Italia

Giaccherini il simbolo dell'Italia che sa stupire

Emanuele Giaccherini (ansa)
Dodici domande/risposte dopo Italia-Spagna e verso il quarto di finale contro la Germania
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1 - La partita con la Spagna è stata la più bella della gestione Conte?
Sì. Ma la risposta dipende anche dai gusti: la vittoria col Belgio è stata sorprendente, presenta all'improvviso un'Italia diversa, solida, con un forte spirito di gruppo, che alla prima uscita manda ko un grande avversario. Non credevamo in certi giocatori e invece li troviamo consapevoli del proprio ruolo e niente affatto impauriti. La vittoria con la Spagna è stata ancor più emozionante, contro una rivale storica, un vero e proprio tabù, in una gara da dentro o fuori o "partita senza domani" come l'aveva definita Conte. Gara dominata, Spagna mai in partita, anche se il risultato è stato incerto fino all'ultimo.

2 - Si può ripetere l'impresa con la Germania? E quali rischi ci sono?
Si può ripetere, bisogna crederci. Ma ci sono delle grandi differenze. La Germania prima di tutto non attraversa una crisi di identità come è successo alla Spagna, mantiene intatta una classe di ottimi giocatori dagli anziani ai più giovani (Neuer, Muller, Ozil, Draxler, Goetze, Schweinsteiger, perfino Gomez), in sostanza oggi è una squadra molto più forte della Spagna. Diversamente da prima nei grandi tornei stavolta è l'Italia a essere la "bestia nera" della Germania, mentre nell'ultima amichevole a marzo ci hanno sconfitto pesantemente (4-1). Il che potrebbe anche essere una buona base di partenza per avere una perfetta cognizione dell'avversario. Cambiano moltissimo dunque le condizioni tecniche e psicologiche della partita. Anche se l'approccio strategico alla fine non sarà poi molto diverso.
3 - Infortuni e assenze possono condizionare l'Italia?
Sì. Non è facile perdere contemporaneamente Candreva, De Rossi e Thiago Motta. Ti cambia tutto l'assetto della squadra. Contro la Spagna non si è sentita l'assenza di Candreva, ma se mancasse De Rossi verrebbe meno il perno di quel gioco difensivo e di rilancio offensivo tipico dell'Italia. Si tenterà il recupero ma il pessimismo è diffuso e Conte giustamente vuole giocatori al 100% (anzi il 120%). Thiago Motta che è già un rincalzo e la sua "staffetta" è squalificato. La soluzione dunque è inventarsi e adattare un altro perno (Parolo?) e magari far entrare Sturaro oppure cambiare completamente l'opzione tattica con un centrocampo a 4, una coppia al centro, e magari inserire un altro esterno. Il rischio di perdere il controllo del centrocampo, davanti a una corazzata come la Germania esiste, inutile negarlo.

4 - L'Italia può vincere l'Europeo?
Meglio pensare di no, che non può farcela. Questa è la classica domanda scatenata da un comprensibile entusiasmo. La forza dell'Italia è quella di aggredire la partita come se fosse l'ultima. Per vincere l'Europeo bisognerebbe superare altri tre ostacoli enormi: dopo la Spagna, la Germania, poi la Francia (a meno di clamorose nuove sorprese da parte dell'Islanda) infine la finale di Parigi. Quarti e semifinali teoricamente sarebbero molto più difficili di un'eventuale finale giocata magari una seconda volta col Belgio.  Comunque sognare non è proibito, in ogni caso meglio farlo discretamente.

5 - L'Italia è davvero una squadra di gregari?
No. Mi sembra un giudizio schematico e irrispettoso dei ruoli, se s'intende per gregario unicamente il portatore di borracce. Le partite dei vari Giaccherini, Parolo, De Sciglio, Pellè & C. sono state fior di partite e fior di prestazioni. Che avremmo giudicato grandissime se fossero state fatte da Iniesta o Morata. Diciamo che non è un'Italia di grandi nomi e la sorpresa è proprio questa. 6 - L'Italia è davvero "più squadra" perché non ha talenti?
No. Vale il discorso fatto per i gregari, bisogna dare a Cesare quel che è di Cesare. E soprattutto bisogna intendersi cosa è il talento. Il talento o il campione è il giocatore che si dimostra tale al momento giusto. Conte ha un po' avallato questa teoria, affermando che la costruzione della squadra ha sopperito all'assenza di grandi talenti o campioni. E in ogni caso gente come Buffon, Barzagli, Bonucci, Chiellini, De Rossi non sono passati di lì per caso, l'Italia ha dei veterani che ancora dicono la loro e il cui contributo è enorme. Se davanti possono giocare con più efficace è perché alle spalle possono stare tranquilli. In ogni caso non si vince né con i talenti che giocano ognuno per conto loro, né con dei giocatori scarsi che però fanno squadra. E in questo momento Pellé vale più di certi personaggi alla Rooney che regolarmente sbagliano la partita che conta.

7 - Qual è il giocatore simbolo di quest'Italia?
Difesa e veterani a parte che formano lo zoccolo duro, direi Giaccherini. Giocatore di grandi qualità tecniche ma che ha sofferto un calcio dove si privilegia la forza e l'imponenza fisica e che ha dovuto aspettare i 31 anni per dare il meglio di se stesso. In realtà, la piccola taglia nel football è sempre stata un grande pregio, proprio per la maggior tecnica in rapidità di esecuzione, che permette di esaltare il dribbling e l'imprevedibilità. Pensiamo a Maradona e  Baggio. Oppure ai grandissimi talenti del Barcellona, ricercati di quella fatta addirittura col lanternino. Con una buona cura psico-fisica, una collocazione tattica ottimale, e una forte iniezione di autostima Giaccherini è entrato nella condizione perfetta. Operazione ad esempio che alla Juventus non era riuscita, anche se c'era proprio Conte che però allora aveva evidentemente altre priorità e altre idee. Oggi se lo porterebbe volentieri anche al Chelsea.

8 - Pellè è la scommessa vinta di Conte?
Assolutamente sì. Giocatore che non ha avuto vita facile e che ha avuto maggiori riconoscimenti all'estero che in Italia. La sua convocazione è stata accolta con molto scetticismo. Ma come attaccante è stato fondamentale, perché entrambe le volte, col Belgio e con la Spagna, ha chiuso definitivamente le partite, timbrando il risultato. Inoltre prende calci, rimedia punizioni, fa da perno sui contropiede, tiene allungata e slabbrata la squadra avversaria. Indispensabile.

9 - L'Italia ha uno psicologo, fa terapia di gruppo?
No. La conduzione dell'Italia è affidata a uno staff classico, moderno, ma senza alcun aiuto di professionisti del genere inquadrati direttamente nell'equipe dei tecnici. Piuttosto se ne può servire qualche calciatore, ma in maniera del tutto personale e autonoma. L'aspetto psicologico del gruppo è affidato direttamente ad Antonio Conte, grande leader e grande trascinatore indubbiamente. 10 - Perché Conte è così indemoniato in panchina?
E' la sua maniera di osservare e gestire la partita. Morale e passionale, praticamente gioca in prima persona. Come ormai fanno un po' tutti gli allenatori di quella tempra: vedi Mourinho o Simeone. La squadra sente e vede la sua partecipazione e reagisce di conseguenza. Per amor del vero bisogna anche dire che a volte certi atteggiamenti sono francamente un po' eccessivi, ma in questo momento è lui a vincere e dunque non gli si può dire nulla.

11 - Si conferma la difesa il punto di forza dell'Italia?
Assolutamente sì. L'Italia è una squadra che sostanzialmente non prende gol, col Belgio ha avuto anche un po' di fortuna, la Svezia non ha mai giocato, con l'Irlanda c'erano in campo le riserve (ed è arrivato un gol) ma Buffon - Barzagli-Bonucci-Chiellini hanno letteralmente annichilito gli attaccanti e i portatori di palla della Spagna, da Fabregas a Morata. E lo fa sia con una marcatura feroce, sia con un'armonia tattica impressionante: in fase di palla all'avversario si vede perfettamente la linea dei 5 difensori che alza il muro fin da 30 metri lontano dalla porta di Buffon. Come l'Italia si preoccuperà dei campioni del mondo, così la Germania si preoccuperà prima di tutto di quel muro davanti a Buffon da scalare.

12 - Il calcio di Conte è l'anti Tiki-Taka?
Sì il calcio di Conte è l'anti Tiki Taka, diciamolo chiaramente. Il ct rifiuta giustamente l'etichetta di "catenaccio e contropiede", essendo questa una definizione arcaica, corretta per il calcio glorioso che fu dell'Inter o del Milan anni 60. Ma quello di Conte è moderno, sano e autentico "calcio all'italiana", fatto di difesa, verticalizzazioni, ricerca del tiro in porta con pochi passaggi e senza perdite di tempo. Al contrario del Tiki Taka barcellonese o spagnolo che fu, il calcio di Conte non è schiavo del possesso palla. Anche se lui paradossalmente dice "non alleno e non insegno il contropiede" è evidente che l'arma di colpire l'avversario sbilanciato, come un fiorettista sorpreso all'attacco ma guardia abbassata, è quella che gli piace, e la fa godere di più.