2011

L'INTERVISTA

Detassis: "Un festival sotto tiro
perché senza padrini politici"

"Navigo a vista" dice Piera Detassis, direttrice in scadenza. "Eppure i numeri e il pubblico ci danno ragione". L'accanimento di Galan: "Non ci hai mai regalato un momento di confronto"
di ARIANNA FINOS

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ROMA - "Potrebbe essere il mio ultimo anno al Festival, vorrei fosse l'edizione migliore. Piera Detassis, direttrice in scadenza, non fa giri di parole: "Navigo a vista. Non ho padrini politici. Questo Festival, inventato da Veltroni e sostenuto da Alemanno, alla fine è sotto il tiro di tutti. Eppure i numeri e il pubblico ci danno ragione".

Come spiega l'accanimento, anche recente, del ministro Galan?
"Compiacere il suo elettorato sparando su tutto quello che riguarda la capitale. Il ministro non ci ha mai regalato un momento di confronto. Peccato. Del resto non si è confrontato con il mondo del cinema e della cultura nemmeno per nominare il nuovo presidente della Biennale. Malgara, ammesso che ce la faccia con numeri, parte già in condizione di debolezza nel cda, ha contro il sindaco e il presidente della Provincia".

Muller ha dichiarato che vuole tornare a fare il produttore.
"Credo invece che abbia sempre voluto restare, com'è normale che sia per il direttore di un Festival prestigioso. Magari sentiva che Baratta ne limitava la libertà, soprattutto sul fronte dei costi. Ma penso che le due figure, pur diverse, si equilibrasseo. E Baratta era attento a risolvere i problemi strutturali del Lido. Oggi tutto potrebbe essere più difficile. La mostra ha un marchio forte e meritato, rafforzato negli anni, ma quel buco e i problemi logistici pesano su quella che resta un'isola. Soprattutto, pesa l'assenza del mercato. Vedo un futuro difficile, se non si fanno scelte forti, per la Mostra".

Questi i problemi di Venezia. E Roma?
"Negli scorsi anni siamo stati sommersi dalle critiche. Ne ho fatto tesoro. Stiamo cercando di eliminare la dispersione, di amalgamare le varie sezioni, lavorando tutti insieme. E di dire qualche no in più. C'è il problema del mercato, che deve crescere ancora ed essere inglobato negli spazi dell'Auditorium. Ce lo chiedono i produttori. Poi c'è un aspetto del Festival, che si chiamava Festa, che potrà non piacere ai critici ma che considero la sua natura: questa è una rassegna integrata nella città, per ragazzini, per famiglie, per giovani. Che vedono i film e incontrano i registi, le star. Anche il tappeto rosso è importante, inutile negarlo. Ma questo tappeto rosso l'anno scorso è stato occupato dal mondo del cinema in rivolta, l'anno prima attraversato dall'onda studentesca. La nostra non è un'isola, ma un Festival metropolitano che respira e vive il tempo e la città. Se non ci fossero problemi organizzativi, proietterei nella cavea il cinema per la parte pacifica degli indignados. Film come Une vie meilleure di Cédric Kahn, L'industriale di Montaldo, Too big to fail di Curtis Hanson, sul crack di Leman Brothers, una lezione sui guasti della finanza internazionale".

Il festival ha una forte presenza femminile.
"Al timone c'è una squadra di donne, questo si riverbera nel cinema che affrontiamo. Nella quantità di registe e dive che ospitiamo, da Penelope Cruz a Isabelle Huppert e onoriamo, da Monica Vitti a Audrey Hepburn. Mano mano che acquista spazio, il cinema delle donne affronta temi finora sommersi. Abbiamo Alice, sezione dedicata ai ragazzi, ragazzi che dimostrano maturità e capacità di affrontare tematiche difficili. In quest'edizione del Festival mostriamo la maternità horror di Babycall, con Noomi Rapace e l'orgasmo femminile nella commedia Hysteria, sull'invenzione del vibratore, nell'Inghilterra vittoriana."