Venezia 2015

IN CONCORSO

"A Bigger Splash", il tuffo di Guadagnino divide Venezia

Dissensi da parte della stampa italiana e apprezzamenti da parte di quella internazionale per il film - in concorso - del regista italiano. Cast ricco, da Tilda Swinton a Ralph Fiennes a Dakota Johnson. "Ben venga il dibattito, il mio non è un lavoro per compiacere il pubblico"

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VENEZIA - "I fischi alla fine della proiezione stampa? Sono nella natura del festival e la moltiplicazione delle opinioni si esprime nel modo in cui ognuno crede". Con poche parole diplomatiche Luca Guadagnino commenta i dissensi al suo A bigger splash, in concorso a Venezia, dove il regista siciliano torna a sei anni da Io sono l'amore, che pure era stato fischiato proprio qui salvo poi diventare un successo internazionale aggiudicandosi il Golden Globe come miglior film straniero e arrivando alla notte degli Oscar con la nomination per i costumi. Difficile dire se questo nuovo film, remake de La piscina con Alain Delon e Romy Schneider ("l'ho visto a quindici anni e poi mai più, il giorno in cui io e lo sceneggiatore volevamo rivederlo il Blu-ray non funzionava"), farà lo stesso percorso. E' probabile che piaccia più ai critici e al pubblico straniero che a quello italiano (The Hollywood Reporter giudica il film "uno studio sulla seduzione e distruzione ben meno soddisfacente" rispetto al film precedente, mentre Indiewire lo definisce "una godibile fetta di noir al sole con una grande enfasi sul sole") e lo stesso Guadagnino spiega perché.
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Le americanate. "Vorrei sgomberare il campo dall'equivoco sull'americanata, i miei ammiratori più incondizionati provengono dalla Corea del Sud, dalla Svezia e dalla Turchia - dice Guadagnino - il mio film non è una declinazione dell'Italia prêt-à-porter per un gusto neutro e internazionale, i registi che usano la pro loco per interesse personale perdono un'occasione. Piuttosto quel che può accadere è che gli italiani abbiano difficoltà a relazionarsi con la propria prossimità". E il regista sceglie due esempi diversi per spiegare il concetto: "Qualche anno fa ero qui a Venezia nella giuria presieduta da Quentin Tarantino che premiò Somewhere di Sofia Coppola che nel suo film mostrava un detour milanese con osservazione dei Telegatti, ci furono dei fischi. O ancora lungi da me paragonarmi al maestro Bertolucci, ma un capolavoro come Il tè nel deserto soffrì in America dell'impatto violento che il pubblico ebbe nel rivedere ritratti i propri compatrioti in Africa".
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Le zingarate. Ritratta invece in A Bigger Splash è una piccola comunità, quella dell'isola di Pantelleria (con i suoi riti, la ricotta fresca, i capperi, la festa di San Gaetano) nella quale irrompe un quartetto di outsider. Sono la rockstar senza voce Marianne Lane (Tilda Swinton), il suo compagno fotografo Paul (Matthias Schoenhearts), il suo ex storico, il produttore dei Rolling Stones Harry (Ralph Fiennes) e la figlia di lui, di cui lo stesso Harry non conosceva l'esistenza, la giovanissima Penelope (Dakota Johnson). "Con Luca abbiamo fatto cinque film ma sembrano più di cento - dice Tilda Swinton - la nostra è una conversazione costante che qualche volta approda in qualche film o in qualche zingarata. Sono io ad aver pensato che il mio personaggio non dovesse parlare, da un lato perché io personalmente non avevo molta voglia di parlare in quel momento, avevo appena perso mia madre, inoltre mi interessava esplorare la nostra incapacità di comunicare attraverso le parole, e i casini che combiniamo quando ci affidiamo solo a quelle".
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Verdi, Renoir e Bertolucci, i maestri di Guadagnino. "A costo di sembrare pomposo voglio citare il metodo che ho imparato da Bernardo Bertolucci che a sua volta citava Renoir: nel cinema bisogna lasciare aperta la porta alla realtà - dice il regista - nonostante il nostro film parli del privatissimo di questi quattro personaggi, gli elementi esterni del luogo sono finiti per entrare". Infatti nel corso del film i migranti dei centri d'accoglienza in questo territorio di frontiera che è Pantelleria si trasformano da sfondo a escamotage narrativo. "Il tema dei migranti più come argomento mi interessava nella misura in cui ne sottolineava la natura di alterità rispetto ai protagonisti e volevo indagare come questa alterità si rapporta a noi - spiega Guadagnino - il film cambia tono nel corso delle due ore; inizia con un idillio campestre prosegue con lo spirito delle commedie alla Feydeau, si incupisce e infine finisce in farsa. Chiudiamo il film con il Falstaff di Giuseppe Verdi perché volevo ricordare quello che si dice alla fine dell'opera e cioé Ora la commedia é finita, festeggiamo. In fila i cantanti sfilano di fronte al pubblico e dichiarano Tutto nel mondo é burla". Così Guadagnino spiega il finale farsesco: "E' umano che il maresciallo Carmelo (Corrado Guzzanti, ndr) finisca per anteporre alla legalità la sua passione per una persona che crede di conoscere ma in realtà non conosce". Sarà umano ma pare che i carabinieri non abbiano apprezzato.