Partigiani vite di resistenza e libertà

Malvestuto: "La nostra guerra di liberazione nella Brigata Maiella"

Il ricordo del tenente, ultimo ufficiale superstite del corpo aggregato agli alleati nella risalita dall'Abruzzo fino ad Asiago. "Ma l'Italia di oggi non è degna del nostro sacrificio"
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Provare a raccontare la guerra partigiana è come scrivere un romanzo corale, dove storie diverse si intrecciano e compongono l'insieme. Storie di singoli e storie di gruppi. Uno di questi gruppi, particolare e simbolico per molti motivi, è la Brigata Maiella. Gilberto Malvestuto, 96 anni appena compiuti, è l'ultimo ufficiale superstite della Brigata. "Eravamo una formazione apartitica, eravamo patrioti", ricorda oggi dalla sua casa di Sulmona.

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Partigiano Malvestuto

Il nome completo era Gruppo Patrioti della Maiella, ed è stata l'unica formazione partigiana ad essere insignita della medaglia d'oro al valor militare e una delle poche ad essere poi aggregata all'esercito alleato una volta liberato il territorio d'origine. Con gli inglesi risalì combattendo la penisola, liberando Bologna, e arrivando fino ad Asiago.

Malvestuto, già militare dell'esercito italiano, entrò nella Maiella dopo alcune settimane di macchia e renitenza alla leva. Lo cercavano i fascisti: "L'8 settembre ero al bar, sentii l'annuncio dell'armistizio. Fummo messi in licenza, e tornai a casa, dove iniziai la latitanza. Entrai nella brigata Maiella dopo che Sulmona era stata liberata, mi arruolai dopo aver visto i soprusi e i rastrellamenti dei nazifascisti". Una scelta in controtendenza: nascondersi mentre c'erano i nazisti in zona, ma una volta che la città era stata liberata e Malvestuto avrebbe potuto vivere in tranquillità, la decisione: combattere da patriota per liberare l'Italia.

Come detto, quella della Resistenza è la storia dei gruppi ma anche dei singoli. Come Oscar Fuà, un giovane combattente ucciso che Malvestuto ricorda commosso. "Mi chiese di venire a combattere con me, quando fu ucciso da un sventagliata di mitragliatrice mi inchinai vicino al suo corpo e gli diedi una carezza. Mi sentivo quasi come fosse colpa mia la sua morte.

L'entrata a Bologna è per il tenente Malvestuto un ricordo chiaro come se fosse ieri. "Fummo aggrediti quasi da una folla immensa. Una ragazza mi abbraccio, mi strinse, mi ringraziò e mi stampò un bacio sulla guancia". La gioia dopo il terrore, la libertà dopo 20 mesi di guerra.