Roma 2017

L'INTERVISTA

Trudie Styler: "Debutto da regista per i diritti Lgbt"

La produttrice e attivista, nonché moglie di Sting, debutta alla regia con 'Freak Show' che sarà ad Alice nella città

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Attrice elegante, produttrice indipendente, attivista ambientalista, coltivatrice di vino e olio toscano, moglie di Sting, Trudie Styler è il simbolo plastico di una che nella vita ce l’ha fatta nella vita. Stupisce quindi sentirla raccontare di aver scelto di debuttare alla regia con Freak Show “perché sentivo questa storia in modo profondo e personale”. Tratto dal romanzo omonimo il film racconta la storia di un adolescente LGBT pieno di allegria e coraggio, che lotta per affermare il proprio modo di essere in una scuola rigida, arrivando a candidarsi come Reginetta locale. Non piegheranno la sua volontà, le prese in giro e le botte che lo manderanno (solo momentaneamente) in coma.

"Ho avuto un'infanzia difficile – racconta l'inglese Styler, che porterà il film alla Festa di Roma, Alice nella città, e sarà nella giuria di Taodue per l'opera prima - A scuola ero un'esclusa, bullizzata dai compagni di scuola, infelice. Da bambina ebbi un incidente, un camion colpì la mia faccia, che si aprì, letteralmente. Rimasi a lungo piena di cicatrici, a scuola mi chiamavano Scarface. La scuola può diventare un posto orribile se non sei accettata dal branco, è un luogo che alimenta questo tipo di comportamenti. All’università si celebra la diversità, di pensare, di vestire. Ma tra i cinque e i 17 anni se sei diversa ti rigettano. Questo succede spesso nel mondo delle LGBT. In America è molto difficile per ragazzini che hanno una questione di identità sessuale. Io vivo in New York, città aperta, come Los Angeles. Ma il resto dell’America è molto diversa. Perciò ho scelto questa storia di outsider, non solo di LGBT. Come dice il protagonista, Billie “non riguarda solo l’essere gay o no, ma di vestire o credere nella cosa considerata sbagliata. L’essere “diverso” dal gruppo ti rende un nemico della maggioranza. Ho capito che potevo dirigere il film perché avevo vissuto queste sentimento e poi perché ho sempre voluto farmi voce di chi è messo a tacere, che siano gli indigeni della foresta amazzonica o i ragazzini isolati a scuola”. 
Il film è stato concepito qualche anno fa, ma è piuttosto attuale
“Sì. Nel 2015 nessuno di noi avrebbe mai pensato a Trump presidente. Da uno dei suoi comizi estremi prendemmo la frase mantra che nel film dice l’aspirante reginetta rivale, “Rendiamo l’America di nuovo grande”, perché ci sembrava agghiacciante. Allora Trump non era ancora neanche il candidato repubblicano”.

Da attrice e produttrice cosa pensa della vicenda Weinstein?
“Qualunque atteggiamento di sopraffazione o molestia contro chiunque è inaccettabile. Ora ci sarà un processo, vedremo i fatti. Ma la vicenda è orribilmente disturbante. Ma certo non stupisce che accada in una industria dominata dai maschi. Le donne sono solo il 25 per cento dei produttori e 5 il cinque per cento dei registi. La narrazione arriva da sceneggiatori maschi che scrivono storie maschili. Sono uomini i distributori e i proprietari delle sale che scelgono i film. Penso che c’è molta gente a Hollywood che in questo momento sta pensando “sarò il prossimo”. Ci sono molti uomini che a Hollywood si sono comportati in questo modo, più di quanto immaginiamo”.

Da ragazzina come è uscita dalla condizione di outsider?
“Quello non ti ammazza ti rende più forte. A diciassette anni, una sera, dopo un litigio con mio padre che non voleva facessi l’attrice, sono andata via di casa e non sono mai tornata. Anche se poi ho fatto pace e recuperato un rapporto con mio padre, quando era molto anziano. Ho seguito il mio cammino, lo faccio ancora.  Mi piace il mio lavoro con la mia compagnia di finanziamento e distribuzione con cui sostengo registe e attrici, sviluppo storie al femminile. Tra poco uscirà un film di cui sono fiera, The novitiate, la storia della ribellione di un gruppo di monache alla tirannia della madre superiore alla vigilia del Concilio Vaticano II, negli anni Sessanta. E sono orgogliosa anche di Freak show, ci racconta che tutti abbiamo diritto di essere quel che siamo, senza dover essere colpiti dall’ostilità di nessuno”.

Il protagonista di Freak Show ha un rapporto difficile con madre e padre. Che rapporto ha avuto con i suoi genitori e che rapporto ha con i suoi figli?
“Sono cresciuta in un ambiente operaio, gli uomini lavoravano in fabbrica, erano sopravvissuti alla guerra. I miei genitori pensavano che fare l’attrice fosse un sogno ridicolo. A diciassette anni mi mantenevo facendo la barista, la cameriera. Poi sono arrivati i primi ruoli e la gioia più grande è stato comprare da sola una casa. E riguardo ai ragazzi, io e Sting ne gestiamo sei in tutto, diciamo: qualunque cosa vorrai essere nella tua vita è una tua decisione e ti sosterremo. Portiamo i nostri figli nel mondo, ma non li possediamo. Siamo i loro guardiani finché non sono pronti a intraprendere il loro viaggio”.

Elliot, “Coco” Sumner, la figlia di Sting, ha fatto due canzoni per Freak Show
“Sì, ed è stata eccezionale”.

La fotografia è del suo amico Dante Spinotti.
“Ci siamo conosciuti nel 1987, sul set a Cinecittà di Mamba di Mario Orfini, un film visivamente stupendo, con le scenografie di Ferdinando Scarfiotti e i costumi di Milena Canonero. Il rapporto con il cinema italiano era iniziato prima, con La sposa americana di Giovanni Soldati, con Stefania Sandrelli.  Mamba racconta di una donna chiusa in casa con un serpente letale, sul set eravamo Dante e io, siamo diventati amici. Gli raccontai dei miei sogni da regista e mi disse “Quando succederà chiamami”. Ventotto anni dopo l’ho fatto”.

Lei e Sting trascorrete le estati in Toscana, ora sarà ospite a Roma. Con l’Italia c’è un rapporto speciale.
“Sono felice di portare il film, di essere in giuria a Roma. La scorsa estate mi sono vista tutti i film di De Sica, adoro Miracolo a Milano. L’Italia è una sorta di casa spirituale per me. Mi piace la felicità genuina e la genuina celebrazione di momenti che altri paesi danno per scontati: il piacere del cibo, del buon vino, dello stare insieme a tavola a chiacchierare. Nel mondo cinico di oggi dovremmo essere grati che resista nel vostro paese ancora un senso di comunità”.