Suburra, la prima serie italiana targata Netflix
Venezia, oltre al cinema c'è Netflix: la Roma di 'Suburra' conquista il Lido
Il potere e i criminali, i vizi e il mercato della droga, i "cravattari", gli speculatori, i politici corrotti, i tecnici comunali senza scrupoli e i monsignori perversi che si rilassano con il sesso di gruppo. Un quadro devastante e violento ma che ricorda da vicino quello delle cronache degli anni recenti, quello della Roma ritratta in 'Suburra', prima produzione originale italiana Netflix, dal 6 ottobre sulla piattaforma. Lo spunto è il film omonimo di Stefano Sollima e prima ancora il romanzo di Giancarlo De Cataldo e Carlo Bonini, ma ambientato in anni precedenti: 10 puntate prodotte da Cattleya con la partecipazione di Rai Fiction (in onda su RaiDue fra quindici mesi, con qualche taglio nelle scene più forti). Diretta da Michele Placido, Andrea Molaioli e Giuseppe Capotondi, 'Suburra' è un crime thriller violento ambientato a Roma, in cui Stato, Chiesa, famiglie sembrano non avere più i limiti di legalità, ma ciascuna azione e reazione feroce hanno a che fare con la ricerca del potere. Ecco così una strana, sanguinosa alleanza tra tre giovani: Numero 8 di Ostia (Alessandro Borghi), Spadino lo zingaro (Giacomo Ferrara), l'universitario di Roma nord Lele affascinato dai soldi (Eduardo Valdarnini) per mettere a ferro e fuoco la città. Nel cast tanti personaggi, come Sara Monaschi (Claudia Gerini) donna in Vaticano, Amedeo Cinaglia (Filippo Nigro) che lascerà gli ideali della politica per abbracciare il nuovo mondo di mezzo, Samurai (Francesco Acquaroli) trafficone di alto livello e Manfredi Anacleti (Adamo Dionisi) boss rom.
Prima di Suburra. La sceneggiatrice, Barbara Petronio, spiega la genesi del prequel: "Volevamo divertirci a essere liberi di raccontare in maniera autonoma, il prequel ti permette una dimensione dei personaggi diversa, puoi raccontare il viaggio che li ha portati a essere quelli che abbiamo conosciuto nel film. Ma li volevamo anche più giovani, con una energia e motivazioni differenti. Legati alla romanità: hanno caratteristiche universali ma nascono in una città particolare. Un racconto di formazione che esprime anche la fame millenaria di conquista che ha chi nasce e cresce a Roma. Per i protagonisti si tratta di sopravvivere, ma anche di diventare adulti".
Gerini al Vaticano. Racconta l'attrice: "Ho accettato, anzi ho combattuto per avere questo ruolo per dare una nuova sfumatura alla mia carriera. Sono orgogliosa di aver fatto parte di questo cast e di lavorare con questi registi. Sara Monaschi (quanto somiglia a Francesca Chaouqui ndr) è una donna ambiziosa, un revisore dei conti in Vaticano. E' molto vicina al presidente della commissione del patrimonio immobiliare della Santa Sede. È sposata con un gentiluomo di sua santità e ha una società edilizia importante, coinvolta in questo nuovo piano di espansione di Roma, con le sue promesse di guadagni di miliardari. È una donna comunque di talento, è arrivata perché non solo finanziariamente è capace, ma è anche brava a tessere relazioni, è il simbolo della Roma dei salotti, conosce i segreti finanziari e quelli personali del monsignore con cui lavora. Il potere è il tema forte di Suburra, raccontato con un linguaggio nuovo e anche ironico".
Roma è così? La domanda arriva da una giornalista bulgara che cita Sesso, droga & Vaticano (e politici & bunga bunga). Michele Placido la gira all'autore del libro, Massimo De Cataldo (insieme a Carlo Bonini). "Questa è una Roma che ha elementi di realismo ma che è anche di fiction e racconto. La storia vera si trasforma e si dilata. Non è un saggio sulla corruzione di Roma, ogni racconto è una metafora, una interpretazione, una fiction".
Numero 8 platinato. Alessandro Borghi racconta l'evoluzione del personaggio rispetto al film: "È stata una grande possibilità, sono stato costretto a smontare il Numero 8 che avevamo creato nel film per ricostruire un personaggio con molta meno consapevolezza del concetto e della gestione del potere. È un giovane pieno di temperamento che fa molti danni, in un viaggio che lo porta a diventare quello che abbiamo conosciuto nel film. L'idea è che qui deve ancora trovare un posto che non è ancora ben definito nel suo mondo. E per trovarlo si relaziona con mondi che non era abituato a frequentare".
Serialità globale. Riccardo Tozzi, produttore di Cattleya, racconta il lavoro con Netflix: "Ogni committente è diverso, lo specifico di Netflix, nel campo della nuova serialità, è il suo essere totalmente globale. Da una parte chiede qualcosa di autentico che abbia potenza narrativa in quanto legato a qualcosa di culturalmente reale. Ma dall'altra deve parlare a tutto il mondo contemporaneamente. Il lavoro con loro è stato intenso e divertente. E istruttivo: ti spinge verso un linguaggio che sia comprensibile a livello globale e questo calza bene perché la nuova serialità è un racconto fortemente ancorato ai fondamentali del racconto per immagini, il dialogo con l'immaginario profondo che c'è in ognuno di noi". Aggiunge: "Il rapporto col potere qui non è trattato in modo astratto o pedagogico, ma in tutte le sue forme, anche ad esempio il potere del padre all'interno della famiglia". Aggiunge Andrea Molaioli: "Il racconto, man mano che la serie si sviluppa, comprende sempre di più anche una esplorazione più intima della psicologia e dei sentimenti dei personaggi".
Il cinema è finito, viva le serie. Michele Placido: "La sfida del futuro è questa e io ho accettato subito. Ho detto sì a Romanzo criminale il giorno dopo che eravamo stati presi a pomodorate con Ovunque sei qui a Venezia. E per fortuna quel film è andato male, così abbiamo aperto una strada nuova alla serialità. Deve cambiare mentalità anche da parte di noi registi. Dobbiamo essere meno autori, perché un certo cinema è finito. Dobbiamo lavorare al fianco dei produttori alla grande stagione delle nuove serie. La tv sta cambiando. La Rai sta cambiando e partecipa a un progetto importante e forte. Una signora qui al Lido mi ha detto 'Violentissimo, ma bellissimo'. Meno male, sono due aggettivi importanti. All'inizio ero spiazzato, ma ora ho capito tante cose. Siamo in una rivoluzione e sono lieto di esservi all'interno".
Perché il thriller politico non passa mai di moda. La teoria Michele Placido: "Cito due autori teatrali. Shakespeare non ha fatto altro che parlare di thriller politico, di bene e male e del bisogno dell'uomo di capire un mistero. Non c'è mai una sola risposta, e anche per questo ripetiamo gli errori. E Pirandello dice che 'ci sono le verità, le verosimiglianze e le verità inconfessabili'. Appartengono a ciascuno di noi. C'è la facciata della politica, poi c'è quello che ci somiglia, e poi c'è la verità inconfessabile. Noi speriamo di andare nel profondo, ma l'inconfessabile nemmeno la migliore fiction la racconterà mai".