SAN PAOLO - Sceneggiatura perfetta. L'eroe di casa salva la baracca e scaccia via l'incubo (prematuro, d'accordo, ma il tifoso è irrazionale) del Maracanazo. C'è modo migliore per festeggiare la cinquantesima presenza in nazionale? "E' andata meglio di come immaginassi", ammette Neymar, che arriva in sala stampa dopo il match con l'aria tranquilla di chi ha fatto, in effetti, quello che tutto il paese gli chiedeva di fare. Certo, era cominciata davvero male. Quando dopo 11 minuti Marcelo ha segnato il suo autogolazo, chi, tra i 60.000 vestiti di giallo dentro l'Itaquerao, non ha pensato alla catastrofe? Ad appena 22 anni a Neymar era richiesto, in verità anche prima del match, di prendere in mano la squadra, il paese, il Mondiale. E poi, di salvare anche il povero Marcelo da una di quelle giocate che segnano una carriera. Sembrava improvvisamente durissima, anche perché i croati per fermarlo arrivavano in due. Come quando, pochi minuti dopo l'autogol, Vrsaljko e Rakitic lo anticipano a centrocampo e rilanciano il pallone per un'azione che porta Olic a sfiorare di testa il palo. Fischi di puro terrore dell'Itaquerao. Serve la svolta, arriva: al 29' il numero 10 inventa un tiro non irresistibile e segna.
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Dalle tribune si vedono i fuochi d'artificio sparati nei quartieri in tutta San Paolo. Liberazione. Ed è significativo che dopo tre minuti Marcelo, proprio lui, arrivi come un treno a intercettare un cross di Perisic che poteva essere pericoloso: "olé" collettivo di tutta l'Arena. Come dire: ragazzo, coraggio, Neymar ha rimesso le cose a posto. La stella del Barcellona salva quella del Real. Per completare questa storia serve altro però. Il rigore è quantomeno dubbio, ma non fa niente. La rincorsa è strana, ma va bene. Pletikosa intuisce e riesce persino a intercettare il tiro, ma non importa. Al 26' del secondo tempo Neymar segna il penalty e stavolta salva tutti. Quando poi Scolari decide che può bastare e il 10 viene sostituito, il boato dello stadio più che un saluto, sembra un ringraziamento.
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Oltre la storia, parlano i numeri. Quattro tiri in porta, due gol. In Selecao ne ha segnati 33, e fa un certo effetto pensare che questa è la sua prima partita in un mondiale con la maglia verdeoro. Aveva due anni, Neymar, quando proprio ai rigori il Brasile conquistava la quarta stella contro l'Italia. Ne aveva dieci nel 2002, quando Ronaldo si prendeva la quinta. Nel frattempo lui aveva cominciato la sua avventura, tirando i primi calci nella Portuguesa di San Paolo, e poi nelle giovanili del Santos, la squadra di Pelé, e quasi da subito il Brasile affamato di nuove leggende gli ha chiesto di diventarne l'erede: in pochi anni la sua vita cambia, già adolescente ha sponsor e contratti sostanziosi. Dopo aver vinto tutto al Santos, l'arrivo al Barcellona l'anno passato, quando vince il suo primo trofeo con la nazionale, la Confederations Cup.
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A macchiare la serata perfetta, un cartellino giallo. Sì perché oltre al madridista salvato, c'è anche quello sgomitato, Modric. Ma Neymar sembra tranquillo: "Giocherò le prossime gare senza preoccuparmi". Pare di vederlo, quel murales di una strada di Rio in cui la caricatura di Neymar saluta divertito il triste fantasma del Maracanazo. Così, senza preoccuparsi.
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Dalle tribune si vedono i fuochi d'artificio sparati nei quartieri in tutta San Paolo. Liberazione. Ed è significativo che dopo tre minuti Marcelo, proprio lui, arrivi come un treno a intercettare un cross di Perisic che poteva essere pericoloso: "olé" collettivo di tutta l'Arena. Come dire: ragazzo, coraggio, Neymar ha rimesso le cose a posto. La stella del Barcellona salva quella del Real. Per completare questa storia serve altro però. Il rigore è quantomeno dubbio, ma non fa niente. La rincorsa è strana, ma va bene. Pletikosa intuisce e riesce persino a intercettare il tiro, ma non importa. Al 26' del secondo tempo Neymar segna il penalty e stavolta salva tutti. Quando poi Scolari decide che può bastare e il 10 viene sostituito, il boato dello stadio più che un saluto, sembra un ringraziamento.
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Oltre la storia, parlano i numeri. Quattro tiri in porta, due gol. In Selecao ne ha segnati 33, e fa un certo effetto pensare che questa è la sua prima partita in un mondiale con la maglia verdeoro. Aveva due anni, Neymar, quando proprio ai rigori il Brasile conquistava la quarta stella contro l'Italia. Ne aveva dieci nel 2002, quando Ronaldo si prendeva la quinta. Nel frattempo lui aveva cominciato la sua avventura, tirando i primi calci nella Portuguesa di San Paolo, e poi nelle giovanili del Santos, la squadra di Pelé, e quasi da subito il Brasile affamato di nuove leggende gli ha chiesto di diventarne l'erede: in pochi anni la sua vita cambia, già adolescente ha sponsor e contratti sostanziosi. Dopo aver vinto tutto al Santos, l'arrivo al Barcellona l'anno passato, quando vince il suo primo trofeo con la nazionale, la Confederations Cup.
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A macchiare la serata perfetta, un cartellino giallo. Sì perché oltre al madridista salvato, c'è anche quello sgomitato, Modric. Ma Neymar sembra tranquillo: "Giocherò le prossime gare senza preoccuparmi". Pare di vederlo, quel murales di una strada di Rio in cui la caricatura di Neymar saluta divertito il triste fantasma del Maracanazo. Così, senza preoccuparsi.