2011

IL PERSONAGGIO

Noomi, da Millennium a Sherlock
"Ma non mi vedrete mai sorridere"

La Rapace presenta l'horror-thriller "Babycall": "Mentre giravo avevo gli incubi, ero sull'orlo del baratro". Poi difende le sue scelte di parti borderline. Perfino nel film di Guy Ritchie: "Anche lì sono una zingara, una reietta. Ai ruoli solo simpatici e leggeri dico no" di CLAUDIA MORGOGLIONE

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ROMA - "Non mi attraggono personaggi sorridenti, simpatici e basta. Mi piacciono i toni oscuri: in una commedia romantica, non mi vedrete mai". Vista da vicino, Noomi Rapace può quasi passare inosservata: bruna, capelli ondulati pettinati senza particolare cura, volto rotondo, sobrio completo pantalone nero con maglietta rossa. Solo gli stivali a stiletto attraggono subito l'attenzione di chi la guarda. Ma sul grande schermo, l'attrice svedese sembra trasformarsi: carisma da vendere, sguardo forte e fragile allo stesso tempo, una fisicità prepotente.

LA SCHEDA DEL FILM
/ IL TRAILER

FOTO Noomi, la nomade svedese

Caratteristiche perfette per ruoli borderline, estremi: coma la Lisbeth Salander della trilogia "Millennium", che l'ha resa una star internazionale. O come il ruolo di mamma bionda, tormentata e tragica di "Babycall", l'horror thriller del norvegese Pal Sletaune, in concorso qui all'Auditorium. In attesa di vederla in due blockbuster made in Hollywood: "Sherlock Holmes - A game of shadows", sequel del fortunatissimo film di Guy Ritchie, che ha già girato; e "Prometheus" di Ridley Scott, prequel della saga "Alien". E l'attrice, qui al Festival difende le sue scelte lontane dalla cosiddetta normalità: "Cos'è del resto la normalità? Io amo il cinema, luogo in cui niente è giusto e sbagliato, bianco o nero. Perfino in 'Sherlock Holmes', che è un film leggero, ho il ruolo di una nomade, una zingara: una razza emarginata, odiata. Quindi anche lì ho trovato una connessione alla realtà: portare sullo schermo un popolo eternamente in fuga. Mi piace pormi domande difficili: è da lì che parte la mia ossessione per la recitazione".

Un atteggiamento che emerge, ancora più forte, quando si parla di "Babycall": la storia di una donna con un bambino di otto-nove anni, che lei tenta di proteggere in tutti i modi. Da qui una serie di eventi inspiegabili, con un finale che vuole essere a sorpresa. Per Noomi, girarlo è stato un'esperienza totalizzante: "Ogni volta che entro in un personaggio  -  racconta - devo riuscire ad assorbire il suo carattere, perché possa scorrere nelle mie vene. A me non piace fingere, non amo la falsità". Risultato: sul set lei appariva trasformata anche nell'aspetto. "Io sono invece una persona molto fisica, mi piace allenarmi; il mio personaggio invece è debole, fragile, così ho dovuto smettere di fare attività sportiva per sei mesi. Mi sono immedesimata a tal punto che mi sentivo indolenzita, mi facevano male le spalle, la schiena. Il giorno in cui abbiamo finito di girare, quel dolore è scomparso. Il fantasma del personaggio mi aveva abbandonato. Non ho mai avuto così tanti incubi come mentre lo interpretavo: sono arrivata davvero sull'orlo del baratro. Ma a me piace viaggiare lungo questo sottile confine".

In questo caso, poi, trovare la connessione è stato facile: "Avendo un figlio, so anch'io quanto sia complicata la maternità. Come si possano avere comportamenti sbagliati, perdere la strada. La mamma che interpreto in questo film è troppo protettiva. Anch'io, come madre, vivo in parte le sue preoccupazioni: interpretare questa pellicola è stata un'esperienza molto personale. Quando recito su set divento sempre qualcun altro, almeno per un paio di mesi".

Questo riguardo al film. Parlando invece dei suoi lavori in terra americana, la Rapace non asseconda il luogo comune sulla diversità tra girare opere intimiste, piccole, in Europa, e i blockbuster hollywoodiani: "Quando ho iniziato a lavorare con 'Sherlock Holmes', pensavo che ci sarebbe stata una differenza molto forte. In realtà invece mi hanno dato molta libertà per sviluppare il mio personaggio: anche se la produzione è grande, e lavori tra migliaia di persone, il mio lavoro resta lo stesso. Magari per il regista è diverso, ti permette di avere un budget più generoso. Ma per l'attore no: la sfida è sempre quella di personalizzare la tua interpretazione. E non di assumere una maschera. Ho fatto 'Sherlock' per lavorare con Guy Ritchie e Robert Downey jr: ero attratta dalla loro energia, con cui sul set ho potuto interagire". Un terzetto che sicuramente ha fatto scintille.