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Portogallo, Ronaldo e l'estate perfetta: "E domenica voglio piangere di gioia..."

L'attaccante del Real Madrid è stato decisivo per arrivare in finale: "Di traguardi nella mia carriera ne ho raggiunto tanti, sono tredici anni che gioco a questi livelli e le statistiche non mentano mai, ma il mio sogno è sempre stato di vincere un trofeo con il Portogallo

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LIONE - Alla fine è rimasto solo lui, con i suoi dolori e la sua spossatezza, con la sua spavalderia (almeno non è che uno che fa finta) e soprattutto con i suoi gol, con la sua tigna, con il suo temperamento, con il suo carisma smisurato e alla fine persino con quegli accenni di umiltà che ha regalato nella notte di Lione, quando ha messo i successi della squadra davanti ai suoi. "Di traguardi nella mia carriera ne ho raggiunto tanti, sono tredici anni che gioco a questi livelli e le statistiche non mentano mai, ma il mio sogno è sempre stato di vincere un trofeo con il Portogallo. Ce la possiamo fare. Siamo una squadra straordinariamente unita, solidale, in cui ognuno si mette a disposizione dell'altro. I complimenti non fateli a me: indirizzateli all'allenatore, a tutti quelli che hanno lavorato perché arrivassimo fin qui, ai tifosi che ci sostengono e per i quali lottiamo. Siamo a un passo dal traguardo. Continuiamo a sognare". Il primo Ronaldo di questo Europeo era diverso, più irritabile, forse frustrato perché non gli veniva quello che voleva. Scaricava la tensione addosso ai compagni, rimproverandoli platealmente per ogni minimo sbaglio, oppure sull'arbitro, contestato a braccia larghe per ogni fischio. Ha giocato partite pessime, ha comunque segnato due gol e oggi forse si metterà persino a benedire quel rigore sbagliato contro l'Austria: se l'avesse segnato, magari il Portogallo sarebbe finito dall'altra parte del tabellone, stritolato tra Inghilterra, Francia, Germania. Sono i segni del destino. Da quando un lieve ma fastidioso stiramento cominciò a perseguitarlo, il 21 aprile scorso, Cristiano non ha più potuto essere se stesso: ha giocato praticamente sempre senza fermarsi, senza curarsi, certe volte trascinandosi in campo. Ma è stata una estate perfetta: ha vinto la Champions, e lo stesso vuole dell'Europeo: è uno che quando sente l'odore del sangue non ha pietà. "Di record ne ho già battuti e ne batterò ancora ma la cosa più importante, adesso, è che tutto il Portogallo abbia un sogno a portata di mano". Non ha fatto cenno a Messi, ai sui guai con la giustizia spagnola e con l'intero popolo argentino, alla sua fragilità improvvisa. Ma chi conosce Cristiano, giura e spergiura che siano state le sue lacrime dopo la finale di Copa America, o il suo sguardo sperduto sul banco degli imputati, a dargli un'ulteriore carica. Al nemico Leo ha dedicato un solo riferimento di sponda: "Domenica sera mi vedrete piangere di gioia". Messi ha solo pianto per tristezza. Il paradosso è che un Ronaldo meno dominante, meno smaccatamente superiore, ha potuto finalmente saldarsi, quasi con naturalezza, con il resto della squadra. Si sono avvicinati, il re e i sudditi. Si sono mescolati, e le differenze di rango sono sfumate. Il Portogallo ha preso a giocare senza aspettare per forza che i problemi li risolvesse Cristiano, Cristiano ha smesso di ritenersi l'unica soluzione vincente di una formazione che non riteneva all'altezza, cosicché alla fine il giovamento è stato reciproco e il valore tecnico della Selecao, che è tutt'altro che modesto e che, si è stagliato nitidamente e, soprattutto, è andato in crescendo in un torneo in cui fino all'altro giorno si sottolineava come i portoghesi non avessero mai vinto al 90', ma si trascurava il fatto che non avessero nemmeno mai perso e che ancora non è accaduto. Ibra era da solo. Bale a un certo punto è rimasto solo. Ronaldo ha un sacco di compagnia, ed è in finale per questo.