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Papi santi, come cambia il fenomeno nella storia della Chiesa

Nei primi secoli, per i successori di Pietro, la canonizzazione era quasi automatica. Anche per questo c'era l'abitudine di rivolgersi al pontefice come "Sua Santità". La procedura di canoninazzazione registra una svolta con Urbano II. Si trasforma in un vero e proprio processo, con tanti testimoni. E la liturgia si arricchische in modo sempre nuovo
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La canonizzazione di Giovanni XXIII e di Giovanni Paolo II (27 aprile 2014) è un avvenimento straordinario che conferma il grande interesse per la santità dei papi in questi ultimi decenni. Quasi quindici anni fa, il 3 settembre 2000, anno del Giubileo, Angelo Roncalli fu beatificato insieme a Pio IX. Se si porta però lo sguardo sull'intera storia del papato, pochi pontefici sono stati canonizzati santi negli ultimi secoli. Mentre è vero che nell'Alto Medio Evo, prima che fosse istituito il processo canonico di canonizzazione, molti papi furono iscritti nei libri liturgici e quindi considerati santi. Anzi, il loro numero non fece che crescere nel corso di quei secoli (Roberto Rusconi, Santo Padre. La santità del papa da San Pietro a Giovanni Paolo II, Roma, Viella, 2010).

In un libro liturgico dell'VIII secolo figurano dodici vescovi di Roma succeduti a san Pietro. In un altro martirologio di origine romana, sempre di quel periodo, i papi santi sono b…
La canonizzazione di Giovanni XXIII e di Giovanni Paolo II (27 aprile 2014) è un avvenimento straordinario che conferma il grande interesse per la santità dei papi in questi ultimi decenni. Quasi quindici anni fa, il 3 settembre 2000, anno del Giubileo, Angelo Roncalli fu beatificato insieme a Pio IX. Se si porta però lo sguardo sull'intera storia del papato, pochi pontefici sono stati canonizzati santi negli ultimi secoli. Mentre è vero che nell'Alto Medio Evo, prima che fosse istituito il processo canonico di canonizzazione, molti papi furono iscritti nei libri liturgici e quindi considerati santi. Anzi, il loro numero non fece che crescere nel corso di quei secoli (Roberto Rusconi, Santo Padre. La santità del papa da San Pietro a Giovanni Paolo II, Roma, Viella, 2010).

In un libro liturgico dell'VIII secolo figurano dodici vescovi di Roma succeduti a san Pietro. In un altro martirologio di origine romana, sempre di quel periodo, i papi santi sono ben 71. Più di due secoli dopo, nel calendario liturgico della basilica di San Giovanni in Laterano furono aggiunti 25 papi 'santi', forse su ordine di Gregorio VII (1074-1085), il quale, in una lettera del 1081, avanzò persino l'idea che "dal tempo del beato Pietro apostolo si annoverano circa cento papi tra i più santi". Proprio negli ambienti di Gregorio VII si giunse ad affermare (Dictatus papae, articolo 23) che "Il pontefice romano, se ordinato dopo elezione canonica, è indubitabilmente santificato dai meriti del beato Pietro". Nasceva così l'abitudine di rivolgersi al papa con le parole "Sua Santità", come si usa fare ancora oggi. 
 
Gregorio VII concludeva di fatto un lungo periodo storico, durante il quale la santità era affidata alla memoria liturgica. Perché già qualche decennio dopo, i papi iniziarono un nuovo percorso, in qualche modo rivoluzionario, verso il riconoscimento della santità. Urbano II (1088-1099) - il primo papa francese della storia , promotore della prima crociata - sostiene per la prima volta che la santità non può essere concessa senza garanzie circa i miracoli attribuiti al futuro santo. Nel 1120, Calisto II compie un altro passo importante, ordinando che non ci si può accontentare di riconoscere santa una persona sulla base dei miracoli raccontati nelle vite del santo. Il papa volle lui stesso interrogare i testimoni per verificare l'autenticità delle loro testimonianze.
 
Insomma, le vite dei santi e il fervore popolare non erano più sufficienti a legittimare il riconoscimento della santità. Per questo motivo Roma volle sottomettere le testimonianze sul candidato alla santità ad commissione di cui avrebbe sempre dovuto far parte un vescovo (André Vauchez, La santità nel Medioevo, Bologna, Il Mulino, 1989). La curia romana elaborò assai presto formulari per procedere all'interrogatorio dei testimoni, il cui numero crebbe sovente a dismisura. Nel corso del Duecento  -  il primo secolo dei processi di canonizzazione  -  furono aperti ben 49 processi. Il più importante si concluse con la canonizzazione di san Francesco (16 luglio 1230), meno di due anni dopo la sua morte, un caso praticamente unico nella storia della santità.
 
Soltanto per due papi  -  Celestino V (1294) e Urbano V (1362-1370)  -  fu iniziato nel Medioevo un processo di canonizzazione, ma soltanto quello di Celestino V fu portato a termine. Il papa del 'gran rifiuto' fu quindi l'unico papa medievale riconosciuto santo al termine di un processo di canonizzazione. Iniziato (13 maggio 1306) dieci anni dopo la sua morte, su richiesta del re di Francia Filippo il Bello (per fare contrappeso al processo contro la memoria di Bonifacio VIII), il processo durò appena 7 anni (5 maggio 1313). Nella sua bolla di canonizzazione, Clemente V (1305-1314) volle soprattutto rendere visibile il fatto che il nuovo santo era stato canonizzato come monaco ed eremita piuttosto che come papa. Anche il domenicano Tolomeo da Lucca scrisse allora che Clemente V avrebbe ordinato che il nuovo santo fosse "chiamato san Pietro confessore, dal momento che si chiamava così prima del papato, vale a dire Pietro del Morrone".
 
Per proclamare il nuovo santo si dovette creare una cerimonia, che, arricchitasi di sempre nuovi elementi, rimase, nella sostanza, invariata fino ad oggi. Il cardinale che aveva diretto il processo doveva rivolgere tre volte la preghiera al papa di procedere alla canonizzazione del santo. Nel corso della messa il papa pronunciava un sermone per mettere in evidenza le qualità del santo. Al sermone seguiva l'offertorio di candele, pane, vino e uccelli. Si procedeva quindi al canto del Tedeum, attestato per la prima volta nel 1131. 
 
Alla canonizzazione di San Francesco fu letto per la prima volta l'elenco dei suoi miracoli; a quella di Pietro del Morrone (1313) appare l'inno Veni Creator e a quella di Brigitta di Svezia (1391) viene rivolta la richiesta al papa di ordinare  la stesura dei documenti di canonizzazione. La cerimonia, sempre più complessa, prevedeva che la processione con candele offerte dai fedeli, e in particolare l'offerta di una candela di una libbra di cera bianca, decorata di rose e di altri fiori vedi, bianchi e rossi (i colori dei vestiti del papa). Fu allora offerta per la prima volta una piccola gabbia di colore verde contenente due colombe bianche e due tortore, doni che hanno fatto parte fino ai nostri giorni del rituale di canonizzazione. Forse le colombe e le tortore simboleggiano le virtù cardinali (prudenza, giustizia, fortezza e temperanza), mentre la candela accesa rinvia alla virtù della fede, il pane alla speranza e il vino alla carità. 
 
Une delle tante novità cerimoniali nate in quei secoli è sorprendente. Dopo la predica, il papa ammoniva i fedeli di pregare affinché Dio non permetta che egli (il papa) possa errare. Il papa doveva inoltre affermare solennemente che, canonizzando il santo, "non intendeva fare nulla contro la Sacrosanta Romana Chiesa". Così scrive l'autore di uno dei più importanti cerimoniali del Quattrocento. Anche nel concistoro del 1313, dove fu deciso di canonizzare Pietro del Morrone-Celestino V, il papa chiese ai cardinali presenti di pregare "perché possa non errare". 
 
Già nel Duecento, la possibile fallibilità del papa in questo campo era stato oggetto di un ampio dibattito fra i teologi, che Tommaso d'Aquino, con la sua geniale capacità di sintesi, aveva concluso affermando che "è pio credere che il giudizio della Chiesa possa non errare (nel canonizzare un santo)". Nel tardo Cinquecento (Concilio di Trento) questa preghiera fu però tolta dal cerimoniale. E la frase di Tommaso d'Aquino ("è pio credere") fu modificata dal grande liturgista Angelo Rocca (1545-1620) in "è necessario credere che il pontefice romano non possa errare quanto decide una canonizzazione". Eppure Tommaso d'Aquino aveva affermato che il processo di canonizzazione è opera umana, quindi di per sé non esente di possibili errori. Ed aveva aggiunto che soltanto Dio conosce i pensieri reconditi dell'uomo.