Brasile 2014

Zanardo: "Il calcio può renderci più libere"

L'autrice del documentario "Il corpo delle donne" è da anni impegnata nelle scuole in corsi sulle differenze di genere. "Ho capito che proprio il pallone e il tifo stanno diventando una passione trasversale", dice. "E proprio lo sport puà aiutare le donne ad acquisire una diversa consapevolezza del proprio corpo"

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Martedì sera anche lei ha sofferto, ha incitato e si è arrabbiata davanti allo spettacolo degli azzurri che uscivano sconfitti dal Mondiale. Anche lei delusa come il figlio, maschio, e gli amici, maschi e femmine, che tifavano. "Non sono un'esperta di calcio, anzi su un altro versante lo considero anche uno sport antipatico dove si strapagano i campioni, si creano guadagni mostruosi e ingiusti,  ma l'Italia l'ho sempre seguita, fin da piccola. E come me, tante",  dice Lorella Zanardo, scrittrice, autrice del celebre documentario "Il corpo delle donne" che ha mostrato quale orrendo modello femminile impongano i mass media italiani. 

Da anni è impegnata in un progetto nelle scuole di corsi di educazione ai media nel rispetto della differenza di genere. "Proprio da questi corsi -  continua - ho ricavato l'impressione che il calcio e in generale lo sport, è ormai una passione inter-genere, trasversale. Non sto dicendo che in questo campo sono state  abbattute le differenze ma che nell'amore per il calcio c'è molta più condivisione tra  uomini e donne oggi di una volta. Finalmente il tifo, il calcio stesso, stanno diventando un momento di aggregazione che unisce trasversalmente, uomini e donne. Gli spalti degli stadi sono pieni di donne che tifano, perfino nei bar, lo abbiamo visto in questi giorni, c'erano un mucchio di ragazze".

Eppure non c'è come il calcio per essere uno sport "maschile", l'emblema del modello maschile.
"In Usa, se non sbaglio, il football è diventato uno sport più femminile  che maschile. E comunque da osservatrice, se guardo al campione delle migliaia di ragazzi dei nostri corsi di educazione ai mass media nelle scuole superiori, nei nativi digitali vedo che anche le ragazze si buttano nella mischia del gioco del calcio e dello sport con una autorevolezza del corpo che la mia generazione per esempio non aveva".

E' positivo secondo lei?
"Sì perché lo sport dà  una consapevolezza del corpo diversa da quel modello socialmente diffuso e proposto dai media che è il corpo molto poco agito, asettico direi, della donna con i fianchi stretti, molto seno, magra... Un corpo che non deve comunicare potenza. Lo sport invece è un formidabile veicolo per proporre un corpo diverso. Ti fa conoscere la tua forza acrobatica, la tua precisione, le tue capacità, contro il corpo svuotato di forza del modello generale. Venire a contatto con la forza del tuo corpo è una grande consapevolezza che ti porti nella vita. Un corpo che può correre, saltare, scattare anche se sei minuta e mingherlina è sicuramente un'occasione per superare quel modello unico femminile che passa attraverso i media.  Certo, non tutto può essere positivo in questa autorevolezza acquisita".

Che vuol dire?
 "Una certa fisicità aggressiva ha portato anche a forme devianti come il bullismo femminile, l'aumento di gang di ragazze che si sono appropriate di modalità violente maschili, ma anche questo ci dice che c'è un cambiamento in atto. Siamo in una fase di transizione, per cui quello che prima era definito maschile o femminile oggi lo è molto meno e non ci stupiamo se, per esempio, una bambina preferisce alla bambola un supereroe".

Giocare con un supereroe o tirare un pallone col piede non vuol dire abdicare alla propria femminilità?
"Perché? Può anche semplicemente voler dire che ampli il tuo orizzonte culturale  e di competenze. Mi sono occupata di organizzazione aziendali: in alcuni corsi traslavamo le tecniche dello sport ai manager maschi e femmine perché, specie il calcio o il rugby, sviluppa competenze utili alle aziende, incentiva il team building per esempio. Per questo chiedevamo ai manager di fare una partita di rugby. Bene: ho visto  le manager, senza differenza di età, dai 28 ai 40 anni, scagliarsi durante i match con una grinta che i colleghi maschi stessi restavano stupefatti. Credo che  in questo cambiamento culturale in atto diventi sempre più inutile  dire questo sport è maschile e questo è femminile perché magari è più aggraziato o delicato".

Questo è vero anche per il tifo secondo lei?
"Sì, anche se le donne poi hanno loro modalità per tifare e appassionarsi. Lo vedo io stessa: quando c'è una partita in tv, se i maschi restano incollati allo schermo, io guardo la partita ma magari intanto chiacchiero anche con le mie amiche... E poi le donne tifose mi paiono più creative, per come si travestono o si truccano con i colori della squadra...".

Però anche il tifo può essere un adeguarsi a comportamenti maschili per sentirsi più riconosciute socialmente o nel gruppo? 
"E' come quando  una donna sceglie una professione "maschile", l'ingegnere o la manager e per sopravvivere in una organizzazione maschile del lavoro adotta a sua volta comportamenti maschili...  Vero, ma intanto è  positivo che quella donna faccia una professione che prima le era preclusa. La strada per le donne è lunga, ma molti cambiamenti in atto sono delle aperture importanti. Per mia madre la partita di pallone voleva dire finalmente 90 minuti di libertà tutta per sè mentre il bambinone se ne stava incollato alla tv, oggi una donna è almeno libera di scegliere: puoi non sentirti sfigata se non ti piace il calcio e magari adori il nuoto sincronizzato ma nemmeno un maschio, una donna che ha abdicato alla propria femminilità se ti piace il calcio. E questa libertà è un buon punto di partenza".