VENEZIA - Paradossi di un premio Oscar: a sentire Jonathan Demme, gestire sul set divi come Melanie Griffith, Jodie Foster, Anthony Hopkins o Anne Hathaway è lo stesso che occuparsi di persone cosiddette normali: come gli uomini e le donne di Napoli che vediamo nel suo bel documentario Enzo Avitabile Music Life, di scena oggi fuori concorso qui alla Mostra.
VIDEO Avitabile secondo Demme
Vincitore della preziosa statuetta per Il silenzio degli innocenti, autore di tante pellicole che hanno lasciato il segno (da Qualcosa di travolgente al più recente Rachel sta per sposarsi) il regista, dopo la conferenza stampa ufficiale, accetta di parlare a tutto tondo della sua carriera e delle sue esperienze. Cominciando, naturalmente, da questa sua ultima fatica: un omaggio al musicista partenopeo, alla sua musica e alla sua città. Un luogo mostrato in tutta la sua magia: non solo i panorami di Posillipo, ma anche un quartiere periferico come Marianella.
Signor Demme, cosa le resta della sua esperienza napoletana?
"Per un americano che arriva la prima volta, Napoli è una straordinaria porta verso l'Italia. Sbarcando si viene travolti dalla sua energia, dalla sue mescolanze. Splendida non per l'architettura, ma per la gente. Un viaggio che ho compiuto dopo essermi innamorato della musica di Enzo: ho voluto far vedere la 'sua' Napoli. Mi sono sentito in un universo meraviglioso, come Dorothy nel Mago di Oz".
Ma Napoli convive anche con tanti problemi...
"Certo, è una città complicata, difficile. Ma lo sono tutte le città del mondo, se non si è abbastanza ricchi per non accorgersene".
Lei nella carriera ha girato tanti film di finzione importanti, ma anche tanti documentari: come regista quale dei due generi preferisce?
"Io adoro le belle storie, i bei personaggi. E negli ultimi tempi, è molto più facile trovarne nella vita vera. Nel mondo reale sono le storie a venirti incontro, non viceversa. La sfida comunque resta quella di raccontare qualcosa di interessante, di appassionante. Solo che nel cinema di finzione cerchi di emulare la realtà, e viceversa nei documentari tenti di introdurre elementi di fiction, che la trascendano".
Sul set lei ha diretto divi di Hollywood, rockstar come Neil Young protagonista di suoi documentari, e gente che potremmo definire normale: qual è la differenza?
"Nessuna: quando inquadro qualcuno con la telecamera lo tratto sempre da star. In questo senso, per me, tra Anthony Hopkins e le donne che ho incontrato a Marianella non cambia nulla".
Però i divi di Hollywood sono più difficili da gestire, no?
"Sono stato molto fortunato, non ho mai avuto problemi. Mi sono sempre circondato di persine meravigliose, grandi artisti che non dovevo nemmeno rivivere, tanto erano bravi: da Jodie Foster ad Anne Hathaway, passando per il Tom Hanks di Philadelphia".
Tornerà a dirigere un film ad alto budget, di quelli da Oscar?
"Non so. Ma per vincere la statuetta ci vogliono non tanto i soldi quanto la grandi storie".
Progetti?
"Ora mi dedicherò al film Wally and André shoot Ibsen, adattamento dell'opera Il Capomastro, del grande drammaturgo. Per questo a breve andrò a New York: ecco la prossima sfida".
VIDEO Avitabile secondo Demme
Vincitore della preziosa statuetta per Il silenzio degli innocenti, autore di tante pellicole che hanno lasciato il segno (da Qualcosa di travolgente al più recente Rachel sta per sposarsi) il regista, dopo la conferenza stampa ufficiale, accetta di parlare a tutto tondo della sua carriera e delle sue esperienze. Cominciando, naturalmente, da questa sua ultima fatica: un omaggio al musicista partenopeo, alla sua musica e alla sua città. Un luogo mostrato in tutta la sua magia: non solo i panorami di Posillipo, ma anche un quartiere periferico come Marianella.
Signor Demme, cosa le resta della sua esperienza napoletana?
"Per un americano che arriva la prima volta, Napoli è una straordinaria porta verso l'Italia. Sbarcando si viene travolti dalla sua energia, dalla sue mescolanze. Splendida non per l'architettura, ma per la gente. Un viaggio che ho compiuto dopo essermi innamorato della musica di Enzo: ho voluto far vedere la 'sua' Napoli. Mi sono sentito in un universo meraviglioso, come Dorothy nel Mago di Oz".
Ma Napoli convive anche con tanti problemi...
"Certo, è una città complicata, difficile. Ma lo sono tutte le città del mondo, se non si è abbastanza ricchi per non accorgersene".
Lei nella carriera ha girato tanti film di finzione importanti, ma anche tanti documentari: come regista quale dei due generi preferisce?
"Io adoro le belle storie, i bei personaggi. E negli ultimi tempi, è molto più facile trovarne nella vita vera. Nel mondo reale sono le storie a venirti incontro, non viceversa. La sfida comunque resta quella di raccontare qualcosa di interessante, di appassionante. Solo che nel cinema di finzione cerchi di emulare la realtà, e viceversa nei documentari tenti di introdurre elementi di fiction, che la trascendano".
Sul set lei ha diretto divi di Hollywood, rockstar come Neil Young protagonista di suoi documentari, e gente che potremmo definire normale: qual è la differenza?
"Nessuna: quando inquadro qualcuno con la telecamera lo tratto sempre da star. In questo senso, per me, tra Anthony Hopkins e le donne che ho incontrato a Marianella non cambia nulla".
Però i divi di Hollywood sono più difficili da gestire, no?
"Sono stato molto fortunato, non ho mai avuto problemi. Mi sono sempre circondato di persine meravigliose, grandi artisti che non dovevo nemmeno rivivere, tanto erano bravi: da Jodie Foster ad Anne Hathaway, passando per il Tom Hanks di Philadelphia".
Tornerà a dirigere un film ad alto budget, di quelli da Oscar?
"Non so. Ma per vincere la statuetta ci vogliono non tanto i soldi quanto la grandi storie".
Progetti?
"Ora mi dedicherò al film Wally and André shoot Ibsen, adattamento dell'opera Il Capomastro, del grande drammaturgo. Per questo a breve andrò a New York: ecco la prossima sfida".