VENEZIA - Il lato grottesco della realtà che diventa dramma, la povertà che veicola bruttezza e non redenzione, la Palermo delle periferie e della mentalità mafiosa come specchio di un'Italia irredimibile. Ancora concentrata, come ai tempi di Verga, sul culto della roba, del denaro, del possedere a ogni costo. A portare alla Mostra questo ritratto desolante di come eravamo e di come forse siamo rimasti è Daniele Ciprì, che col suo E' stato il figlio, primo film italiano in concorso, ottiene applausi alla proiezione stampa della mattina. Col pubblico di addetti ai lavori catturato da questo affresco in cui, come spiega il regista, "i soldi spaccano la famiglia, trasformandola da un bene a un male".
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Un inizio che fa ben sperare per una pellicola esilarante, tratta dall'omonimo romanzo di Roberto Alajmo (Mondadori), con cui Ciprì - qui alla prima prova dietro la macchina da presa senza lo storico socio Franco Maresco - recupera in parte le atmosfere del suo stracult Cinico Tv. Ma inserendo quello stile, quei volti, quella miseria fisica e morale in un contesto più solido, più ampio, più riflessivo, come il mezzo cinematografico richiede. Protagonista un Toni Servillo - che qui a Venezia ritroveremo in La bella addormentata di Marco Bellocchio - nel ruolo del capo della famiglia Ciraulo. Siamo negli anni Settanta, nel capoluogo siciliano, e lui campa i suoi congiunti come può, tirando a campare. La fortuna - ed è questo il primo dei paradossi forti del film - arriva nei panni della pistola di un balordo, che nel corso di un regolamento di conti in strada colpisce e uccide, per sbaglio, la figlia.
Per i Ciraulo, dopo il dolore, sorge la speranza della cuccagna, sotto forma del risarcimento che lo Stato concede alle vittime di mafia. Ogni componente della famiglia non vede l'ora di mettere le mani sulla roba: Servillo, in particolare, agogna una fiammante Mercedes scura, con cui farsi bello coi vicini del casermone di periferia in cui abita. Ma questo è solo l'inizio di un'odissea tragicomica che strappa allo spettatore più di una risata, ma che porta a un duro epilogo che non può lasciare indifferenti.
Tutti bravi gli interpreti. A cominciare ovviamente da Servillo, che gigioneggia in siciliano come ci si aspettava; ma anche tutti gli altri, da Giselda Volodi al carismatico attore Alfredo Castro, volto principale del cinema cileno, qui in un ruolo chiave. Capace di dare un tocco surreale, ma anche dolentissimo, a questo amaro dramma del grottesco, sottilmente contemporaneo malgrado l'ambientazione d'epoca. Come conferma Ciprì: "La tragedia che raccontiamo è attuale: siamo convinti che con un gratta e vinci ci possa cambiare la vita". Quanto alla sua presenza in concorso alla Mostra, rassicurato anche dall'ottima accoglienza ricevuta da una stampa spesso dura con i film italiani, il registra si dice "felicissimo di stare in gara in un festival così importante, competendo con grandissimi autori per cui ho anche girato". Il riferimento è a La bella addormentata di Marco Bellocchio, di scena il 5 settembre, di cui lui stesso è il direttore della fotografia.
Ma forse il commento più interessante al film - nelle sale dal 14 settembre, distribuito da Fandango - è quello di Servillo: "E' un'opera che mostra una Sicilia arcaica, governata da leggi antiche. Ma che confina con gli smarrimenti della nostra società consumistica: direi che è lo sparsamento la chiave del film. Così come l'incrocio tra la violenza che porta soldi, e i soldi che portano violenza. E con in più lo struggimento per l'offesa all'infanzia che contiene". Vedere per credere.