Steven Spielberg, le due anime di un formidabile genio del cinema
Roberto Nepoti, ROBERTO NEPOTIIl regista ha alternato nella sua lunga carriera superspettacolo d'intrattenimento a film seri e impegnati: da E.T., Indiana Jones e Jurassic Park a Schindler's List, Amistad e Salvate il soldato Ryan. Con lo stesso entusiasmo e convinzione, collezionando riconoscimenti e premi
Tutti sanno chi è Steven Spielberg. Ogni appassionato di cinema conosce molte cose di lui come regista, produttore, sceneggiatore, cultore delle tecnologie più avanzate, vincitore di Oscar e di infinite nomination, oltreché di tante onorificenze e premi cui si aggiunge, ora, il David di Donatello alla carriera. Molti ignorano invece che di Spielberg ne esistono due: il grande Steven, oggi settantunenne, e il piccolo Stevie: quel "fanciullino" che, imbrogliando le piste e incrociandole con quelle dell'adulto, in fondo è sempre rimasto (e mai complesso di Peter Pan fu più fertile e positivo). Talento precoce come forse, nel cinema, lo fu solo il ragazzo-prodigio Orson Welles (e in parte il suo amico Stanley Kubrick), Spielberg ha articolato la sua, ormai cinquantennale, carriera in due filoni: il superspettacolo d'intrattenimento e il film a tema, serio e impegnato. Eccellendo - caso unico nel dopoguerra - nell'uno e nell'altr…
Tutti sanno chi è Steven Spielberg. Ogni appassionato di cinema conosce molte cose di lui come regista, produttore, sceneggiatore, cultore delle tecnologie più avanzate, vincitore di Oscar e di infinite nomination, oltreché di tante onorificenze e premi cui si aggiunge, ora, il David di Donatello alla carriera. Molti ignorano invece che di Spielberg ne esistono due: il grande Steven, oggi settantunenne, e il piccolo Stevie: quel "fanciullino" che, imbrogliando le piste e incrociandole con quelle dell'adulto, in fondo è sempre rimasto (e mai complesso di Peter Pan fu più fertile e positivo). Talento precoce come forse, nel cinema, lo fu solo il ragazzo-prodigio Orson Welles (e in parte il suo amico Stanley Kubrick), Spielberg ha articolato la sua, ormai cinquantennale, carriera in due filoni: il superspettacolo d'intrattenimento e il film a tema, serio e impegnato. Eccellendo - caso unico nel dopoguerra - nell'uno e nell'altro e ricevendo ampi riconoscimenti in entrambe le partite.
L'inossidabile fanciullezza gli ha regalato quello sguardo entusiasta, partecipativo e spontaneo che dà forma ai suoi celebri blockbuster, trionfatori ai botteghini e resistenti all'usura del tempo come nessun altro: Incontri ravvicinati del terzo tipo, E.T. L'extraterrestre, la saga di Indiana Jones e quella di Jurassic Park, per dire solo dei più noti. Film, come tutti ricordano, che contano tanti personaggi bambini, presenza diffusa e costante e simbolo dell'occhio "infantile" con cui Stevie osserva le sue stesse storie. Un esempio lampante è Indiana Jones e il tempio maledetto: se il protagonista è l'archeologo adulto, al suo fianco c'è un fanciullo, figura vicaria dell'eroe, scudiero o "paggio" secondo le migliori tradizioni del racconto cavalleresco. Tanto importante che proprio per questo film, che conta alcune scene violente, la Motion Picture Association of America inventò la categoria PG-13 ("minori di 13 anni non accompagnati") onde non vietarne la visione ai minorenni.
L'ottica - grandiosamente - infantile di Spielberg ("Io, di mestiere, sogno", ha detto una volta alla rivista Time) si ripropone in molti film degli anni seguenti, dalle Avventure di Tintin - Il segreto dell'unicorno al sottovalutato Il GGG - Il grande gigante gentile. Non solo. Oltre ai grandi popcorn movie, ispira i film d'animazione della sua casa di produzione, la Dreamwoks; e, più in generale, ne spiega la passione per gli effetti speciali e i giochi interattivi (la collaborazione tra Dreamworks e Microsoft Corporation), che talvolta Stevie stesso si diverte a creare.
A voler cercare le tracce dello Spielberg "fanciullino", del resto, non si finirebbe più: pensiamo agli echi di Pinocchio nella struttura narrativa di A.I. Intelligenza artificiale; o a quella specie di autoconfessione che è Hook-Capitan Uncino, libero adattamento del mito di Peter Pan che rivendica il potere della fanciullezza contro il grigiore dell'età adulta. Per accennare solo al secondo episodio del film collettivo Ai confini della realtà (Il gioco del bussolotto), estrema attuazione del sogno spielberghiano di eterna giovinezza, dove i vecchietti di un ospizio tornano magicamente bambini calciando un barattolo.
Col piccolo Stevie, però, convive armoniosamente lo Steven adulto: quello che affronta con fermezza i temi sensibili del razzismo, dell'emarginazione, della guerra o della libera informazione in film quali Il colore viola, Schindler's List, Amistad, Salvate il soldato Ryan, Munich, Lincoln o il recente The Post. Senza mai il sospetto di opportunismo, né di voler "riscattare" i suoi titoli money-maker, ma con pari entusiasmo e convinzione, anche se con più modesti risultati economici.È almeno dal 1985 (l'anno del Colore viola) che il cinema di Stevie e quello di Steven convivono alternandosi; e nel frattempo il regista ha creato anche la Survivors of the Shoah Visual History Foundation, per la raccolta delle testimonianze video dei sopravvissuti alla Shoah. Ciò non significa affatto che le due "anime" siano impermeabili l'una all'altra, o incapaci di collaborare. Qualche esempio? Il drammaticissimo film di guerra War Horse contiene alcune scene bucoliche che paiono girate nella fattoria di Nonna Papera. Mentre il fantascientifico Minority Report è imperniato sul tema, caro a Philip Dick, della libertà e del controllo sui cittadini e Ready Player One, che arriva ora sugli schermi, unisce il repertorio ludico adolescenziale con le ossessioni distopiche di un futuro dominato dalla sovrappopolazione e dall'inquinamento atmosferico.
L'inossidabile fanciullezza gli ha regalato quello sguardo entusiasta, partecipativo e spontaneo che dà forma ai suoi celebri blockbuster, trionfatori ai botteghini e resistenti all'usura del tempo come nessun altro: Incontri ravvicinati del terzo tipo, E.T. L'extraterrestre, la saga di Indiana Jones e quella di Jurassic Park, per dire solo dei più noti. Film, come tutti ricordano, che contano tanti personaggi bambini, presenza diffusa e costante e simbolo dell'occhio "infantile" con cui Stevie osserva le sue stesse storie. Un esempio lampante è Indiana Jones e il tempio maledetto: se il protagonista è l'archeologo adulto, al suo fianco c'è un fanciullo, figura vicaria dell'eroe, scudiero o "paggio" secondo le migliori tradizioni del racconto cavalleresco. Tanto importante che proprio per questo film, che conta alcune scene violente, la Motion Picture Association of America inventò la categoria PG-13 ("minori di 13 anni non accompagnati") onde non vietarne la visione ai minorenni.
L'ottica - grandiosamente - infantile di Spielberg ("Io, di mestiere, sogno", ha detto una volta alla rivista Time) si ripropone in molti film degli anni seguenti, dalle Avventure di Tintin - Il segreto dell'unicorno al sottovalutato Il GGG - Il grande gigante gentile. Non solo. Oltre ai grandi popcorn movie, ispira i film d'animazione della sua casa di produzione, la Dreamwoks; e, più in generale, ne spiega la passione per gli effetti speciali e i giochi interattivi (la collaborazione tra Dreamworks e Microsoft Corporation), che talvolta Stevie stesso si diverte a creare.
A voler cercare le tracce dello Spielberg "fanciullino", del resto, non si finirebbe più: pensiamo agli echi di Pinocchio nella struttura narrativa di A.I. Intelligenza artificiale; o a quella specie di autoconfessione che è Hook-Capitan Uncino, libero adattamento del mito di Peter Pan che rivendica il potere della fanciullezza contro il grigiore dell'età adulta. Per accennare solo al secondo episodio del film collettivo Ai confini della realtà (Il gioco del bussolotto), estrema attuazione del sogno spielberghiano di eterna giovinezza, dove i vecchietti di un ospizio tornano magicamente bambini calciando un barattolo.
Col piccolo Stevie, però, convive armoniosamente lo Steven adulto: quello che affronta con fermezza i temi sensibili del razzismo, dell'emarginazione, della guerra o della libera informazione in film quali Il colore viola, Schindler's List, Amistad, Salvate il soldato Ryan, Munich, Lincoln o il recente The Post. Senza mai il sospetto di opportunismo, né di voler "riscattare" i suoi titoli money-maker, ma con pari entusiasmo e convinzione, anche se con più modesti risultati economici.È almeno dal 1985 (l'anno del Colore viola) che il cinema di Stevie e quello di Steven convivono alternandosi; e nel frattempo il regista ha creato anche la Survivors of the Shoah Visual History Foundation, per la raccolta delle testimonianze video dei sopravvissuti alla Shoah. Ciò non significa affatto che le due "anime" siano impermeabili l'una all'altra, o incapaci di collaborare. Qualche esempio? Il drammaticissimo film di guerra War Horse contiene alcune scene bucoliche che paiono girate nella fattoria di Nonna Papera. Mentre il fantascientifico Minority Report è imperniato sul tema, caro a Philip Dick, della libertà e del controllo sui cittadini e Ready Player One, che arriva ora sugli schermi, unisce il repertorio ludico adolescenziale con le ossessioni distopiche di un futuro dominato dalla sovrappopolazione e dall'inquinamento atmosferico.