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Festival di Roma, con Filippo Timi padre l'Italia debutta in concorso

L'attore protagonista di "I corpi estranei" di Mirko Locatelli, è un uomo alle prese con la malattia del figlio bambino. Il regista: "Ma non è un film sul dolore. Volevamo raccontare la fragilità dell'uomo"
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UN uomo con in braccio un bambino, soli in un reparto oncologico. Da questa semplice immagine reale il regista Mirko Locatelli e la moglie, la sceneggiatrice Giuditta Tarantelli, sono partiti per costruire la storia di I corpi estranei, il primo italiano in concorso al festival. Il padre è interpretato da Filippo Timi, un umbro "straniero" a Milano dove è andato solo perché il figlio deve sottoporsi a un intervento, la moglie é rimasta a casa con gli altri due bambini. La solitudine di Antonio si scontra e incontra con quella di Jaber (il giovane Jaouher Brahim, trovato dal regista grazie a un laboratorio teatrale), un ragazzo fuggito dal suo paese durante gli scontri della primavera araba che in ospedale assiste un amico.

"Eravamo interessati a raccontare la fragilità dell'uomo più che il dolore, che sarebbe risultato patetico - spiega il regista - quello che accade quando ci sono bambini malati è che i veri ammalati fini…
UN uomo con in braccio un bambino, soli in un reparto oncologico. Da questa semplice immagine reale il regista Mirko Locatelli e la moglie, la sceneggiatrice Giuditta Tarantelli, sono partiti per costruire la storia di I corpi estranei, il primo italiano in concorso al festival. Il padre è interpretato da Filippo Timi, un umbro "straniero" a Milano dove è andato solo perché il figlio deve sottoporsi a un intervento, la moglie é rimasta a casa con gli altri due bambini. La solitudine di Antonio si scontra e incontra con quella di Jaber (il giovane Jaouher Brahim, trovato dal regista grazie a un laboratorio teatrale), un ragazzo fuggito dal suo paese durante gli scontri della primavera araba che in ospedale assiste un amico.

"Eravamo interessati a raccontare la fragilità dell'uomo più che il dolore, che sarebbe risultato patetico - spiega il regista - quello che accade quando ci sono bambini malati è che i veri ammalati finiscono per essere i genitori perché tutte le attenzioni sono rivolte ai piccoli pazienti mentre gli adulti non vengono per nulla accompagnati". Gli fa eco Filippo Timi, che nella lavorazione del film ha dovuto confrontarsi soprattutto con il piccolo non attore che portava in braccio: "A sei anni i miei genitori mi hanno portato a Pisa in un grande ospedale perché zoppicavo, ma in realtà perché temevano che avessi un tumore alle ossa, come ho scoperto poi solo a trent'anni. Per me è stata una festa: ho visto la Torre pendente, mi hanno regalato una scatola di Lego... Prima di entrare in sala operatoria con il camice indosso ho detto a mia madre 'vedi mamma se muoio sono già vestito da angelo'. Mia madre è svenuta".

Antonio chiuso nel suo dolore non riesce a comunicare con nessuno e i tentativi di Jaber di parlargli spesso si scontrano con un muro di ostilità, paura e diffidenza. Quando Jaber usa, sul corpo del bambino, un olio da lui ritenuto benefico il padre reagisce con violenza. Poi però il bimbo guarisce. "Se accade un miracolo è quello che Antonio, chiuso, gretto, al contatto con quell'olio, con quel profumo è costretto a confrontarsi con un'altra cultura - spiega Timi - Antonio è un uomo profondamente solo anche quando lo sentiamo telefonare a casa, alla moglie, ad un amico la sua solitudine non si attenua".

"Il tema dell'incontro scontro con gli immigrati - racconta Locatelli - ci è venuta dopo aver visto un'intervista in un quartiere di Milano, dove c'erano stati casi di tensione con gli immigrati, un uomo diceva 'siamo in guerra, una guerra che saremo noi a perdere'. Ascoltare un adulto che parlava di guerra in tempo di pace mi ha spaventato e mi ha fatto venire il desiderio di fare questo film".