Brasile 2014

Brasile 2014, la stella degli arbitri si chiama Howard Webb: "Potrei arbitrare un'altra finale"

Il direttore di gara inglese, che ha diretto l'ultima finale mondiale ed è considerato il numero uno assoluto, si è preparato in maniera maniacale sfidando il caldo, l'umidità e i limiti fisici: "Potrebbero di nuovo aver bisogno di me"
di ENRICO SISTI

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PORTO ALEGRE - Era piegato in due dalla fatica, a stento riusciva a stare in piedi. Non si è fatto mancare niente, Howard Webb, per arrivare al raduno degli arbitri in Brasile in condizioni perfette, unico rappresentante inglese. E' il migliore di tutti. Lo dicono tutti. Tutti sono disposti a perdonargli qualcosa perché i suoi errori, come capita ai grandi calciatori, si contano su una mano (il non aver espulso De Jong per il calcio a Xabi Alonso nella finale mondiale Spagna-Olanda).

Ha 42 anni, una parte superiore del corpo costantemente allenata in palestra e un forza nelle gambe che potrebbe ancora giocare ala sinistra. Inglese, apprezzato, rispettato. Ha arbitrato l'ultima finale mondiale, appunto: "Ma non è detto che non succeda di nuovo: non sta scritto da nessuna parte che non cerchino di nuovo me". Webb sa che non è la prima opzione dei suoi designatori, non può esserlo. Ma cosa costa sognare e cosa conta se al posto della finale arrivasse una semifinale? "Praticamente nulla". Nel dipartimento di salute e benessere dell'Hallam University di Sheffield ha combinato cose turche: si è chiuso, sotto la supervisione di Alan Ruddock, scienziato dello sport, in una stanza in cui crescevano progressivamente tanto il calore quanto l'umidità: "Boccheggiavo all'inizio". Una penitenza? "E' stata durissima, non avevo mai fatto nulla di simile". E tutto perché l'allenamento doveva essere effettuato nelle condizioni più simili a quelle che avrebbe trovato in Brasile. "La Fifa non aveva dato alcuna indicazione su come gestire la preparazione individuale".

Così Webb ha pensato bene di alzare l'asticella e spingersi oltre i suoi limiti fisici: corsa al 75% con 40° e 80% di umidità. Forse ha persino esagerato (a Manaus per esempio si potrebbe giocare con 33°, quindi con meno caldo, ma con un tasso di umidità ai limiti del surreale (90%). Di 40° non si parla. Ma che importa: "Del resto gli allenamenti, anche per i calciatori, debbono essere qualcosa che presuppone sforzi superiori a quelli che imporrà successivamente una partita". Ma Webb ha messo in archivio numeri da quattrocentista: 20 ripetute sui 150 in quell'atmosfera insopportabile che se non ti uccide ti rinforza e forse ti rende più arbitro e più a lungo. "Era brutale persino a guardare, credo".

Webb è uno che non si risparmia mai, né per i progetti né per la loro realizzazione. Durante una partita di Premier brucia 2.200 calorie. In Brasile prevede di arrivare a 3.000, con una produzione di sudore di 5 litri, perdendo circa un chilo all'ora. Ad aprile è tornato al suo vecchio lavoro, il "police officer", da contratto svolgerà mansioni che rientreranno in un part-time presso la Police Force del South Yorkshire per favorire le sue altre due esperienze quotidiane: l'arbitro e il simbolo di un ente per la raccolta di fondi da destinare ai bambini disagiati e alle loro famiglie (sono 15 gli arbitri inglesi coinvolti nel progetto). E' pronto al peggio, Webb, che nel linguaggio del suo corpo e delle qualità tecniche vorrebbe dire dare il meglio: lo scorso anno si è cimentato a Fortaleza per Brasile-Messico di Confederations Cup, sa di cosa parlano quando parlano di aria irrespirabile: "Una sfida, nient'altro che un'affascinante sfida". Nella sfida ovviamente.