ROMA - Una volta, quando all'improvviso in serie A incappavamo in una giornata da 35 gol, si diceva: è una media da campionato svizzero. E si sottintendevano partite grottesche, con errori difensivi in rapida sequenza, portieri farfalloni, insomma calcio minore, non di primo livello. Perché in effetti quando i gol fioccano c'è qualcosa che non va. Se si segna troppo non è spettacolo, perché nel calcio lo spettacolo è dato dagli equilibri difensivi e dalla capacità di sovvertire quegli equilibri con giocate imprevedibili o geniali; se si segna troppo vuol dire che le difese non funzionano, quindi che il livello generale è scarso, mica che sono diventati tutti più bravi. Ora ad esempio tutti a entusiasmarsi per la partenza sprint del Mondiale brasiliano, con partite ricche di reti e occasioni, di equilibri instabili, di incertezza, di gol nel recupero e di rimonte, di tutte vittorie e nessun pareggio fin qui.
Che divertimento, che goduria. Tutto giusto, per carità. La media gol, per dire, è la più alta di sempre dopo 11 partite, superiore anche alle medie di quelle belle edizioni degli anni Cinquanta, quando per tenere il conto dei gol serviva il pallottoliere e per fortuna non c'erano tante immagini a raccontare lo scempio, perché da quel poco che si intravede nei filmati d'epoca i difensori erano nella quasi totalità degli allegri villeggianti e non molto altro. Comunque in Brasile, dopo 11 partite sono stati segnati addirittura 37 gol, alla media di 3,36 a partita. E hanno segnato già quasi tutti i più attesi: Nessi, Neymar, Balotelli, Van Persie, Robben, Cavani. Che bello, che festa? Sì, per i bambini che vedendo tanti gol si divertono un sacco e per gli sponsor, che più la palla entra più sono contenti. Non è una gran festa invece per gli intenditori e gli amanti del bel calcio: finora in 11 partite a livello di errori difensivi s'è visto già tutto il campionario degli orrori possibili. Lasciamo stare, ma non troppo, gli autogol, grotteschi nella migliore delle ipotesi: Marcelo del Brasile, Valladares dell'Honduras e Kolasinac della Bosnia ci hanno regalato emozioni indimenticabili, e lezioni su come non bisogna piazzare il proprio corpo quando il pallone schizza nella tua area.
Ma abbiamo visto anche interi reparti difensivi barcollare per novanta minuti di seguito su ogni accelerazione nemica, e lasciare praterie nella propria metà campo. Abbiamo visto gli ex maestri dell'arrocco difensivo, gli uruguaiani che da cent'anni hanno insegnato al mondo come si marcano gli attaccanti avversari, prenderne tre dal Costarica, dico, il Costarica, e in tutti i modi possibili: in azione manovrata contro la difesa schierata, su calcio piazzato, in contropiede. Un tracollo ideologico, prima ancora che tecnico. E la Spagna, che nonostante il pensiero comune ha fondato le sue fortune più che sul tiki-taka sulla tenuta difensiva (nelle ultime tre edizioni di Europei e Mondiali, tutte vinte, non ha mai preso gol dagli ottavi di finale in poi), sbraca di brutto contro l'Olanda, prendendone cinque che potevano pure essere otto: gli eroi appassiscono, e smarriscono i riflessi e le buona creanza nella propria area di rigore. E non parliamo di tutte quelle difese immobili, marmoree, imbarazzanti sui calci d'angolo e sui corner, tutti quei colpi di testa che gli attaccanti trovano nell'area piccola avversaria, come si è visto in Svizzera-Ecuador o in altre gare. E il bello è che nessuno difende alto, o aggressivo, nessuno fa pressing perché le temperature equatoriali non lo consigliano, nessuno gioca con vere difese a tre o con i terzini che entrambi spingono (a parte il Brasile). Anzi si notano schieramenti per lo più prudenti o prudentissimi, con difese a 4 protette da un centromediano bassissimo (De Rossi nell'Italia come nella sua Roma, Luiz Gustavo nel Brasile) o persino le difese a 5, diconsi 5 uomini, esibite da Argentina e Olanda.
Per forza: guardate le rose dei difensori a disposizione di Sabella e Van Gaal e capirete il loro disagio, i loro incubi all'idea di dover mettere in campo una difesa decente all'esordio mondiale. Perché il vero dramma sportivo di queste ultime stagioni del grande calcio è che i grandi difensori non ci sono più, che di ottimi portieri se ne trovano ben pochi, che le regole sui falli in area e sul fuorigioco penalizzano progressivamente chi deve difendere, accentuandone le difficoltà. E finisce che al Mondiale ci dobbiamo sorbire le difese, tanto per citarne qualcuna, della Grecia o dell'Honduras, dell'Ecuador, del Giappone quando la si butta sul fisico, dell'Australia quando la palla scorre veloce a terra, dell'Inghillterra quando la attacchi dalla parte di Rooney, dell'Italia quando metti pressione su Paletta, della Spagna quando la attacchi centralmente e via andare. Ognuno, a ben guardare, ha il suo enorme tallone d'Achille da qualche parte, e un ventre molle di cui aver paura. Non ci sono difese, non c'è difesa. Vincerà il Mondiale solo chi troverà il modo di blindarsi. Chi segna tanto non può vantarsene poi troppo: lo fanno tutti, per ora.
Che divertimento, che goduria. Tutto giusto, per carità. La media gol, per dire, è la più alta di sempre dopo 11 partite, superiore anche alle medie di quelle belle edizioni degli anni Cinquanta, quando per tenere il conto dei gol serviva il pallottoliere e per fortuna non c'erano tante immagini a raccontare lo scempio, perché da quel poco che si intravede nei filmati d'epoca i difensori erano nella quasi totalità degli allegri villeggianti e non molto altro. Comunque in Brasile, dopo 11 partite sono stati segnati addirittura 37 gol, alla media di 3,36 a partita. E hanno segnato già quasi tutti i più attesi: Nessi, Neymar, Balotelli, Van Persie, Robben, Cavani. Che bello, che festa? Sì, per i bambini che vedendo tanti gol si divertono un sacco e per gli sponsor, che più la palla entra più sono contenti. Non è una gran festa invece per gli intenditori e gli amanti del bel calcio: finora in 11 partite a livello di errori difensivi s'è visto già tutto il campionario degli orrori possibili. Lasciamo stare, ma non troppo, gli autogol, grotteschi nella migliore delle ipotesi: Marcelo del Brasile, Valladares dell'Honduras e Kolasinac della Bosnia ci hanno regalato emozioni indimenticabili, e lezioni su come non bisogna piazzare il proprio corpo quando il pallone schizza nella tua area.
Ma abbiamo visto anche interi reparti difensivi barcollare per novanta minuti di seguito su ogni accelerazione nemica, e lasciare praterie nella propria metà campo. Abbiamo visto gli ex maestri dell'arrocco difensivo, gli uruguaiani che da cent'anni hanno insegnato al mondo come si marcano gli attaccanti avversari, prenderne tre dal Costarica, dico, il Costarica, e in tutti i modi possibili: in azione manovrata contro la difesa schierata, su calcio piazzato, in contropiede. Un tracollo ideologico, prima ancora che tecnico. E la Spagna, che nonostante il pensiero comune ha fondato le sue fortune più che sul tiki-taka sulla tenuta difensiva (nelle ultime tre edizioni di Europei e Mondiali, tutte vinte, non ha mai preso gol dagli ottavi di finale in poi), sbraca di brutto contro l'Olanda, prendendone cinque che potevano pure essere otto: gli eroi appassiscono, e smarriscono i riflessi e le buona creanza nella propria area di rigore. E non parliamo di tutte quelle difese immobili, marmoree, imbarazzanti sui calci d'angolo e sui corner, tutti quei colpi di testa che gli attaccanti trovano nell'area piccola avversaria, come si è visto in Svizzera-Ecuador o in altre gare. E il bello è che nessuno difende alto, o aggressivo, nessuno fa pressing perché le temperature equatoriali non lo consigliano, nessuno gioca con vere difese a tre o con i terzini che entrambi spingono (a parte il Brasile). Anzi si notano schieramenti per lo più prudenti o prudentissimi, con difese a 4 protette da un centromediano bassissimo (De Rossi nell'Italia come nella sua Roma, Luiz Gustavo nel Brasile) o persino le difese a 5, diconsi 5 uomini, esibite da Argentina e Olanda.
Per forza: guardate le rose dei difensori a disposizione di Sabella e Van Gaal e capirete il loro disagio, i loro incubi all'idea di dover mettere in campo una difesa decente all'esordio mondiale. Perché il vero dramma sportivo di queste ultime stagioni del grande calcio è che i grandi difensori non ci sono più, che di ottimi portieri se ne trovano ben pochi, che le regole sui falli in area e sul fuorigioco penalizzano progressivamente chi deve difendere, accentuandone le difficoltà. E finisce che al Mondiale ci dobbiamo sorbire le difese, tanto per citarne qualcuna, della Grecia o dell'Honduras, dell'Ecuador, del Giappone quando la si butta sul fisico, dell'Australia quando la palla scorre veloce a terra, dell'Inghillterra quando la attacchi dalla parte di Rooney, dell'Italia quando metti pressione su Paletta, della Spagna quando la attacchi centralmente e via andare. Ognuno, a ben guardare, ha il suo enorme tallone d'Achille da qualche parte, e un ventre molle di cui aver paura. Non ci sono difese, non c'è difesa. Vincerà il Mondiale solo chi troverà il modo di blindarsi. Chi segna tanto non può vantarsene poi troppo: lo fanno tutti, per ora.