Vi svelo un particolare: dopo la finale del 2012, Iniesta mi contattò perché voleva la maglia di Pirlo, con dedica". Albertini, cosa pensa del tabellone squilibrato?
"È l'assurdo effetto di una formula allargata che ha portato all'Europeo anche nazioni che prima lo vedevano col cannocchiale. È comunque positivo l'entusiasmo di alcune squadre, ma l'errore è promuovere anche le terze, la prima fase a questo punto non serve a nulla, e lo dico io che nel '94 con l'Italia sono passato proprio con il ripescaggio. Penso alla formula del Mundial '82, con sei gironi ma solo le prime due qualificate". Conte ha chiesto ai tifosi di mettere la maglia, ma l'azzurro negli stadi non è mai un colore primario: sempre in minoranza.
"In Italia non abbiamo questa cultura, tutto qui. Ricordo invece l'effetto che mi ha fatto vedere il muro giallo a Dortmund...". Lei ha spesso indicato il modello spagnolo delle seconde squadre come la strada da seguire per l'Italia. Ne è ancora convinto?
"Sono anche stanco di ripeterlo. Qui da noi c'è l'immobilismo, siamo la quinta nazionale più vecchia dell'Europeo, abbiamo in A la squadra più vecchia d'Europa, il Chievo, ora è stata bocciata anche la riforma del campionato Primavera. Bisogna fare qualcosa, la Lega deve fare sistema e accordarsi su una riforma. Un'idea, un segnale. Non è più tempo di proposte, ma di decisioni".