Radi è bulgara, Sonia è cinese, Sihem è tunisina, mentre Ana e Ljuba erano entrambe jugoslave prima della guerra che ha cambiato le loro nazionalità, rendendole rispettivamente croata e serba. Cinque donne completamente diverse che la regista è riuscita a fondere insieme: emozioni, paure e rivendicazioni profondamente simili le rendono un personaggio unico.
Strane straniere segna la seconda volta di Elisa Amoruso dietro la macchina da presa. Lei, che nasce come sceneggiatrice, vinse nel 2013 la menzione speciale nella sezione Prospettive al Festival di Roma con Fuoristrada. Ed è ancora una volta un documentario che la spinge a tornare a dirigere. “Cerco di lavorare a film che non siano soltanto esperienze di un paio d’ore - spiega la regista - ma che abbiano un contenuto che le persone possano portarsi dietro nel tempo. Nel caso di Strane Straniere mi sono arrivati addosso degli stimoli talmente forti che non potevo ignorarli. Era doveroso raccontarli e trasformarli in un film che veicolasse un messaggio e stimolasse una riflessione”.
Elisa Amoruso si è imbattuta nelle storie delle cinque donne per puro caso. Il soggetto del documentario nasce dallo studio dell’antropologa Maria Antonietta Mariani su circa dieci straniere che sono riuscite a creare attività in Italia, integrandosi perfettamente. La regista ne ha scelte alcune, accompagnandole nelle loro attività quotidiane e chiedendo loro di raccontarsi.
Strane straniere, le donne coraggiose di Elisa Amoruso
Ana, Ljuba, Radi, Sihem e Sonia sono cinque donne arrivate in Italia da Paesi diversi e diventate protagoniste del documentario "Strane straniere" di Elisa Amoruso. Molti sono i motivi che le hanno spinte a lasciare le loro radici: l’amore, il lavoro, la curiosità o forse il destino. Eppure ognuna di loro è riuscita a dar vita a un’attività propria, reinventandosi e integrandosi con successo in una nuova realtà. Distanti per esperienza e provenienza, le accomuna l’essere straniere. Tra lavoro, famiglia e relazioni, le loro storie s’intrecciano per raccontare cosa significhi costruire un’identità in un altro Paese.
“Queste donne sono la dimostrazione che – spiega la regista - chi arriva dall’estero non è soltanto un peso, ma una risorsa importante. Una buona politica di integrazione potrebbe portare cose buone. Certo, poi ci si deve anche rimboccare le maniche come hanno fatto le protagoniste di Strane Straniere, dimostrando che chi arriva dall’estero non deve necessariamente fare soltanto la babysitter o la badante: ha la possibilità di produrre qualcosa e far crescere il nostro Paese”.