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Festival Roma, Richard Gere irriconoscibile clochard

Il sex symbol di "American Gigolò" entra (letteralmente) nei panni di un senzatetto di New York, diventando irriconoscibile. Un "invisibile", come il personaggio del film: "Abbiamo girato al Greenwich Village, un quartiere dove c'è tanta gente appassionata di cinema ma nessuno mi ha riconosciuto. E stato incredibile"
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IL divo Richard Gere è a Roma, il saluto affettuoso in italiano è "buongiorno a tutti, ragazzi", la camicia azzurra sul pantalone nero elegante e casual insieme, una tazza di tè che sorseggia rilassato nell'incontro con la stampa, il sorriso e lo sguardo che lo hanno fatto diventare la star planetaria che conosciamo. Impossibile non riconoscere la stella di American Gigolò o Pretty Woman, eppure è quello che è accaduto per le riprese del film Time Out of Mind di Oren Moverman (Oltre le regole) in cui interpreta un clochard. Un film a basso budget, girato in sole tre settimane che Gere ha rincorso per anni (ne è anche produttore) e che ha girato in una New York inconsapevole, distratta, che non ha mai riconosciuto nell'uomo mal vestito con il bicchiere di carta teso per l'elemosina il sex symbol battezzato da Paul Shrader nel 1980 e consacrato da tante commedie sentimentali.

Un genere che al sessantacinquenne brizzolato Gere non…
IL divo Richard Gere è a Roma, il saluto affettuoso in italiano è "buongiorno a tutti, ragazzi", la camicia azzurra sul pantalone nero elegante e casual insieme, una tazza di tè che sorseggia rilassato nell'incontro con la stampa, il sorriso e lo sguardo che lo hanno fatto diventare la star planetaria che conosciamo. Impossibile non riconoscere la stella di American Gigolò o Pretty Woman, eppure è quello che è accaduto per le riprese del film Time Out of Mind di Oren Moverman (Oltre le regole) in cui interpreta un clochard. Un film a basso budget, girato in sole tre settimane che Gere ha rincorso per anni (ne è anche produttore) e che ha girato in una New York inconsapevole, distratta, che non ha mai riconosciuto nell'uomo mal vestito con il bicchiere di carta teso per l'elemosina il sex symbol battezzato da Paul Shrader nel 1980 e consacrato da tante commedie sentimentali.

Un genere che al sessantacinquenne brizzolato Gere non interessa più. Oggi dice: "Se vuoi convincere uno studio a realizzare un film devi parlare di thriller o commedie romantiche, o un mix dei due generi. I film drammatici, che un tempo erano il pane degli studios, oggi si fanno con budget bassi e produttori indipendenti. Questo credo sia il futuro dei film seri, film che non fanno guadagnare ma che si realizzano per passione".

Nel film Gere interpreta un uomo la cui vita si è lentamente sgretolata, lo spettatore viene a scoprire poco a poco quello che gli è capitato e il perché si trovi oggi per strada. "Io di ricerca sull'argomento dei senza tetto ne ho fatta tanta - racconta - ho visitato i centri di assistenza, ho approfondito la realtà di quei 60.000 (di cui 20.000 bambini) che nella città di New York sono senza fissa dimora. Ma la vera esperienza per me è stata quella del girare il film. Per  21 giorni con il regista siamo stati per strada alla ricerca di un film che avesse un'impronta invisibile, utilizzando da lontano teleobiettivi nascosti che la gente per strada non avrebbe notato. Abbiamo girato al Greenwich Village, un quartiere culturale dove c'è tanta gente appassionata di cinema ma nessuno mi ha notato, nessuno mi ha riconosciuto. E stata un'esperienza incredibile, sono entrato completamente nel ruolo degli invisibili che non ci interessano, con i quali non vogliamo avere nessun contatto".

L'ARRIVO DI RICHARD GERE A ROMA

Gere però vorrebbe che il film fosse visto anche in un senso più largo rispetto all'esperienza dei senza tetto. "Il film ha anche un messaggio molto più universale, che ci riguarda tutti. Il desiderio forte di appartenenza che ogni uomo prova, la necessità di trovare un posto nel mondo. Tutti in un certo momento della nostra vita ci chiediamo cosa significa casa".