NATAL - Adesso possono andare tutti a ritemprarsi nella criosauna, una delle fesserie pensate appositamente per gli azzurri in Brasile, dopo le "app", la farsa degli allarmi climatici e mille altre amenità, più che altro scuse preventive. Oppure, possiamo dire che è tutta colpa dell'arbitro Moreno Rodriguez detto Dracula: da Moreno a Moreno, ma se torniamo a casa i motivi sono ben altri. Certo, l'espulsione di Marchisio dopo un'ora è stata eccessiva, quel fallo era al massimo da ammonizione: ma, prima e dopo (e nel prima mettiamoci anche la partita contro il Costarica), l'Italia di Prandelli non aveva combinato niente. Solo un tiro in porta in 90 minuti più recupero, la punizione di Pirlo al 12', una miseria assoluta.
Si va a casa meritatamente anche se impietosamente, tra le pernacchie del resto del mondo. Siamo riusciti a farci cacciare persino il fisioterapista in panchina, tal Esposito, perché noi italiani sappiamo sempre farci riconoscere. In campo no, irriconoscibili, a parte Buffon autore di almeno tre parate favolose: e se il nostro portiere è stato il migliore, vuol proprio dire che ci hanno messi sotto. L'Italia, sulle gambe da subito, con il peggior Balotelli di tutti i tempi (alla fine piangeva, ma è lui il vero pianto) ha progressivamente rinunciato a giocare. Non è vero che non puntava al pareggio: era quello l'obiettivo, eccome. Essere rimasti in dieci ha reso il progetto una montagna da scalare, un Everest che i nostri boyscout (altro che Patria, mister Prandelli: certe parole riserviamole a cause più nobili) non hanno percorso neppure per un metro, inciampando sui fili d'erba.
Nulla ha funzionato, nella squadra rivoltata dal citì dopo la figuraccia contro il Costarica: né i titolari né i rimpiazzi, non la difesa juventina a 3, non la regia di Pirlo, abulico come non mai, non Balotelli (il peggiore in campo, tolto per disperazione dopo il primo tempo, quando da vero genio era riuscito pure a farsi ammonire come al solito: due partite e mezzo e due cartellini gialli per l'eterno bambinone, il più sopravvalutato giocatore nella storia del nostro calcio), non Immobile per una volta coerente con il cognome che porta.
L'ecatombe di Natal non è solo una brutta copia del fallimento di quattro anni fa, quando il gruppo di Lippi crollò per le assenze e per logorio naturale. E' l'espressione di un movimento poverissimo, come le nostre squadre di club non mancano mai di confermare nelle coppe europee. Ed è anche la fine di un progetto, il tiqui taca azzurro scelto proprio quando il modulo è morto nelle mani dei suoi inventori spagnoli finito con le dimissioni di Prandelli e di Abete.
Si va a casa meritatamente anche se impietosamente, tra le pernacchie del resto del mondo. Siamo riusciti a farci cacciare persino il fisioterapista in panchina, tal Esposito, perché noi italiani sappiamo sempre farci riconoscere. In campo no, irriconoscibili, a parte Buffon autore di almeno tre parate favolose: e se il nostro portiere è stato il migliore, vuol proprio dire che ci hanno messi sotto. L'Italia, sulle gambe da subito, con il peggior Balotelli di tutti i tempi (alla fine piangeva, ma è lui il vero pianto) ha progressivamente rinunciato a giocare. Non è vero che non puntava al pareggio: era quello l'obiettivo, eccome. Essere rimasti in dieci ha reso il progetto una montagna da scalare, un Everest che i nostri boyscout (altro che Patria, mister Prandelli: certe parole riserviamole a cause più nobili) non hanno percorso neppure per un metro, inciampando sui fili d'erba.
Nulla ha funzionato, nella squadra rivoltata dal citì dopo la figuraccia contro il Costarica: né i titolari né i rimpiazzi, non la difesa juventina a 3, non la regia di Pirlo, abulico come non mai, non Balotelli (il peggiore in campo, tolto per disperazione dopo il primo tempo, quando da vero genio era riuscito pure a farsi ammonire come al solito: due partite e mezzo e due cartellini gialli per l'eterno bambinone, il più sopravvalutato giocatore nella storia del nostro calcio), non Immobile per una volta coerente con il cognome che porta.
L'ecatombe di Natal non è solo una brutta copia del fallimento di quattro anni fa, quando il gruppo di Lippi crollò per le assenze e per logorio naturale. E' l'espressione di un movimento poverissimo, come le nostre squadre di club non mancano mai di confermare nelle coppe europee. Ed è anche la fine di un progetto, il tiqui taca azzurro scelto proprio quando il modulo è morto nelle mani dei suoi inventori spagnoli finito con le dimissioni di Prandelli e di Abete.