Un Clooney insolitamente opaco
di NATALIA ASPESIVincitore di un Globe, ora punta all'Oscar per "Paradiso amaro". Il divo George in bermuda e ciabatte non è al meglio per le sue ammiratrici. È un racconto di quanto conti il testamento biologico. Persino alle Hawaii
George Clooney nel ruolo di padre distratto, di marito tradito, di ricco proprietario terriero in una delle isole Hawaii, con spaventose camicie hawaiane, bermuda, ciabatte, e guance improvvisamente paffute, non è al meglio per le sue ammiratrici. Ma forse si sbagliano perché lui e il suo ultimo film Paradiso amaro, diretto dal venerato Alexander Payne (Sideways) hanno entusiasmato la critica non solo americana, vinto i Golden Globe e sono tra i candidati agli Oscar (con 5 candidature, tra cui miglior film, miglior regia, miglior attore protagonista). Il titolo originale, The descendants si riferisce al fatto che Clooney e i suoi molti grassi cugini ubriaconi discendono da una principessa locale e da un banchiere americano, e hanno ereditato un immenso meraviglioso incontaminato terreno nell'isola di Kau'i.
Il titolo italiano, più spiccio, riassume la situazione: il paradiso è Honolulu e dintorni, e sin dalle prime scene di grattacieli, traffico pazzo e capa…
Il titolo italiano, più spiccio, riassume la situazione: il paradiso è Honolulu e dintorni, e sin dalle prime scene di grattacieli, traffico pazzo e capa…
George Clooney nel ruolo di padre distratto, di marito tradito, di ricco proprietario terriero in una delle isole Hawaii, con spaventose camicie hawaiane, bermuda, ciabatte, e guance improvvisamente paffute, non è al meglio per le sue ammiratrici. Ma forse si sbagliano perché lui e il suo ultimo film Paradiso amaro, diretto dal venerato Alexander Payne (Sideways) hanno entusiasmato la critica non solo americana, vinto i Golden Globe e sono tra i candidati agli Oscar (con 5 candidature, tra cui miglior film, miglior regia, miglior attore protagonista). Il titolo originale, The descendants si riferisce al fatto che Clooney e i suoi molti grassi cugini ubriaconi discendono da una principessa locale e da un banchiere americano, e hanno ereditato un immenso meraviglioso incontaminato terreno nell'isola di Kau'i.
Il titolo italiano, più spiccio, riassume la situazione: il paradiso è Honolulu e dintorni, e sin dalle prime scene di grattacieli, traffico pazzo e capanne sulla spiaggia ci si ripromette di non andarci mai. L'amaro è la sconvolgente disgrazia che si abbatte su una famiglia molto americana che come tante appariva felice ed invece non lo era affatto. Un incidente mentre faceva sci d'acqua ha ridotto in coma irreversibile Elizabeth, la bella moglie di Matt King (Clooney) che, abituato ad occuparsi solo delle sue proprietà e della prossima vendita della terra di famiglia all'immancabile speculatore edilizio che ne lorderà la meraviglia con quintali di cemento per turisti di bocca buona, si trova all'improvviso a dover fare sul serio il padre, a badare alle due figlie, antipatiche e rancorose, la decenne e cicciotta Scottie e la bella diciassettenne Alex (Shailene Woodley, molto brava), tendente all'alcol e per questo mandata in collegio.
È da lei, richiamata a casa a causa della disgrazia, che Matt apprende (e Clooney non muove neppure un sopracciglio) che questa moglie, del resto da lui trascurata, lo stava tradendo e pensava di abbandonarlo, e da una coppia di amici viene a sapere con chi. Papà e ragazze, cui si aggiunge un corteggiatore di Alex, adolescente scemotto che poi si rivelerà un cuore ferito, (Nick Krause), partono alla ricerca di questo amante: e intanto in un letto di ospedale giace il corpo inerte di Elizabeth, tenuto in vita da sibilanti macchine, il viso che si fa di giorno in giorno, più grigio, più scavato, perduto, non più umano. Sono scene dure, dolorose, di un film che è anche commedia, scene che ricordano da noi il calvario crudele, straziante e per fortuna senza immagini della povera Eluana.
Finalmente il gruppetto familiare, con le ragazze che a poco a poco si riappropriano del padre, scova in una casetta sulla spiaggia l'amante della mamma, un uomo non solo provvisto di una moglie devota e ignara e di giocosi piccini, ma anche del tutto insignificante. Persino rispetto a questo Clooney insolitamente opaco. Eppure era Elizabeth che amava quell'ometto, lui no, la considerava solo un'avventura. O peggio, perché poi si viene a sapere che questo Brian è un agente immobiliare imparentato con il costruttore che sta per comprare i terreni dei King, il che arricchirebbe anche lui. Così Matt, che era d'accordo con i tanti cugini per vendere il paradiso di famiglia, pone il suo veto essenziale e lo salva.
Nel tanto elogiato, anche ecologicamente, Paradiso amaro, scelto pure come miglior film dell'anno dall'American Film Institute, non manca nulla: un suocero manesco e furibondo verso il genero che non ha protetto sua figlia, una suocera perduta nell'Alzheimer (ultimamente questi vecchi malati si vedono in vari film), la moglie tradita dell'amante che va a fare una scenata al corpo assente della donna che le ha rovinato il matrimonio. Per vergogna delle nostre leggi disumane, della stolida acquiescenza alla durezza della gerarchia vaticana e dei suoi atei e vocianti sostenitori, il film mostra come laggiù, in un arcipelago del Pacifico che è il 50° stato americano, conti il testamento biologico. Elizabeth lo aveva fatto, il suo rifiuto di essere tenuta in vita artificialmente non viene discusso da nessuno, né dai medici, né dai genitori, né dal marito e dalle figlie. Le macchine vengono staccate, chi l'ha amata bella, ridente, piena di vita, come si è vista nella prima e unica scena del film, aspetta che il suo corpo già perduto si spenga.
Poi magari si poteva evitare l'inutile lieto fine: nella loro casa hawaiana con sottofondo di insopportabili ukulele, papà, ragazze e ragazzo, seduti sul divano, mangiano un gelato guardando la tv. Anche con quel lutto lì, la famiglia è viva e vegeta...
Il titolo italiano, più spiccio, riassume la situazione: il paradiso è Honolulu e dintorni, e sin dalle prime scene di grattacieli, traffico pazzo e capanne sulla spiaggia ci si ripromette di non andarci mai. L'amaro è la sconvolgente disgrazia che si abbatte su una famiglia molto americana che come tante appariva felice ed invece non lo era affatto. Un incidente mentre faceva sci d'acqua ha ridotto in coma irreversibile Elizabeth, la bella moglie di Matt King (Clooney) che, abituato ad occuparsi solo delle sue proprietà e della prossima vendita della terra di famiglia all'immancabile speculatore edilizio che ne lorderà la meraviglia con quintali di cemento per turisti di bocca buona, si trova all'improvviso a dover fare sul serio il padre, a badare alle due figlie, antipatiche e rancorose, la decenne e cicciotta Scottie e la bella diciassettenne Alex (Shailene Woodley, molto brava), tendente all'alcol e per questo mandata in collegio.
È da lei, richiamata a casa a causa della disgrazia, che Matt apprende (e Clooney non muove neppure un sopracciglio) che questa moglie, del resto da lui trascurata, lo stava tradendo e pensava di abbandonarlo, e da una coppia di amici viene a sapere con chi. Papà e ragazze, cui si aggiunge un corteggiatore di Alex, adolescente scemotto che poi si rivelerà un cuore ferito, (Nick Krause), partono alla ricerca di questo amante: e intanto in un letto di ospedale giace il corpo inerte di Elizabeth, tenuto in vita da sibilanti macchine, il viso che si fa di giorno in giorno, più grigio, più scavato, perduto, non più umano. Sono scene dure, dolorose, di un film che è anche commedia, scene che ricordano da noi il calvario crudele, straziante e per fortuna senza immagini della povera Eluana.
Finalmente il gruppetto familiare, con le ragazze che a poco a poco si riappropriano del padre, scova in una casetta sulla spiaggia l'amante della mamma, un uomo non solo provvisto di una moglie devota e ignara e di giocosi piccini, ma anche del tutto insignificante. Persino rispetto a questo Clooney insolitamente opaco. Eppure era Elizabeth che amava quell'ometto, lui no, la considerava solo un'avventura. O peggio, perché poi si viene a sapere che questo Brian è un agente immobiliare imparentato con il costruttore che sta per comprare i terreni dei King, il che arricchirebbe anche lui. Così Matt, che era d'accordo con i tanti cugini per vendere il paradiso di famiglia, pone il suo veto essenziale e lo salva.
Nel tanto elogiato, anche ecologicamente, Paradiso amaro, scelto pure come miglior film dell'anno dall'American Film Institute, non manca nulla: un suocero manesco e furibondo verso il genero che non ha protetto sua figlia, una suocera perduta nell'Alzheimer (ultimamente questi vecchi malati si vedono in vari film), la moglie tradita dell'amante che va a fare una scenata al corpo assente della donna che le ha rovinato il matrimonio. Per vergogna delle nostre leggi disumane, della stolida acquiescenza alla durezza della gerarchia vaticana e dei suoi atei e vocianti sostenitori, il film mostra come laggiù, in un arcipelago del Pacifico che è il 50° stato americano, conti il testamento biologico. Elizabeth lo aveva fatto, il suo rifiuto di essere tenuta in vita artificialmente non viene discusso da nessuno, né dai medici, né dai genitori, né dal marito e dalle figlie. Le macchine vengono staccate, chi l'ha amata bella, ridente, piena di vita, come si è vista nella prima e unica scena del film, aspetta che il suo corpo già perduto si spenga.
Poi magari si poteva evitare l'inutile lieto fine: nella loro casa hawaiana con sottofondo di insopportabili ukulele, papà, ragazze e ragazzo, seduti sul divano, mangiano un gelato guardando la tv. Anche con quel lutto lì, la famiglia è viva e vegeta...