Brasile 2014

Tanta affidabilità, poco folklore: è il mondiale dei nuovi portieri latinos

Il calcio latinoamericano produceva in precedenza soprattutto personaggi, ora da Ospina a Naval, tra i pali c'è gente sicura che bada al sodo. Una tendenza emergente che a livello di mercato l'Italia ha snobbato
dall'inviato EMANUELE GAMBA

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SAN PAOLO - In Brasile papera, intesa come madornale cavolata, si dice frango, cioè pollo, e in un Mondiale dove si sbaglia pochissimo ci sono stati soltanto un paio di portieri frangueiros, veramente frangueiros: Akinfeev e Enyeama, due che oltretutto vantano un curriculum di eccellente valore. Il russo ha polleggiato addirittura due volte in due partite diverse, cacciando di fatto Capello del torneo, mentre il nigeriano, che da anni è il migliore africano del ruolo e tra i migliori in Ligue 1, l’ha combinata grossa giusto ieri pomeriggio. Il livello medio dei goleiros è finora decisamente buono, e le punte di eccellenza si trovano insolitamente tra il Centro e il Sud America, tenendo presente che dal Nord, cioè dagli Stati Uniti, arriva un bel tipino cone Tim Howard, che ha già una bella carriera alla spalle in Premier. E che se fosse stato inglese avrebbe giocato cento partite con la Nazionale, risolvendo un sacco di problemi a molti cittì e in particolare a Eriksson e Capello.

La novità sono i portieri latinos, da Ochoa a Bravo. È una nuova tendenza. Il calcio latinoamericano in passato produceva soprattutto personaggi, animando il folklore. C’era il colombiano Higuita che parava con la mossa della scorpione (si tuffava in avanti e prendeva il pallone di tacco), c’era il paraguayano Chilavert che segnò addirittura 62 gol (ma il record è del brasiliano Rogerio Ceni, 115) e che adesso vuole diventare presidente del suo paese, c’era il nano messicano Campos, 168 centimetri, che si disegnava divise dai colori improbabili e ogni tanto veniva schierato centravanti, oppure c’erano delle pippe sesquipedali tipo il celebre Valdir Peres. Per dire: tra i grandi della storia non c’è un argentino (a parte forse Fillol) e pochi sono i brasiliani, che pure nell’ultimo ventennio hanno affinato una scuola notevole di cui noi ci siamo avvantaggiati, da Dida a Julio Cesar.

Adesso invece dominano serissimi e affidabilissimi portieri di periferia, dallo stile sobrio (lo si definirebbe europeo) e dall’efficacia impeccabile, completi nel repertorio, gelidi nelle difficoltà come il costaricense Keylor Navas o il cileno Claudio Bravo, i migliori assieme al più estroso messicano Ochoa, a proposito del quale ha ragione Ravanelli: formidabile tra i pali, ma in uscita sfarfalleggia troppo. Nessuno di loro è però una sorpresa, né una rivelazione: Navas frequenta brillantemente la Liga con la maglia del Levante, di cui quest’anno è stato nominato miglior giocatore, mentre Bravo, per otto anni alla Real Sociedad, è appena passato al Barcellona per dodici milioni di euro e l’anno prossimo coprirà le spalle a Messi. Ochoa è disoccupato per finta: è stato lui a non volere rinnovare con il retrocesso Ajaccio, perché sa che troverà facilmente di meglio. In Francia brilla anche il colombiano Ospina, pure lui affidabilissimo: è al Nizza dal 2008 e potrebbe passare al Monaco, dove troverebbe suo cognato James Rodriguez. In Brasile se l’è cavata benone persino Muslera, che d’altro canto è uno dei portieri più pagati al mondo: il Galatasaray gli versa tre milioni l’anno, un salario da top player. Julio Cesar, da parte sua, è stato il personaggio della settimana, ma qui non ha sbagliato un colpo (anzi, è stato decisivo con l’Iran) nemmeno il collega argentino Romero, passato dalla panchina della Sampdoria a quella del Monaco: viene da stagioni balorde, ma qui ha recuperato il rendimento che aveva avuto in Olanda, nell’Az.

Inutile sottolineare che questa tendenza ce la siamo persa del tutto: ci siamo incaponiti sul filone brasiliano, abbiamo assoldati diversi argentini (Andujar, Bizzarri, Carrizo) ma abbiamo trascurato la crescita dei mercati alternativi. Oggi Navas vale dieci milioni, Ospina poco meno e Ochoa pretende un ingaggio di almeno 500mila euro, fuori portata per molti e in particolare per molti di noi. Potremmo arrangiarci con l’algerino Rais M’Bohli, che è piuttosto giovane (23 anni) e a suo tempo catturò l’attenzione di Ferguson, che lo portò al Manchester per un provino: cercava l’erede di Van der Sar e alla fine scritturò lo spagnolo De Gea.