Roma 2013

<a title="https://puntoitalia.online/speciali/cinema/roma/edizione2013/" href="https://puntoitalia.online/speciali/cinema/roma/edizione2013/">IL PERSONAGGIO</a>

Al Festival di Roma "Her": Joaquin Phoenix e il futuro dei sentimenti

L'attore è il protagonista del film di Spike Jonze, in cui si innamora della voce del sistema operativo di un computer. La voce è di Scarlett Johansson, che non compare mai. "È il film più straordinario che abbia mai fatto"

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Configurazione di un amore. Alla Festa di Roma oggi è il giorno di Her, di Spike Jonze. Preceduto da recensioni lusinghiere al New York Festival e già lanciato nella corsa agli Oscar, accolto all'Auditorium da un lungo e caldo applauso, Her è il film più romantico degli ultimi anni anche se lui è un umano e lei (Her) un sistema operativo con la voce di Scarlet Johansson. La diva accompagna il cast nella capitale, il regista Jonze, il protagonista Joaquin Phonix e la collega Rooney Mara. Ma niente incontri, si concede solo per il tappeto rosso della prémiere serale.
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Il "guastatore" di Hollywood Phoenix nel film (nelle nostre sale a marzo 2014) tira fuori mille sfumature di dolcezza interpretando Theodore Twonbly, scrittore che indossa un paio di baffi assurdi e si muove nell'affollata solitudine di una Los Angeles del futuro che il regista 44enne Spike Jonze ha disegnato mischiando scorci architettonici di New York downtown e Shangai: acciaio, vetro, legno. Theodore compra un computer e s'innamora del suo nuovo sistema operativo, Samatha, che ha la voce di Scarlett Johansson (l'attrice non si vede mai). S'inizia con un caldo buongiorno della sveglia, poi lei prende il comando organizzativo della vita di lui, l'interazione prosegue, il rapporto si evolve (mentre in parallelo Theodore ripensa al divorzio con la moglie, Rooney Mara). Grazie a un auricolare galeotto, lui e lei si concedono appuntamenti in spiaggia e in centri commerciali proprio come una coppia qualunque, e presto l'uomo scopre di non essere il solo ad aver intrecciato una relazione sentimentale (sessuale) con il proprio OS.

Il ragazzo terribile di Hollywood, l'imperatore Commodo di Il gladiatore, il ribelle Johnny Cash di Quando l'amore brucia l'anima, il provocatore del falso documentario Io non sono qui, il seguace fanatico di The Master, nella vita reale è un attore timido e schivo, segnato dal difficile rapporto con i media (da quando, fuori da una discoteca, gli morì fra le braccia di overdose il fratello River e le tv rimbalzarono per anni la registrazione della sua chiamata al pronto soccorso). In un appuntamento con lui vanno messi in bilancio la possibilità di un mutismo ostinato - successe alla conferenza stampa veneziana di The Master due anni fa - o la fuga, come successe poi negli incontri con i giornalisti pomeridiani al Lido. All'appuntamento in un albergo in piazza del Popolo il trentanovenne Joaquin Phoenix accoglie l'interlocutore con un abbraccio. Vestito di scuro, i capelli lunghi fino alla base del collo. "Mi dispiace dell'episodio alla Mostra ma ero nervoso, pieno di impegni. Una mattinata di attese e spostamenti, una grande confusione. E tanta aspettative. A quella conferenza c'era una tensione che si tagliava col coltello, mi faceva sentire a disagio. Seduto vedevo di fronte una platea di giornalisti che chiacchieravano fra loro, si facevano i fatti propri, sbuffavano alle domande altrui. Mi sono innervosito, sono un essere umano".
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Tutto il film si regge sul suo primo piano, sul suo personaggio dolcissimo.
"Trovare Theodore è stato un processo lungo, come sempre mi accade. Non sono mai arrivato su un set possedendo il pesonaggio, spesso riesco ad afferrarlo veramente solo alla fine del film. Non mi piace programmare, immaginare tutto all'inizio, mi piace che le cose si rivelino. È bello essere sorpreso da quel che ti succede, essere trascinato dalle emozioni e scoprire nuove cose che non sapevi di avere dentro. Abbiamo sviluppato il personaggio parlando con Jonze, confrontando i nostri punti di vista, cercando di spiegare il perché delle sue azioni. Ha saputo costruire sul set un rapporto fantastico con Scarlett. Sul fronte estetico il lavoro l'ha fatto, mi ha cambiato tre volte il colore dei capelli e gli occhiali, che non voleva modaioli".

Il suo rapporto con la tecnologia?
"La tecnologia mi appassiona moltissimo. Sono così eccitato sul futuro. Mi è capitato di vedere un programma che riusciva attraverso pochissimi indizi a ricostruire l'immagine di una donna. Tutto questo mi affascina, non mi spaventa. E mi diverte".

Nessuna paura di restare catturati? Come si mentiene l'equilibrio?
"Stai parlando di equilibrio a uno come me? Non ho la più pallida idea di come si fa a mantenere l'equilibrio, penso che sia un concetto completamente soggettivo. Forse qualcuno puà avere paura di spingersi oltre con la tecnologia, io non ho paura di sicuro".

Cosa ha pensato rivedendosi nel film?
"È difficile rivedersi, e staccarsi da tutto quello che c'è dietro la scena e godersi il film da pubblico. Ma stavolta ce l'ho fatta. È passato tanto tempo da quando ho visto un film che mi aveva catturato e fatto venire voglia di discuterne con un amico. Queteo credo sia il potere di questo film, che ispira e stimola il pensiero e il confronto. Ti fa ripensare a come hai agito e reagito in amore, ai nostri comportamenti individuali ma anche collettivi, e ho pensato che questo era uno dei film più straordinari film che ho fatto che mi resterà dentro per molto tempo".

Ha avuto una vita fatta di alti e bassi, che momento è questo?
"Particolarmente felice, sia nel lavoro che dal punto di vista sentimentale. E mi piace l'idea di essere a Roma, ci sono stato poche volte, sempre per lavoro. Ma è uno dei posti che più mi piace al mondo. Ieri sono stato a passaggiare a lungo, è stato bellissimo".

Dopo tanti anni incerti ha raggiunto l'apprezzamento dei critici. E sta azzeccando un film dopo l'altro.
"Sì, ma mi sento tutt'altro che realizzato. E non voglio. Sarebbe un disastro per il lavoro perché l'arte è una sfida continua, un continuo cambio di redazione. Oggi sento ancora di più l'eccitazione che arriva dalla possibilità di scegliere mentre quando ero giovane ero consumato dalla difficoltà di trovare un lavoro. Anche ora voglio trovare lavoro ma anche vivere nuove esperienze. Sarebbe drammatico arrivare a un punto in cui sei ricco e ti siedi sulla carriera. Ma io non voglio sapere qual è il futuro. Non sento di aver raggiunto nessuna meta e mi piace conservare l'entusiasmo e il furore di un adolescente".

Jonze la definisce un attore-autore. Mai pensato di dirigere?
"Per un attore la questione di pensare a dirigere arriva un po' come quella che è ora di avere figli. Ho diretto un paio di videclip musicali un paio di anni fa, ma ho trovato il processo stressante, non so fino a che punto emozionante. Penso che è meglio per me limitarmi a recitare anche perché sul set ero continuamente arrabbiato con gli attori. Se io mi dovessi dirigere sarei il peggiore mai incontrato. Non ho pazienza. Lavorare con una giovane attrice e a un certo punto le urlavo: "Ma cosa stai facendo". Se un regista mi parlasse così mollerei il set quindi è meglio che non dirigo".

Ora che viaggia verso una nuova candidatura all'Oscar, sarebbe disposto a un esperimento che ha fatto rumore (e regalato qualche fastidio) a Hollywood come il mokumentary I'm still there in cui fingeva di essere uscito di testa e di voler fare il cantante?
"Lo farei di nuovo? Ci potete giurare. Quel che è mi piaciuto nel lavoro con il mio amico Casey Affleck è che è stata un'operazione completamente a rischio. Ho fatto film importanti ma mai avevo avuto l'esperienza di un solo ciak, perché lavoravamo nella realtà e non potevamo dire alla gente: 'rifacciamolo', era spaventoso ed eccitante. Certo che voglio lavorare ancora con Casey, ovviamente quell'esperimento si è potuto fare una volta sola, ma sono sicuro che c'inventeremo qualcos'altro".