Oscar 2015

L'INTERVISTA

Oscar 2015, Julianne Moore è Alice nel paese dei ricordi

Dopo il Golden Globe, il premio assegnatole dalla stampa estera a Hollywood, l'attrice in corsa per la statuetta come migliore protagonista femminile. "Racconto una storia triste ma con un messaggio di speranza"

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LONDRA - "Seize the day", dice Julianne Moore. È la traduzione inglese di carpe diem, cogli l'attimo; e in bocca a un'attrice in predicato di vincere finalmente il suo primo Oscar (avendo appena vinto un Golden Globe), a 55 anni, dopo quattro nomination e una carriera lunga quaranta film, suona come un'autoesortazione a godersi il momento magico, il meritato successo, senza rammarichi per delusioni precedenti e occasioni mancate. Del resto, in un attillato abitino verde e scarpe tacco dodici portate rigorosamente senza calze, la protagonista di Still Alice, il film che fra pochi giorni potrebbe procurarle la sospirata statuetta, sembra una diva di Hollywood dalla testa ai piedi: sicura di sé, felice, realizzata, per tacere del fatto che dimostra dieci anni meno della sua età senza esser passata dai ritocchi del chirurgo che hanno reso irriconoscibili certe sue colleghe.
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Eppure le apparenze ingannano. Innanzi tutto perché Moore, come racconta in questa intervista a Repubblica, è casomai un'antidiva: abita al Greenwich Village di New York, non a Hollywood, dà più importanza alla famiglia che alle abitudini da vip, nel tempo libero dal set scrive libri di successo per bambini, ha appoggiato la campagna elettorale di Obama, farà lo stesso con quella di Hillary Clinton. Ma anche perché la sua citazione dell'antico motto latino non si riferisce a se stessa, al Bafta (i premi del cinema inglese) come miglior attrice (anche questo appena ricevuto, dopo otto nomination), alla possibilità di vincere l'Oscar il 22 febbraio a Los Angeles, bensì al personaggio che ha appena portato sul grande schermo.             

Still Alice è la storia di Alice Howland, docente universitaria di linguistica alla Columbia University, con marito devoto, tre figli adorabili, un'esistenza perfetta. Ma un giorno, durante una conferenza, le succede qualcosa di inaspettato: a metà di un discorso si blocca, non riuscendo a trovare la parola che voleva dire. L'incidente si ripete poco tempo dopo. Una visita medica porta alla diagnosi di una precoce manifestazione dell'Alzheimer, la demenza senile di cui oggi soffrono circa 30 milioni di persone in tutto il mondo. Una scoperta che cambia radicalmente la vita di Alice, i suoi rapporti con il lavoro, il marito, i figli, la sua identità. Basato su un romanzo dallo stesso titolo che è stato a lungo un best-seller negli Stati Uniti, il film ha ottenuto vasto plauso della critica; e gli apprezzamenti più entusiastici sono stati per Julianne Moore, portando alla nomination all'Oscar e alla previsione che stavolta l'interprete del mitico cult-movie Il grande Lebowski, di The hours e di tante altre pellicole, porterà a casa il massimo riconoscimento per chi fa cinema. "Ho accettato la parte un giorno dopo che me l'hanno proposta", racconta l'attrice in una stanza del Soho Hotel di Londra in cui ci ha dato appuntamento. "La storia mi ha preso ancor prima di leggere la sceneggiatura".

Una storia drammatica, anzi molto triste.
"Triste, sì, ma anche con un messaggio positivo, di speranza. La condizione di Alice spinge la protagonista e di conseguenza lo spettatore a chiedersi che cosa abbia veramente valore nella vita, a chi vuoi dedicare il tuo tempo e le tue attenzioni, cosa vuol dire avere tutto e sentire di poterlo perdere da un momento all'altro. È un film che ti fa riflettere sul significato dell'amore, della famiglia, dello stare al mondo, del tempo che passa".

L'Alzheimer viene raccontato come una strada senza uscita?
"È' un male da cui non si guarisce, almeno non ancora. Ma questa vicenda fa capire che per lungo tempo con l'Alzheimer si vive. Non è la morte: è una nuova condizione di vita, a cui sono sottoposti chi ne soffre e coloro che ha intorno. Puoi avere buone giornate, in cui ritrovi qualcosa nella tua memoria, e cattive giornate, in cui tutto scompare. Certamente la memoria è quanto abbiamo di più prezioso, è quello che distingue l'essere umano dalle altre specie animali che popolano la terra: sapere chi sei, cosa hai fatto ieri, chi sono i tuoi genitori, come hai allevato i tuoi figli. Ma anche quando questa consapevolezza si attenua o svanisce, non smetti di esistere".


E come reagisce Alice? Come ha cercato lei di rendere questo suo viaggio verso l'abisso della progressiva incoscienza?

"Cogli l'attimo. Ho pensato a questo. Ho pensato alla natura comunque temporanea della vita: si nasce, si cresce, si muore, oggi ci siamo e un giorno non ci saremo più, ci spegneremo poco per volta. Eppure ogni attimo, ogni secondo, vale la pena di essere vissuto. Si può, si deve amare una creatura, anche senza preoccuparsi di quello che è accaduto prima o che accadrà dopo. Quando Alice abbraccia sua figlia, si stanno abbracciando, si scambiano affetto. È poco, è infinitamente meno di quello che avevano prima, ma è ancora un'esperienza da salvaguardare. Vivere nel passato e nel futuro è importante per noi umani, ma anche vivere nel presente è importante e questo film ce lo ricorda".