Canonizzazione Papi

"Quel ricordo di Wojtyla perso nella preghiera sul nudo pavimento"

Monsignor Kowalczyk è primate di Polonia. Ha conosciuto Wojtyla nel 1965, alla fine del Concilio vaticano II. Poi ha collaborato con lui nella sezione polacca della segreteria di Stato. Nell'intervista racconta il misticismo di Giovanni Paolo II. E il suo amore per il Paese natale 

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Monsignor Józef Kowalczyk, arcivescovo di Gniezno e primate della Polonia, a partire dal 1969 ha lavorato in Vaticano presso la Congregazione del Culto Divino e della Disciplina dei Sacramenti. Ha collaborato con la segreteria di Stato vaticana accompagnando negli anni 1976-78 l'arcivescovo Luigi Poggi nei suoi viaggi in Polonia. Dopo l'elezione a Pontefice di Giovanni Paolo II ha partecipato all'organizzazione della sezione polacca della segreteria di Stato aiutando da vicino Karol Wojtyla nel suo lavoro quotidiano.

Quando ha incontrato per la prima volta Wojtyla?
"Ero ancora uno studente presso l'Istituto Polacco di Roma, quando l'arcivescovo di Cracovia, Karol Wojtyla, è venuto all'ultima sessione del Concilio Vaticano II nel 1965. Un pomeriggio, squillò il telefono. Il suo amico Jerzy Kluger chiese: "Posso parlare con l'arcivescovo Wojtyla?". Corsi rapidamente verso il secondo piano, dove l'arcivescovo abitava, e vigorosamente bussai alla porta. Senza aspettare la risposta entrai nella stanza. E vidi Wojtyla inginocchiato sul pavimento, perso nella preghiera. Questa immagine mi è rimasta impressa nella memoria. Sul nudo pavimento pregava colui che oggi è candidato agli altari, non solo come beato, ma come santo".
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Cosa ricorda del lavoro in segreteria di Stato?
"Quando il cardinale Wojtyla fu eletto Papa, lavoravo nella Congregazione dei Sacramenti (la Sacra Congregazione per i Sacramenti e il Culto Divino). Il 18 ottobre del 1978 mi chiesero di passare in segreteria di Stato perché il Santo Padre voleva creare istantaneamente una sezione polacca. I compiti erano chiari: era necessario prendersi cura della corrispondenza, di un numero enorme di lettere e di molte altre cose. Giovanni Paolo II scriveva i suoi testi in polacco. Nelle prime due settimane ero da solo, poi è venuto ad aiutare padre Tadeusz Rakoczy e due altre religiose. È stato sorprendente per me accorgermi che il Santo Padre non utilizzava pagine numerate. Sulla prima pagina dei suoi testi in lingua polacca era scritto: "Totus Tuus" (Tutto tuo); sull'altra pagina: "Ego sum" (Io sono); sulla terza: "Et omnia mea" (E tutto mio); sulla quarta: "Tua sunt" (a voi). Mi resi conto allora che aveva trasformato il suo lavoro in preghiera. Il motto "Ora et labora" (prega e lavora) era chiaramente realizzato nella pratica. Quando gli chiesi di spiegarmi perché faceva così mi disse che era un'abitudine presa da giovane".

Chi era Giovanni Paolo II?
"Un uomo che non ostentava mai. Era autentico. Era spesso immerso nella preghiera. Pregare il rosario, adorare il Santissimo Sacramento, celebrare la Via Crucis, non erano per lui routine. Pregava per tantissime intenzioni. Pregava spesso nella cappella privata dove celebrava la Messa tutti i giorni. Se aveva viaggiato fuori città o nelle parrocchie, sollevava moltissime intenzioni diverse che includeva nella sua preghiera. La sua preghiera aveva un potere enorme, che non poteva essere vinto. Quando mi dissero che dovevo andare in Polonia come nunzio, gli dissi: "Santo Padre, per me è ancora l'Himalaya". E il Papa mi rispose: "Conosci la Chiesa in Polonia e la situazione nel Paese, conosci bene la curia romana. In Polonia, da almeno 50 anni non c'era il nunzio, dovevamo introdurre la nunziatura delicatamente".
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Cos'era la santità per Wojtyla?
"Non era tristezza, angoscia; ogni giorno egli era in contatto con Dio, viveva secondo il comandamento dell'amore di Dio e del prossimo nella gioia dello Spirito. Per lui, la consapevolezza della presenza di Dio nella vita è stato il modo di vita e di azione. Gli dava gioia. Era un uomo, ha sofferto, ha parlato della sofferenza nella Lettera Apostolica "Salvifici doloris" del 1984. Ha detto che non siamo in grado di spiegare il fine della sofferenza, che rimarrà un mistero. Ha espresso la sua fede in modo normale, naturalmente, ma con la consapevolezza di cui ho parlato in precedenza".

Lei era convinto che Giovanni Paolo II fosse santo?
"Ne sono sempre stato convinto. Il processo di beatificazione o di canonizzazione è necessario per le future generazioni che non l'hanno conosciuto direttamente e per la storia. Ed è necessario anche perché il Magistero della Chiesa, autorevolmente, annuncia che questo servo di Dio ha praticato le virtù cristiane in grado eroico. Questa documentazione rimarrà per sempre. Per me fu una grande gioia vedere che divenne beato la domenica della Divina Misericordia. Giovanni Paolo II sarà canonizzato insieme a Giovanni XXIII. Ciò avverrà nell'ottava delle celebrazioni della risurrezione di Gesù Cristo, che è la speranza della nostra risurrezione, che è la transizione verso una nuova dimensione di vita con Dio-Gesù di Nazaret, di cui scrive così bene papa Benedetto XVI, nel suo libro".