Cannes 2016

Cannes, Almodovar e i tormenti delle sue donne: "Un dramma il più sobrio possibile"

Con 'Julieta' il regista spagnolo torna al suo genere preferito: il melò. Complici le sue affascinanti, "irregolari" muse, come Rossy de Palma: "Mi identifico con i miei personaggi che ogni volta parlano di me in un determinato momento della mia vita", ha raccontato

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Storie d’amore passionali e totalizzanti, tradimenti di amici e di amanti, morti improvvise laceranti, donne in coma o bloccate a letto dalla malattia, una madre in cerca della figlia che non vede da dodici anni. Pedro Almodovar segna con Julieta il ritorno al genere che più ama: il melò e affida alle sue protagoniste (Adriana Ugarte, Julieta giovane e Emma Suàrez, Julieta matura) il ruolo di una donna tormentata dai sensi di colpa e dall’assenza della figlia che se ne è andata dalla sua vita appena ha compiuto diciotto anni.

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“So che c’è qualcuno che ha inventato il termine almodramma, ma io in realtà con Julieta ho cercato di fare il dramma il più sobrio possibile, almeno per me – ha detto Almodovar, camicia verde e giubbotto sportivo, a Cannes in concorso con tutto il suo cast di giovani attori e l’inseparabile fratello produttore Agustin – Io mi identifico ogni volta con tutti i miei personaggi e tutti in qualche modo parlano di me in un determinato momento della mia vita. Non ho mai scritto un’autobiografia e ho chiesto che nessuno la scriva, autorizzata e non autorizzata. L’ho messo anche nel mio testamento e prego voi, che siete i giornalisti del futuro, di vigilare, dopo la mia morte, perché non facciano biopic su di me. La mia vita sta nei miei venti film”.
 
Il film, che è in concorso e sarà nelle sale italiane il 26 maggio, è già uscito in Spagna dove la promozione è stata travolta dalla questione dei Panama Papers, esplosa proprio mentre il film stava arrivando nei cinema spagnoli costringendo Almodovar a cancellare la conferenza stampa. Un mese e mezzo dopo, il “Panama affair” arriva anche sulla Croisette e un giornalista inglese, che dichiara il suo amore per la pellicola, pone al regista la domanda che tutti si fanno: “Ha questa faccenda condizionato la vita del film?”. Almodovar non si sottrae: “Io e mio fratello eravamo solo figuranti in questa storia, se fosse stato un film non saremmo neppure comparsi nei titoli. Il problema è stato che la stampa spagnola ci ha trattato da protagonisti. Io però spero che il pubblico, come è capitato a lei, veda il film e lo ami senza farsi condizionare”.  
Alla base del film ci sono alcuni racconti della scrittrice canadese Alice Munro (Runaway, In fuga Einaudi) cui il regista si è liberamente ispirato. “In un primo tempo pensavo di girarlo a New York con un’attrice americana che avevo già scelto, ma poi mi sono reso conto che dovevo portare il film su un terreno più proprio – ha detto il regista – Volevo fare un film girato completamente in un treno sapevo che sarebbe stato un inferno con spazi stretti in cui girare, ma da bambino capriccioso quale sono volevo assolutamente un treno. Il racconto di Alice Munro mi offriva una sequenza meravigliosa, ambientata in un vagone ferroviario, e quello è stato il motore della storia. D’altronde per me è così: vedo un film, leggo un libro, ascolto una conversazione e mi metto in moto anche se poi l’ispirazione iniziale non produce che un paragrafo della mia sceneggiatura, tutto il resto viene dalla mia fantasia”.
 
Anche se dei racconti nel film è rimasto poco la stima per la ottantaquattrenne scrittrice premio Nobel è viva. “Alice Munro è una casalinga che scrive, praticamente quello che sono io – ha scherzato Almodovar – Aveva quattro figli che le occupavano tutta la giornata, la scrittura notturna per lei costituiva un furto del tempo dedicato alla vita famigliare. Quello che amo nella sua scrittura è che quando arrivo alla fine di un suo racconto ne so di meno di quando ho cominciato e questo per me è molto stimolante. Ho scelto alcuni dei suoi racconti che avevano la stessa protagonista, sono convinto che qualcosa di quel mondo sia rimasto ma io fondamentalmente sono andato dove mi portavano i personaggi: nell’universo femminile. Julieta, rispetto alle tanti madri che ho raccontato nei miei film, è la più vulnerabile, la più debole. Offre una resistenza passiva e disperata al dolore e alla perdita perché non ha la forza di lottare”.
 
Diviso tra due protagoniste e tra due epoche, quella degli anni Ottanta di Julieta giovane e quella contemporanea della Julieta matura, il film è in linea con la cifra stilistica del regista: colorato e pop nella scelta dei costumi, dell’arredo, delle pettinature, della fotografia. “Io sono figlio del Technicolor che costituisce il mio immaginario da quando ero piccolo, fatto di colori vivi e contrastanti. Nel mio cinema cerco sempre di tendere a quel tipo di immagine anche se per motivi chimici è un obiettivo impossibile da raggiungere”. E Almodovar non si limita a fare un’analisi tecnica ma offre anche la sua spiegazione psicanalitica e autobiografica. “Io sono figlio degli anni Settanta e dell’arte pop e questo ha condizionato il mio cinema portandomi verso le tinte estreme. Ma la mia è soprattutto una reazione alla scoperta che ho fatto quando girando Donne sull’orlo di una crisi di nervi: la rivelazione che mia madre era stata costretta a vestirsi a lutto da quando aveva 13 anni e persino quando mi ha concepito portava il nero tutti i giorni. Il nero è un colore bellissimo, elegante ma non quando si obbliga una bambina a portarlo. Con il mio cinema ho voluto dare una risposta radiosa a tutto il nero che mia madre ha dovuto subire”.