Roma 2013

<a title="https://puntoitalia.online/speciali/cinema/roma/edizione2013/" href="https://puntoitalia.online/speciali/cinema/roma/edizione2013/">FESTIVAL ROMA</a>

Filippo Scicchitano in Patagonia, on the road per un amore gay

L'attore celebre per "Scialla!" interpreta il ruolo di omosessuale in due film, "Il mondo fino in fondo", che apre la sezione Alice nella città, e "Allacciate le cinture", il nuovo film di Ferzan Ozpetek. "Girare con lui è come entrare in un esercito che combatte con grinta tutte le difficoltà quotidiane"

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FILIPPO Scicchitano, vent'anni compiuti il 13 ottobre, al cinema è arrivato quasi per caso, due anni fa, con Scialla!. Accompagnò un amico al provino e scelsero lui. Dopo averlo conosciuto come il figlio fricchettone di Fabrizio Bentivoglio, il pubblico l'ha ritrovato in Un giorno speciale di Cristina Comencini. Quest'anno ha girato due film e in entrambi interpreta un gay. Il mondo fino in fondo, che apre venerdì la sezione autonoma Alice nella città al Festival di Roma e Allacciate le cinture, di Ferzan Ozpetek, in sala a febbraio. Nel film dell'esordiente Alessandro Lunardelli, Scicchitano interpreta un ragazzo che nasconde la propria omosessualità al padre, imprenditore del Nord, e al fratello maggiore (Luca Marinelli) che sta per avere un figlio ed è tifoso sfegatato dell'Inter. Quando i due fratelli seguono la squadra in trasferta a Barcellona, il giovane s'invaghisce di un ecologista e lo segue a Santiago del Cile, dove però scopre che il ragazzo è ancora attratto dall'ex fidanzata, leader di un gruppo di attivisti verdi. "La sceneggiatura mi è piaciuta subito, anche se è stato un progetto difficile, anche dal punto di vista economico. Ma volevo dare fiducia a un regista debuttante".

Due ruoli da omosessuale.
"Ho accettato il primo perché era una sfida, senza sapere che poi ne avrei fatto subito un altro. Sono due ragazzi completamente diversi, il film di Ferzan è drammatico. Il protagonista di Il mondo fino in fondo è il personaggio più difficile che ho fatto, un ragazzo complicato, sensibile, fragile, chiuso. Abbiamo fatto tante prove. Mi ha molto aiutato la bravura di Luca Marinelli, che ormai considero un fratello maggiore anche nella vita".

Negli ultimi mesi tre ragazzi della sua età si sono uccisi a Roma perché si sentivano emarginati in quanto gay.
"Provo un grande dolore per loro. Il pensiero che non riesci a reggere la pressione di chi hai intorno e a volte nemmeno te stesso, perché sei cresciuto in una società chiusa. Anche se quello che senti dentro non lo puoi contrastare. Il mio personaggio nel film non riesce a dire alla famiglia che è gay. E allora se ne va in Cile. Tra l'altro girando a Santiago mi sono reso conto che c'è un'apertura diversa verso gli omosessuali, ne ho visti moltissimi in strada e nessuno aveva paura di essere aggredito, come invece in Italia. Siamo un paese chiuso".

Tre anni fa era ancora sui banchi di scuola. Qual è l'atteggiamento dei suoi coetanei?
"Non c'erano gay nella mia scuola o semplicemente si nascondevano. Posso assicurare che oggi se si sapesse in terza media o in prima liceo che c'è alunno omosessuale partirebbe la presa in giro. Non voglio difendere nessuno ma un adolescente si fa influenzare dalla società. E la nostra è arretrata. Quindi diciamo che c'è un concorso di colpa. Questa è la cultura che c'è e davvero non so da dove ripartire, come far capire che si tratta di un diritto e non una malattia. Nel film il mio personaggio ci scherza, il padre, che ignora del figlio, parla di un operaio gay dicendo "povero" come fosse un malato terminale. Anche il fratello maggiore, che rappresenta l'italiano medio, è un compendio di frasi infelici ma poi, quando il minore si confida, lo accetta e si ricrede. Luca è bravissimo proprio a farti capire che si può cambiare, che c'è una vita d'uscita".

Il mondo fino in fondo è una storia on the road.
"Due settimane di prove a Torino, poi un mese in Cile, poi ritorno a Roma, poi Santiago del Cile e la Patagonia. Una fatica terribile ma anche tutta la bellezza del cinema. Ho lavorato con colleghi cileni fantastici, come Antonio Castro, l'attore feticcio di Pablo Larrain. In Cile c'è una grande tradizione di cinema, si studia già a scuola, ci siamo trovati benissimo. La fatica è arrivata soprattutto in Patagonia, cambiavamo un albergo ogni due giorni, viaggiavamo intere giornate. Alla fine ci eravamo un po' logorati. Ma l'incontro con i ghiacciai che si consumano, l'inquietudine di sapere che quella meraviglia si scioglierà tutta mi ha regalato l'inquietudine più grande".

E poi c'è stato subito il set di Ozpetek.
"Una settimana dopo la Patagonia, ero da Ferzan. Cosa che mi ha ricaricato. Girare con Ferzan è come entrare in un una sorta di esercito che combatte con grinta le difficoltà quotidiane. Eravamo tutti uniti da una grande forza di volontà. È stato un bel lavoro".

Non teme che i suoi amici dopo questi due film la prendano in giro?
"No. Prima di tutto perché, fortunatamente, ho amici intelligenti. Poi perché come attore io voglio bene ai miei personaggi, mi identifico. E quindi il giudizio banale non mi interessa. Scelgo i progetti e ci messo tutta la passione che posso. Sono felice delle cose che ho fatto e ho scelto l'idealismo come stile di vita. Al momento questa è la mia visione del mondo". Fino in fondo.