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IL FILM

Andrea Segre, 'L’ordine delle cose', il senso dell'umanità ai tempi dei flussi migratori

Il regista sceglie di raccontare, nel nuovo film, il contingente problema dell'immigrazione, tra interessi politici, coscienza individuale ed empatia recoiproca. Proiezione speciale alla Mostra, uscirà nelle sale cinematografiche il 7 settembre

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Il segreto è non provare compassione: chi lavora con i profughi deve forzarsi di considerarli numeri, entità solo genericamente umane. Guai a guardarli negli occhi, perché c’è il rischio del riconoscimento reciproco, come esseri della stessa specie, viventi e coscienti, che sarebbe un ostacolo al lavoro. Mai abbassare la guardia per un momento, dice il film di Andrea Segre L’ordine delle cose, appena presentato a Venezia, perché un’empatia invincibile si può insinuare anche nel senso del dovere più rigido. È quello che succede a Corrado, funzionario del Viminale impegnato ad arginare la corrente di migranti con una delicata missione in Libia.
 

'L'ordine delle cose' di Andrea Segre - trailer


Il compito è importante: c’è da portare risultati politicamente spendibili, anche a costo di qualche compromesso, o provando magari a mettere da parte il metro dei diritti umani adottato da questa parte del Mediterraneo. A Corrado, interpretato da un convincente Paolo Pierobon, capita proprio quello che non dovrebbe: incontra una donna somala che gli chiede aiuto. Dal primo istintivo gesto di generosità nasce un canale di collegamento, inevitabile ma pericoloso per la realtà consolidata, per quell’ordine delle cose che deve restare come è sempre stato, e da cui il film prende il nome. Corrado capisce di avere davanti a sé una persona: con i suoi libri preferiti, che siano lunghi, perché quando finiscono è sempre un dispiacere, con l’ansia di raggiungere il marito in Finlandia, con la certezza che un futuro accettabile è vicino, poco al di là delle onde.
 
"Quello che volevo raccontare è proprio il funzionario, stretto fra le indicazioni della politica e il richiamo dell’umanità. Ne ho incontrati diversi, e mi hanno espresso il loro tormento". E quel personaggio, che vede allo stesso tempo le ingiustizie del mondo e la propria impotenza di fronte ad esse, riesce a strappare la simpatia dello spettatore grazie alla narrazione sobria e ben poco ideologica di Segre. Corrado non è un Caino che si accanisce sul fratello in difficoltà, è solo un uomo con i suoi dubbi e i suoi doveri, un poliziotto schiacciato fra la ragion di Stato e la tragedia epocale degli esodi di massa. Girato fra Sicilia e Tunisia, con la partecipazione di consulenti libici, il film si ritrova a parlare della contemporaneità senza concessioni alla cronaca. I fatti sono immaginari, dice l’avvertenza all’inizio del film, ma è autentica la realtà che li produce.